#equivaleallimmenso

Un non-lettore mi ha scritto una email. E' incimpato casualmente su un mio post, ma non compra libri, non compra giornali. Però scrive, alimenta un "blog da poeta-artista": "Credevo che il mondo fosse una favola...hanno sempre tentato di rendere razionale la realtà...per fare del mondo il migliore dei mondi possibili. Purtroppo senza riuscirci..." Scrive partendo da una canzone di Max Pezzali scelta come epigrafe: L'universo tranne noi. Tutti abbiamo storie di illusioni e disillussioni vittorie e sconfitte, corse e cadute, gioie e tragedie. E possiamo fare "riflessioni crude sul mondo di oggi", come Giuseppe il non-lettore, che si riferisce agli altri come "altro", come se lui non ne facesse parte. Il suo affermare che non acquista nè giornali nè libri -dunque non parrebbe interessato alle ragioni altrui- credo trovi un contraltare nel racconto di David Grossman al giornalista Edoardo Vigna. Un giorno, a Gerusalemme, il bus per israeliani su cui viaggiava si ferma a fianco di quello per palestinesi. Guarda dentro e si accorge che è pieno di volti mai visti realmente. "Ero programmato per "non vederli". A non riflettere sul fatto che i palestinesi fossero "rilevanti" per la mia vita. Invece ciò che facciamo è cambiare la loro vita in modo terribile. Ma allo stesso tempo ho capito che neanche loro mi vedevano. Con il tempo, questo "non vedersi" è diventato odio reciproco". Grossman non è lo scrittore di successo a cui tutto va d'incanto, uno dell'Universo da cui, secondo l'epigrafe di Max Pezzali e l'idea di Giuseppe il non-lettore, noi siamo esclusi. Discende da scampati alla shoah. Divenuto adolescente ha scoperto che i personaggi incontrati nei libri letti da bambino, abitanti del mondo incantato dei nonni nel cuore dell'Europa, erano finiti nel vento, come nella canzone di Guccini. Vive da sempre in un Paese dove se hai due ragazzi li mandi a scuola su autobus diversi, così se ne fanno saltare in aria uno, l'altro resta vivo. Infine, diventato abbastanza grande per fare la leva, suo figlio Uri è stato centrato da un missile anticarro nel Sud del Libano. Eppure il messaggio di David Grossman è: "L'incapacità di credere in una situazione migliore è l'inizio della sconfitta". Il nostro male, personale e dell'intera società, è il cinismo, "modo crudele con cui ci chiamiamo fuori dalla vita. I cinici ridicolizzano tutto e si dicono incapaci di cambiare le cose". Credo sia un male congenito, anche se non di tutti. Sbaglia Giuseppe il non-lettore quando si tira fuori dal mondo e quando parla di questo tempo e di questo luogo come fossero differenti -e peggiori- di altri tempi e di altri luoghi. Se la sua è una provocazione, è riuscito nell'intento. Anche se non mi leggerà, grazie per avermi spinto a riflettere.


   LIBRI CONSIGLIATI: Messaggio per un'aquila che si crede un pollo, Anthony De Mello + Bianca come il latte, rossa come il sangue, Alessandro D'Avenia.
I libri non possono alleviare quella sensazione di disperazione che la crudeltà del mondo ti mette davanti ma possono farti sentire meno solo. 
 

#PapàDicevaSempre

Ogni tanto mi capitava. Certo, non succedeva spesso nè facilmente e neppure con tutti. Però, quando accadeva, era una meravigliosa epifania. Di quelle che accendono la mente e scuotono anche un pò la pancia, di quelle che risvegliano lo stupore e la meraviglia, di quelle che fanno sentire vivi e danno un senso più alto al nostro andare. Quando accadeva, era un brivido, una scossa di felicità. E l'amore, la passione, il desiderio non c'entrano, almeno non nella loro accezione classica.
Mi capitò una volta, ricordo, in seconda elementare.
La maestra ci stava spiegando i modi e i tempi verbali. "Modo indicativo, presente, imperfetto, passato remoto, futuro semplice...Bello, no?". Non era bello, pensai, nel furore esaltato dei miei sette anni. Era straordinario. Imparavo che i verbi possedevano una loro magica armonia. E se la possedevano i verbi, che in qualche modo governavano il mondo, dovevano per forza possederla anche le nostre vite. Fui grata alla signora Lia, la mia maestra, che, generosamente, aveva aperto per noi - o, nel mio egocentrismo bambino, solo per me - uno scrigno prezioso, colmo di informazioni segrete e fantastiche. Mi successe nuovamente al cospetto dello schema dell'analisi grammaticale, anch'essa meravigliosamente ordinata e prevedibile, dietro una maschera di caos apparente.
E poi, ancora, alle medie, quando un'illuminata docente di scienze ci raccontò, con gli occhi sgranati dal suo stesso stupore, come funzionavano gli atomi e le molecole.
Per cinque anni di liceo ebbi un'insegnante straordinaria che distribuì perle inestimabili che, da qualche parte, conservo ancora. Me ne innamorai quando leggemmo insieme I cavalieri della Tavola Rotonda e quando, grazie a lei, scoprìi che nel latino avrei trovato radici, spiegazioni e chiavi per capire me stessa. Il brivido tornò un paio di anni dopo, durante una lezione di filosofia sulle idee platoniche, concetto, ai miei occhi di allora, tanto discutibile quanto ipnotico.
Si trattava di fugaci lampi, a rischiarare di rado un monotono grigiore, reso tale dal claustrofobico e ineluttabile senso di coercizione della scuola. La potenzialmente sublime pratica dell'istruzione era inquinata e compromessa dall'odioso aggettivo "obbligatoria".
All'università (che non ho mai finito) quando nulla era più obbligatorio, fui guidata dal criterio dell'utilità, più che del diletto o dell'interesse. Così studiai, controvoglia, materie che detestavo, perdendo un'immensa occasione di piacere, oltre che di crescita.
La vita, poco dopo, mi travolse e, lungo la strada, almeno per un pò, persi memoria di quella sete e del piacere di soddisfarla. Ci sono tuttavia languori che non si placano mai del tutto e fuochi che continuano a bruciare, sotto le braci. Sette anni fa, nonostante il lavoro, gli antidepressivi e parecchia fatica, quella sete si fece inquietudine che, a sua volta, si fece urgenza. Tornai a scrivere. Ogni giorno, tutti i giorni. E poi feci un piccolo corso di scrittura creativa. E ritrovai immediatamente la stessa fascinazione irresistibile che un tempo mi regalò l'armonia dei modi e dei tempi verbali, la sorpresa di un mondo che si chiude per te, il godimento di pendere dalle labbra di qualcuno e sentirsi al centro. Ero felice, ogni sera, quando mi mettevo a scrivere, di una felicità diversa dalle altre, di una felicità che, dopo, ti fa sentire migliore.
E poichè la felicità dà dipendenza, oggi ci sono ricascata. Mi sono iscritta a un corso di dizione e di fonetica (che ha la "e" aperta) perchè è un altro modo di conoscere le parole. Il giovedì sera, due ore, in un sottoscala che sa di umido. Di nuovo a scuola, di nuovo quel brivido, di nuovo quella felicità.
Tutto questo è per dire che ogni tanto, ogni tre anni per esempio, concedersi qualcosa da imparare - qualsiasi cosa: dal kamasutra alla stenografia, passando per il tip tap oppure per la cucina cubana - è una cosa che fa bene, come la frutta, la verdura, l'esercizio fisico e l'aria di mare.


   LIBRO CONSIGLIATO: Il gusto proibito dello zenzero, Jamie Ford.
A scuola, ho imparato la felicità. 
Non si cambia, si cresce. E c'è una bella differenza.


 
 

#PAROLEINCIRCOLO

Mi prendo subito una 

PAUSA PUBBLICITARIA
Guardate Fino a qui tutto bene, di Roan Johnson e leggete Quando siete felici, fateci caso, di Kurt Vonnegut (Minimum Fax).

Hanno cose in comune. Johnson è cresciuto a Pisa da padre inglese e madre lucana. Vonnegut a Indianapolis da famiglia di origini tedesche. Entrambi sono autoironici. Il primo dichiara "una laurea, un diploma al Centro Sperimentale e un dottorato di ricerca che non gli ha chiarito le idee".  Il secondo ricorda: "La facoltà ideale per me sarebbe stata una pseudoscienza con uno status sociale superiore ad astrologia, meteorologia, coiffure, economia, imbalsamazione".
Il film parla di cinque fuori sede arrivati alla fine degli studi, costretti pertanto a smontare la casa comune e imbarcarsi nel viaggio verso l'ignoto che è la vita adulta. Il libro è la raccolta di discorsi tenuti da Vonnegut ai neolaureati  di varie università americane dove queste concioni a una folla in tocco e toga sono una tradizione. Da noi non si usa. E non credo che, se anche così fosse, mi inviterebbero mai su un palco. Nel caso queste due eventualità dovessero verificarsi, scoraggerò chiunque anticipando quel che direi. 

Laureati e laureate, 
siete fregati. Credevate che la notte più inquieta della vostra vita sarebbe stata quella prima degli esami. E invece no: mai fidarsi delle canzoni, nessuno convinto delle proprie parole ci metterebbe sotto una schitarrata. La notte più difficile è quella dopo gli esami. Perchè al fondo ti devi alzare e inventarti un'esistenza. 
Avete davanti a voi qualche strada e un pugno di obiettivi. Fondamentalmente tre. Inseguirete i soldi, il potere o l'amore. Uno su cento di voi otterrà una su tre di queste cose. Se inseguite i soldi, avrete almeno tre momenti in cui li dareste tutti per qualcosa che non si può comprare. Nè soldi nè potere sono il male in sè, come sostiene qualche moralista spiantato: dipende dall'uso che se ne fa.
Anche l'amore non è il bene in sè: dipende dall'uso che se ne fa. Comunque: preparatevi a sposarvi più di una volta. Se vi limiterete a convivere, preparatevi ad almeno tre unioni ( l'obbligo di alimenti, non la solennità della formula, fa da zavorra). 
Non prendetevela con il lassismo della società o la trappola della famiglia, è colpa della scienza: viviamo troppo, in salute troppo a lungo. Quando inventarono il matrimonio, tra guerre, pestilenze e carestie, la durata media era 4 anni e mezzo: fin lì son capaci tuti. Da lì in poi le possibilità di un matrimonio per scelta o combinato sono le stesse: la differenza la fa l'impegno. Poi ci sono i miracolati, ma stanno a casa loro e si tengono il segreto.
Inseguirete uno o più sogni. Può darsi che ne realizziate uno, due o nessuno. Quel che vi posso dire è: non lagnatevi. Non pensate mai che la vita sia ingiusta. E' un alibi. 
E' vero: ho visto qualche pezzo di somaro fare strada per la sua capacità di relazionarsi (essere ruffiano). E qualche mezzo genio sottovalutato per le ragioni opposte. 
Ma nella stragrande maggioranza dei casi ognuno arriva dove può e deve, gradino più gradino meno. Gli incompresi parlano un linguaggio astruso. I potenziali non si sono espressi. Lo so, anche io ho visto Gasparri al governo e Van Gogh con i quadri in soffitta, ma alla fine sono eccezioni, capricci del caso che vuole la sua fessa di torta. 
Lo storico Edward Gibbon ha scritto: "La storia, di fatto, è poco più che la cronaca dei crimini, delle follie e delle disgrazie dell'umanità". E' un'autorizzazione a non dedicarci troppo tempo. Piuttosto, vivete la geografia. Non avrete visto mai abbastanza mondo, ascoltato abbastanza gente, perso abbastanza tempo.
Non leggete nulla che non sia stato filtrato. Occorre almeno un secondo giudizio per rendere qualcosa degno. Non rincorrete i premi: non solo fanno ridere lo Strega o il David di Donatello, persino quando annunciano il Nobel, in qualunque categoria (ma soprattutto pace e letteratura) si resta perplessi.  
Fidatevi di Vonnegut: "Dobbiamo costantemente buttarci giù dagli strapiombi e farci crescere le ali mentre precipitiamo". E di Johnson: "Nessun uomo sensato dovrebbe penetrare un'anguria, nemmeno per scommessa". 

Un discorso tipo questo è diventato famoso (in effetti ci hanno messo sotto una schitarrata) per una serie di consigli tra cui primeggiava l'invito ad usare lozioni solari. Non c'è religione che non suggerisca (o imponga) abiti lunghi e copricapi per le stesse ragioni. Che non detti diete salutari e comportamenti civili. A parte questo, e nella pratica, hanno fatto più danni delle filosofie più bizzarre.
Se avete studiato filosofia, probabilmente diventerete amministratori delegati di un'azienda che produce lozioni solari.
Ho un'amica laureata in Fisica che scrive progetti di legge sul lavoro del governo. 
Una laureata in Lettere che progetta resort in Africa. 
Quando non fai i capricci, il caso aggiusta le nostre scelte. Fatte a caso. 

Quando siete felici, fateci caso.
Fino a qui tutto bene. 


   CANZONE CONSIGLIATA: Abbi cura di te, Levante.  
Happiness is a work.
Every day. 



 

#LECOSECHENONHO

Quando lo stile Art Nouveau finì per conquistare il mondo, con i suoi disegni floreali e con il suo eccesso, la reazione fu la nascita del Bauhaus: erano gli anni Venti del Novecento. Bauhaus era una filosofia opposta: linee essenziali, e totale indifferenza, se non fastidio, per qualunque cosa andasse ad appesantire senza un motivo funzionale i disegni e le facciate degli edifici. Lo stesso modo che aveva prodotto l'Art Nouveau aveva contrapposto il Bauhaus.
Sta accadendo la stessa cosa nella tecnologia proprio in questi anni, ma al contrario. Stiamo passando dal Bauhaus all'Art Nouveau. Stiamo diventando insofferenti a questo mondo piatto, liquido, silenzioso, essenziale, tattile che ormai identifichiamo con la modernità e il futuro.
Ogni buon film di fantascienza che si rispetti mostra macchine e tecnologie quasi impalpabili. Schermi enormi che si azionano con un contatto umano leggero come una piuma, fruscii lievi, dispositivi sottili, piatti, leggeri, che dicono quanto il mondo pesante di un tempo sia il retaggio di un passato che non potrà più esistere.
Silenzio e leggerezza sono le categorie della modernità e del futuro. La locomotiva a vapore urlava e sbuffava, il treno superveloce sibila. I suoni non trillano come un allarme che ti entra nella pelle, i dispositivi che usiamo tutti i giorni si accendono con suoni quasi onirici per dirci che il mondo buono è lieve, mentre il mondo cattivo tuona, esplode, grida, fatica e violenta la terra in tutti i modi.
Il Bauhaus ideologico in cui viviamo ha però bisogno dell'Art Nouveau, vuole il tempo contorto e inessenziale, vuole tornare all'immagine di Lewis Hine, il grande fotografo americano che nel 1920 immortalò un operaio a torso nudo intento a stringere enormi bulloni di una pompa a vapore. Il mondo sottile moderno si alterna al mondo d'acciaio, allo spessore, alla fisicità delle cose.
Colpisce che in questo tempo, che chiamerei del Flat Dream, del Sogno Sottile, una delle applicazioni per tablet di maggior successo sia Hanx Writer: scaricata da migliaia di persone che vogliono simulare la macchina per scrivere sui tablet. L'applicazione l'ha inventata un famoso attore, Tom Hanks, collezionista e appassionato di macchine per scrivere. Ne ha moltissime, soprattutto quelle di un tempo: pesanti, di ferro, rumorose, lente. Con i tasti che andavano pigiati con forza, perchè la lettera andasse a colpire il foglio nel modo giusto, fino a imprimerlo, a incidere la carta. Il ticchettio era un rumore fastidioso, il campannellino ti risvegliava dalla concentrazione per avvertirti di andare a capo. I fogli andavano inseriti uno a uno. Hanx Writer non permette di scrivere sulla carta, ma sul monitor di un tablet, però riproduce lettering, suoni e modalità di uno strumento che molti ricordano con nostalgia e altri non hanno mai neppure usato.
Gli storici sanno che l'Ottocento fu il secolo del progresso. L'invenzione della macchina a vapore portò le industrie e la ricchezza nei Paesi occidentali, che divennero da quel momento "industrializzati". La ricerca scientifica migliorò, compresa quella medica. E l'illuminismo insegnò a pensare senza superstizioni e paure ancestrali. La ragione sembrava vincere dappertutto. Ma gli storici sanno anche un'altra cosa: tutti gli occultisti, i complottisti, gli imbroglioni, i falsari, i medium trionfano proprio nel secolo del progresso.
Tutto è sempre doppio e speculare. Più il mondo si fa sottile e leggero più si cerca di tornare alla pesantezza del passato.
La macchina per scrivere digitale di Tom Hanks è un grande successo per chi non scrive abbastanza. E non sa quanto il computer abbia migliorato scrittura e concentrazione. La romantica applicazione Hanx Writer è la nostalgia di un mondo che resta dentro di noi: è la civiltà delle macchine che rimpiange la sua potenza e la sua forza.


   CANZONI CONSIGLIATE: Niente di niente, Erica Mou.
Se vuoi essere felici, ama.
Se non ami la tua vita passerà in un lampo.
Fai del bene, meravigliati, spera.

#ILSENSODELVIAGGIO

Da qualche millennio l'umanità va avanti raccontandosi storie. Non fraintendetemi, non credo che il collante del mondo siano le bugie, penso proprio ai racconti, alle fiabe, narrazioni apparentemente irreali e invece piene di vita, di insegnamenti, di messe in guardia. A Cappuccetto Rosso la mamma dice di stare attenta al lupo-pedofilo, i tre porcellini insegnano l'importanza del lavoro, come la storia della cicala e della formica, e così via. Non c'è fiaba che non serva a qualcosa. Così come le leggiamo ora sono state imbellettate da Charles Perrault, dai fratelli Grimm, da Hans Christian Andersen, da molti autori per l'infanzia, ma quasi tutte hanno radici antiche, popolari: erano il modo di educare alla vita, alle sue luci e alle sue ombre, quando le scuole non esistevano e nessuno sapeva leggere e scrivere.
Mi limito a questi nomi ma potremmo evocare i favolisti greci e romani o quelli medioevali, di cui abbiamo più o meno memoria. Persino i filosofi quando volevano parlare a un pubblico più vasto ricorrevano alle fiabe. Voltaire, ad esempio, per indicare la via alla felicità in un mondo di "sfighe" narra la storia di Zadig. E cosa sono Pinocchio o Alice nel paese delle meraviglie? Pensavo a questi consolidati anticorpi temendo fossero ormai depotenziati da WhatsApp e i suoi fratelli. Poi ho letto la storia del brutto anatroccolo Mika, figlio e mito della generazione cresciuta con Internet, i social network e i talent show. Sentendolo parlare di sè, di quando i bulli gli tiravano le lattine di Coca Cola all'ingresso della scuola di Londra costringendolo a una forma di autismo tra i viali di Hyde Park, e di come si è riscattato grazie a una madre interessata a lui, alla sua realizzazione, ai suoi desideri e non a quello che diceva la gente o qualche insegnante, ho capito che nessuna tecnologia può decidere i nostri destini. Sì, ci può condizionare, ma noi siamo soprattutto noi stessi e le persone che ci stanno intorno. Il giovane, tecnologico, famoso Mika racchiude tutto nella frase: "La bellezza si provoca con la bellezza". E viceversa. Allora ho scomodato un mio vecchio professore con qualche anno di esperienza in più chiedendogli di spiegarmi perchè nel mondo si producono tante (incomprensibili) disuguaglianze. Divari che sembrano destinati ad aumentare in maniera intollerabile: quest'anno, negli Usa, il reddito medio dell'1% dei più ricchi è 30 volte superiore al reddito medio del restante 99%. Immaginatevi se lo paragonassimo al 50% della popolazione meno abbiente. In situazioni come queste, nella Storia, sono maturati sconvolgimenti sanguinosi. Alcuni economisti hanno elaborato una formula semplice per definire la "felicità" in economia: si ottiene quando aumenta il nostro reddito in maniera più che proporzionale rispetto a quello di chi ci sta intorno. Ciò significa che anche il benessere degli altri deve migliorare. In caso contrario siamo "infelici" perchè l'invidia di cui siamo circondati ci mette in pericolo. Sembrerebbe una formula facile da applicare: basterebbe moderare l'ingordigia di chi ha già tutto. Ma come possiamo constatare ogni giorno, non è così che va il mondo. Perchè? La risposta è sempre la stessa: homo homini lupus, l'uomo è un lupo per l'uomo. E la finanziarizzazione dell'economia mostra zanne sempre più affilate e voraci.
Eccoci tornati alle antiche fiabe.
Evidentemente hanno insegnato poco.


   CANZONI CONSIGLIATE: Il mio paese in maschera, Emanuele Dabbono + Generazione Boh, Fedez + C'est ma terre, Christhophe Maè.
Vedrai l'albero dei giusti e le ingiustizie radicarsi. Ma se hai paura, stringimi. 

#LIBRI

A Milano, la Libreria del Corso chiude. L'altro ieri mi è arrivata una mail che diceva di usufruire dei "punti fedeltà" sulla mia tessera entro il 2 novembre.
Settimana scorsa sono uscita di casa e sono andata in corso Buenos Aires 39 nella speranza che fosse un allarme invece di un funerale.
Però poi sono entrata in libreria come si entra in chiesa; col cappello in mano, se avessi il coraggio di portare il cappello.
L'unica cosa che sono riuscita a proferire, col tono della cospirazione, è stata: "Ho ricevuto la mail". I commessi avevano tutti gli occhi lucidi. Annuivano con la definitività delle decisioni prese. La Libreria del Corso chiude.
Al mio secondo "Mi dispiace tantissimo", la mia amica libraria è esplosa: "Ti spiace, Ju? Anche a me, e non perchè sarò un'esodata, ma perchè non farò mai più la libraria dopo 25 anni che consiglio scrittori che ho letto. Da giorni assistiamo alla processione dei clienti "tantissimo dispiaciuti".  E in quest'anno di crisi durissima? Dove eravate quando avevamo bisogno?".
Mi sono vergognata come un cane, sentita una schifezza, scoperta piena di colpa. Uscendo ho pure visto uno dei libri di una mia amica scrittrice in bella mostra e mi sono sentita ancora peggio. 
Perchè io compro anche online, certo, e vado a caccia di sconti e compro usato; però poi per farmi ispirare, consigliare, anche solo fare due passi, le librerie mi mancano terribilmente. Per un istante penso che forse comprare online è non dover mai dire "mi dispiace".
Ieri un'amica libraia mi ha mandato un lungo messaggio che inizia così: "La libreria attraversa un momento di difficoltà...".
Ho proseguito con un groppo in gola e una sola certezza: "Ecco, chiude anche la Ubik di Parma, non attendere la fine dell'sms per sentirti una schifezza".
E invece il messaggio era una richiesta: "Aiutateci! Oppure siamo spacciati". Ecco, questa volta c'è un pò di tempo, stavolta si possono fare delle cose per salvare questa libreria. Non ultimo, andare lì a comprare dei libri, godere del servizio di migliaia di bravissimi librai che sono tutti, chi più chi meno, strozzati dalla crisi, in procinto di chiudere, ma fermi nella loro missione di "spacciatori di sapere".
Io oggi so di questa libreria di Parma, ma ognuno di noi sa di molte altre librerie prese nella morsa della grande distribuzione, dell'online e del drastico calo di vendite dell'intero settore cultura.
So bene che ci sono problemi più urgenti che riguardano la fame, la salute, l'affitto e tante altre cose, però l'impoverimento culturale ha solo minori conseguenze nell'immediato: sul lungo periodo lo pagheremo a prezzo salatissimo e con molto, moltissimo dolore. Sapere le date di quando scoppiano le guerre o le bombe è importante, riconoscere le vigilie delle tragedie è più difficile ma può anche essere più utile evitarle o limitarne i danni.


   LIBRI CONSIGLIATI: Il bambino che imparò a colorare il buio, Billy Mills & Nicholas Sparks + Anna, Niccolò Ammaniti.
Un raggio di luce buona vi arrivi dove sentite freddo. 

 

#CHILHAVISTO

Quante cose dobbiamo conservare? E di quante cose abbiamo bisogno per ricordare? E quante devono essere di continuo a portata di mano? L'era di Internet ci ha obbligato a tenere tutto: anche la mail più insignificante, la fotografia casuale, magari mossa e scura scattata quasi per gioco, parole scritte in fretta in una nota sullo smartphone, il video di cinque secondi che non sai neppure perché lo hai fatto. E poi tutti i copia e incolla di qualsiasi cosa che leggiamo e pensiamo potrebbe servirci, e le foto che non sono le nostre, quelle che troviamo sul web e ci colpiscono. Conserviamo tutto quello che possiamo mettere tra le nostre cose, con un movimento delle dita sul mouse o sullo schermo touch. E questo è il nostro mondo. Un mondo digitale di informazioni continue. Conserviamo tutto perché non esiste più lo spazio o, per dirla in modo paradossale, perché non c'è né troppo. Fare pulizia su un computer è un gesto più simbolico che reale. Le cose della nostra vita si possono tenere per sempre, se uno lo vuole. Diecimila mail non pesano nulla e neppure centomila fotografie. Se non fossero posta elettronica e immagini digitali avremmo bisogno di cantine e di solai. Non buttiamo niente perché non c'è la necessità. Ma non buttare via non significa conservare.
Se io non butto niente, per un facilissimo ragionamento logico, non conservo nulla. Conservare è avere cura, è scegliere le cose da tenere e scartare quello che non serve, è decidere cosa portarsi con sé e cosa invece non può entrare nel proprio spazio privato. Uno spazio privato che può essere una casa, ma anche una borsa.
Le immagini del potere di un tempo hanno sempre mostrato gli uomini importanti con una borsa di documenti, forse anche con degli oggetti personali.
L'espressione comune era: non si separa, o nei casi drammatici, non si separava mai dalla sua borsa. Tutti sappiamo di quella di Aldo Moro, di quella leggera di Enrico Cuccia, di quella sparita di Paolo Borsellino. La borsa era uno spazio, dove mettere cose importanti da portare con sé. Oggi, se va bene, dentro quello spazio c'è un luogo ulteriore, che è più ampio dell'interno della borsa: perché è quello di un tablet, di un portatile, di vari smartphone, collegati a un cloud, che si portano dietro tutto e che rendono la borsa non più un'unità di luogo ma una tasca come un'altra dove mettere una cosa che ti porta altrove, e ti permette di consultare e leggere tutto, ti mostra l'universo, l'infinito, il possibile, sempre. Non ho quelle fotografie con me, non ho quei documenti con me, devi aspettare che torni a casa per ritrovarli e vederli...è frase sempre più rara.
Ma in questa fede verso l'infinito, in questa idea ingenua per cui oggi siamo in grado di essere al centro della terra e ai confini dell'universo, oltre l'orizzonte degli eventi, e in questa fede digitale dove tutto si crea e nulla si distrugge arriva Vint Cerf, Chief Internet Evangelist di Google, un uomo molto competente e importante e dice: il digitale non è eterno. Domani tutti i documenti che teniamo sui nostri dispositivi potrebbero diventare illeggibili. Le mail, le foto, i video e quant'altro.
Se tenete a una foto: stampatela. La sappiamo da anni. Lo sanno anche i bambini. Il figlio di una mia amica, di soli sette anni, non capiva cosa fosse quel piccolo simbolo che si trova nel programma word, ovvero l'icona per salvare il testo dopo che l'hai scritto. Raffigura un floppy disk stilizzato ma il figlio della mia amica non ha mai visto un floppy disk, perché non esistono più. E sono esistiti soltanto per pochi anni. Dentro il nostro piccolo universo abbiamo preteso di metterne un infinito che non sappiamo di cosa sia fatto. Ci siamo illusi che conservare equivalga a ricordare. E abbiamo dimenticato cosa significhi davvero saper ricordare.


  CANZONI CONSIGLIATE: Walden, Clark Kent & Phone Booth + Alfonso, Levante + Talk about you, Mika.
La musica ha per me il potere di accelerare la creatività, di spingere le emozioni in territori sconosciuti, vicino alle sorgenti magiche dove tutto diventa fantastico.

#AMORECRIMINALE

"Heathcliff sono io", confida alla domestica che l'ha cresciuta, ma soprattutto al suo cuore agitato, la Catherine di Cime tempestose, nella pagina più straordinaria del più straordinario trattato sull'inevitabilità e la potenza di certi amori che sia mai stato scritto.
Non ci è dato sapere se Heathcliff e Catherine abbiano mai fatto l'amore ma, da quello che scrive Emily Bronte, pare proprio di no. Non si scambiano neanche un bacio, ognuno dei due sposerà un'altra persona e con un'altra persona avrà dei figli. Eppure, quando il marito impedirà a Catherine di continuare a frequentare Heathcliff, Catherine ne morirà.
E, nonostante questo, Heathcliff continuerà a cercarla, con la selvaggia intensità del trovatello che è stato e che a tre anni scopre in quella bambina, istintivamente, la prima e unica possibilità di non sentirsi perso nel mondo. Perché, anche se una famiglia lei ce l'ha, Catherine è come lui, è abitata dai suoi stessi lampi, dal suo stesso furore. Perché Catherine è lui.
Malgrado questo, proprio per questo, è meglio per loro, e per chi li circonda, che i due vengano separati.
Che mettano su famiglia con qualcuno in grado di contenere quei lampi, quel furore.
Peccato che, a tu per tu con il suo placido marito, Catherine non si senta per niente al riparo da se stessa: ma, anzi. Sia più che mai inquieta e in balia dei suoi mostri.
Heathcliff certo non avrebbe potuto e non potrebbe mai darle serenità: è irrazionale quanto lei, e inoltre è violento, è sadico, vendicativo. Ma, come un medico che, per individuare dov'è il nostro misterioso problema, ci spinge con forza l'addome (fa male qui?), lo stomaco (e qui?) e il petto (qui? fa male?), riesce a fare qualcosa di diverso e forse di più importante rispetto a metterla illusoriamente in salvo.
Le rivela dov'è il suo misterioso problema.
Dov'è che fa male.
Se c'è una cosa che in questi ventotto anni ho imparato sull'amore è che non tutti possono permettersi il lusso di una storia bella, che rafforzi la parte più luminosa di noi e le consenta di esprimersi al meglio.
Bisogna avere la fortuna di non avere troppi lampi, dentro.
Di non avere (la coscienza di avere) troppo buio.
Oppure bisogna rimboccarsi le maniche, ed essere talmente determinati da sfidare e provare a controllare - però prima di tutto da soli, perché è solo da soli che ci si mette davvero in salvo - quel temporale.
Amy Winehouse sicuramente non aveva quella fortuna, e purtroppo non ha avuto il tempo per trovare quella determinazione, che arriva quasi sempre in soccorso quando si è toccato realmente il fondo.
Se fosse sopravvissuta a quella maledetta notte, io mi ostino a credere che ce l'avrebbe fatta. Che lo schiaffo di quel rischio l'avrebbe risvegliata e che le avrebbe permesso, passo dopo passo, di tornare faticosamente, e una volta per tutte, dal buio.
Ma è andata come è andata. E l'amore che ha segnato la sua breve vita, così disperata e così eccezionale, non poteva che essere come è stato quello con Blake Fielder.
Un amore disperato, un amore eccezionale.
Un amore senza nessun carnefice, ma fra due vittime, ognuna di se stesso.
Un amore nato da piccoli, come quello fra Catherine e Heathcliff: perché a nove anni Blake si taglia le vene per convincere sua madre a lasciare il patrigno, e a quella stessa età Amy assiste allo sgretolarsi della sua famiglia. Anche se si incontrano più in là con gli anni, insomma, sono stati chiamati tutti e due prima del tempo a rinunciare all'infanzia, e sono destinati così a trascinarsela dietro e dentro, a rimanere bambini marci anziché diventare un uomo e una donna.
Un amore dunque infinito: perché le storie d'amore belle finiscono quando, semplicemente e terribilmente, finisce l'amore.
Mentre le storie d'amore sbagliate finiscono quando smettiamo di essere sbagliati noi.
Cioè mai fino in fondo.
Amy era evidentemente Blake: che i morti riposino in pace.
Blake è e sarà sempre Amy: i vivi hanno già il loro tormento.
Smettiamola, almeno noi, di infierire.


   CANZONI CONSIGLIATE: Back to black, Amy Winehouse + 20Sigarette, Marco Mengoni.
Nella vita non raccogli ciò che semini, raccogli ciò che curi.




#TIENIMIILPOSTO

Tendiamo spesso a mettere assieme la distanza con la solitudine. Ovvero un concetto spaziale a uno interiore. Tendiamo a pensare che andarsene, distanziarsi, sia un modo dell'abbandono, del voler restare soli, del prendersi una pausa. La distanza è una forma di solitudine, la distanza è freddezza, la freddezza è esporsi alle intemperie, è rinunciare al calore umano; quello dell'abbraccio, quello dell'esserci, del partecipare alla vita con la propria esistenza. La freddezza non è silenzio, non è distanza. Il silenzio è calore, partecipazione, è un esserci senza il verbo, senza il linguaggio, senza l'argomentare. Restammo in silenzio, uno accanto all'altro, non c'era bisogno di dire nulla, è una frase che ricorre in mille romanzi buoni e cattivi che abbiamo letto.
E vicinanza è un corpo accanto all'latro, è lo stesso campo visivo. La condivisione è la condivisione di uno spazio attorno, di un territorio, della terra, della città, del proprio mondo. Ed è per questo che la condivisione si fa interiore, perché assimila quel che c'è e lo comprende con altri.
Tutte queste parole che ho usato - distanza, freddezza, silenzio, condivisione, vicinanza, territorio, calore - hanno subito un trauma senza precedenti. Il trauma del disorientamento, quello del distacco dal luogo fisico per entrare nel mondo del web che non ha territori se non virtuali, che non ha terre comuni, che non ha condivisioni fisiche e reali.
Essere disorientati significa non trovare il modo per raggiungere un luogo, ma il web non disorienta, non indica luoghi geografici, non ha a che fare con il tempo, con la luce e con la notte, è indifferente allo scorrere delle ore, e non prevede luoghi comuni, ovvero di conoscenza comune. E' come essere astronauti che passeggiano nel vuoto dello spazio. Non c'è forza di gravità, e tutto attorno non è illuminato da nulla. E' il buio dell'universo. In questo spazio, che non è uno spazio, la distanza e la solitudine sono qualcosa che ha a che fare con il silenzio. Perché il silenzio nel web è un vuoto, è assenza. Per questo non essere sui social, non postare, non commentare, non scrivere genera spesso un'angoscia, un sentimento di paura. La paura di non esistere, di non essere più.
Non c'è niente di virtuale nello stare sui social. Questa parola abusata è un errore. Le amicizie, i seguaci sui social non sono una sostituzione irreale delle amicizie vere, dei rapporti concreti. Gli utenti stanno imparando che il linguaggio è decisamente sufficiente per stabilire connessioni che permettono comunicazione e comprensione, scambio di suggestioni e narrazioni di sé. Il punto non è il non vedersi, non si è soli perché si parla con qualcuno dall'altra parte del mondo che magari non si conoscerà mai.
Si è soli perché il web non permette il silenzio, non permette la condivisione di un luogo fisico e non permette l'orientamento. Per andare all'etimologia del termine, il rivolgersi a oriente, il trovare l'origine delle cose, il punto dove il sole sorge. Bauman ha parlato di solitudine affollata. Non aveva torto, ma non è soltanto questo. Non palesarsi sul web è un non esserci, è un farsi dimenticare, le parole sui social non hanno scie che restano, e hanno una memoria leggera, quasi inconsistente. La solitudine affollata è soprattutto una folla smemorata che scambia l'oblio con il silenzio, la distanza con il nulla, il non ritrovarsi come un'assenza di parola o voce. Il trauma è questo. Non sono i corpi che non possono riconoscersi, sono i luoghi che non si sanno dire e non si possono pensare.
Tutti i romanzi epistolari sono fatti di passioni, interiorità, ma soprattutto ricordi, memorie e passato. La condivisione è tutta nei luoghi e nei mondi attraversati assieme. Senza l'oriente non si può ritrovare niente. Senza orientarsi c'è una solitudine disperante dentro un mare di silenzio.
Per questo i social sono e diventano una droga di parole, che danno la sensazione di esserci nel mondo, senza più sapere cosa sia il mondo.

 
  CANZONI CONSIGLIATE: I lived, One Republic.
Di questi tempi la vita è lo sport più estremo.





#SANLORENZO

Ogni tanto capita.
Ignoro se succeda a tutti indistintamente o soltanto a qualcuno. Mi domando con che frequenza accada agli altri o se per alcuni, particolarmente sensibili o sfortunati, sia una condizione strutturale, con cui convivere ogni giorno.
Arriva piano, quasi impercettibile, come una marea che, all'inizio, lambisce i piedi con subdola dolcezza e poi sale, fino a raggiungere le ginocchia, la vita, la pancia, il petto, il collo, gli occhi. E ci si ritrova ad annaspare, increduli ed inermi.
Ultimamente mi sorprende spesso, questa marea infida, e ancora oggi mi chiedo se mai riuscirò a liberarmene, almeno per una volta, o se sarà sempre lì, nascosta, muta, ad attendermi dentro gli anfratti della mia quotidianità - l'intercapedine tra l'armadio e il muro, la cesta dei giornali da conservare, il cassetto delle pentole in cucina -, pronta a dilagare e a travolgermi nuovamente.
E' difficile stabilire con esattezza cosa la scateni e perché. Forse la stanchezza, i troppi sì pronunciati per incoscienza o per incapacità di dire no, una notizia che fa trasalire, una distesa di giorni uguali a lastricare il futuro prossimo, la consapevolezza delle responsabilità, un insolito, persistente mal di vivere, il desiderio che si fa urgenza di confidarsi con chi non c'è più, amici che si confidano con te in cerca di consigli e tu che non riesci a confidare loro quello che a te sta succedendo, la mancanza di leggerezza, il poco tempo, tutto questo unito alla sindrome di Pollyanna che diceva, dalle pagine dello stupido libro per fanciulle di cui era protagonista, che bisogna essere sempre felici perché esiste sempre una sventura peggiore della tua.
E' capitato ieri. E ancora boccheggio. Mi sono svegliata con la lucida consapevolezza di non farcela. "Non farcela a fare cosa?". Semplice: tutto. E, come una marea, mi ha travolta l'ansia. Ma non un'ansia circoscritta, legata ad un evento, a una prova, a uno scoglio da superare oltre il quale tirare il fiato e ricominciare di slancio. Piuttosto una generalizzata paura dei giorni a venire e delle incognite, degli affanni e delle fatiche che li riempiranno. E mi sono ritrovata in mutande, all'alba, seduta sul terrazzino, di fronte a un cielo coperto che rifletteva l'immagine di una tizia pallida, con i capelli spettinati e lo sguardo spento.
"Come siete brutte, tu e tutta quell'angoscia disegnata in faccia", ho detto io. "Sarai bella tu, sciattona tremebonda e inetta", ha risposto la disperata dentro lo specchio. Ho perso l'appetito, l'energia e la bussola, fagocitata dal mio ombelico e dal terrore di stare al mondo.
Non so se esista un antidoto, capace di scacciare quella marea che aggroviglia i sensi e li paralizza.
In mancanza della ricetta di una panacea universale anti-mostri, ho cercato la mia personale via d'uscita dalla pozzanghera di catrame. Se avessi potuto sarei scappata lontano, lasciando a casa tutto e la tizia malmostosa nello specchio. Impossibilitata alla fuga, ho deciso di chiamare un'amica, anche se non telefonavo a lei da mesi, inghiottita com'ero dallo stupido vortice dei miei affanni. "Ehi, ciao. Come stai? Io non mi sento molto bene. Ti va se ci vediamo e ti racconto?". Ha detto di sì.
La tizia pallida si è messa il rosso e le lacrime sulle guance, ha domato i capelli spettinati e si è data una calmata, per gratitudine verso quel sì e per amor proprio.
E ha funzionato. Avere accanto propri simili, preferibilmente coetanei, anch'essi periodicamente lambiti da quella stessa marea, è un efficace antidoto. Riconoscersi, condividere lati oscuri e luminosi delle rispettive esistenze, ritrovarsi uguali nelle paure e nelle energie, devastati e splendidi nell'arco di una stessa giornata, è un toccasana portentoso.
Perché a volte, nello specchio, oltre alla propria immagine stropicciata e atterrita, è necessario scorgere quella altrui, così simile e confortante da farti da zattera e metterti al riparo da ogni marea.


   CANZONI CONSIGLIATE: La donna cannone, Francesco De Gregori + Non importa veramente, Niccolò Agliardi.
Ma io bacio ancora le ferite, per far andare via il dolore, anche se ormai non credo più che faccia effetto.




#FRIENDSHIPDAY

Tanto tempo fa ero una bambina pallida, sempre più magra di quanto non fosse opportuno, timidissima, paurosa, molto diligente, grafomane e curiosa come una scimmia. Vivevo in un mondo dai confini e dai costumi troppo laschi per i miei gusti. Volevo certezze e prevedibilità mentre mi pareva che niente, intorno a me, avesse le forme squadrate e la morbidezza avvolgente di cui avevo bisogno.
Un giorno, all'uscita dall'asilo, mio padre si dimenticò di venirmi a prendere. O forse pensò che fosse il turno della nonna. Rimasi lì, seduta su una microseggiola di legno e metallo, mentre gli altri bambini, dotati di congiunti scrupolosi e ben organizzati, sciamavano fuori dalla classe gialla, alla volta di focolari accoglienti e solidi. Possedevo un ego traballante, sempre pronto a identificarsi con i derelitti del mondo - piccola fiammiferaia in primis - e quel funesto episodio rischiò di affossarlo per sempre.  "Perchè tu non stai a casa ma vai in fabbrica tutti i giorni? E, se proprio vuoi lavorare, perchè non sei la bidella della mia scuola? O la custode? O la cuoca che alla mensa ci versa la minestra? Questi sì che sono mestieri adatti alla madre di una bambina piccola!", tormentavo quotidianamente mia mamma.
Da figlia di genitori meravigliosi custodi di una famiglia tradizionale, ambivo al conformismo, a una normalità senza sorprese e mi facevano tristezza i genitori separati e in carriera perchè i loro figli ambivano al papà e alla mamma di Silvia Moscone che aveva i capelli biondi lunghi e la villetta con il giardino, oltre che il camper di Barbie.
Il mondo, tanto tempo fa, era un luogo insidioso, inospitale e impervio. Un posto che mi faceva rabbrividire. Poi sono cresciuta, mi si sono allargati le spalle e lo sguardo, ho imparato ad apprezzare il valore delle diversità e ho smesso di farmi venire la tristezza per i bambini dei genitori separati.
Ho smesso di desiderarmi differente, di ambire a mete che non mi somigliavano, di sentirmi sbagliata e in imbarazzo. Ho imparato ad accettare gli spigoli e le storture della mia famiglia e ad apprezzarne la varietà e lo spessore. Ho smesso di giudicare, di recriminare, di rimproverare, di desiderare di essere un'altra e ho imparato, a mia volta ad accogliere, rassicurare, consolare e spiegare che va tutto bene, anche se il mondo non è come lo disegneremmo.
Funzionano così, gli anni che passano. Ed è per questo che crescere, e a volte persino invecchiare, ci fa un gran bene.
Mi sono affrancata dai miei modelli di bambina, me ne sono inventati altri solo miei, ho imparato la gratitudine anche verso chi non era come avrei desiderato. Mi sono trovata a lasciare andare il mio fidanzato e a raccogliere tutti i miei cocci sul pavimento.
Eppure c'è una cosa che mi atterisce, mi scuote, mi rimpicciolisce, mi disarma e mi paralizza, oggi come ai tempi in cui mi coccolavo nel rassicurante focolare a tinte pastello. Si tratta del dolore di mia madre. Già. Lei che ho conosciuto carrarmato, roccia, quercia, non può cambiare mai. La sua naturale, fisiologica, legittima fragilità mi getta in uno stato di agitazione quasi isterica. Ancora oggi lei, ai miei occhi, è deputata a darmi conforto, a risolvere i problemi, a prendermi per mano quando inciampo e a tirarmi su. Lei non può vacillare perchè, nella mia coscienza bislacca e immatura, è la mia colonna, l'unica a cui mi possa appoggiare, la sola capace di accogliere e sciogliere i miei affanni.
A pensarci bene, pur non sognandola più cuoca, lei, nella mia testa ma soprattutto nella mia pancia, è rimasta la stessa di allora.
Forse si diventa grandi solo quando si riesce a guardare in faccia la fragilità dei propri genitori senza farsi prendere dal panico, quando non si pretende più di essere al centro esatto dei loro interessi e dei loro pensieri, quando si imparano l'indulgenza e l'accoglienza, quando i ruoli si smantellano e diventano fluidi. Fino ad allora, no. Sono solo chiacchiere e distintivi. 


   CANZONI CONSIGLIATE: E non hai visto ancora niente, Jovanotti + The Boxer, Mumford & Sons + Love Love Love, Avalanche City.
Gli occhi, non il sorriso. La felicità si vede lì. 

#GrowingUpItalian

Costava 270 mila lire un televisore nel 1954. Quando la paga di un operaio non superava le 40 mila lire. Questo per capire quanto fosse proibitiva la diffusione di questo apparecchio elettronico con uno schermo piccolissimo, ingombrante e molto costoso. In poco tempo le cose cambiarono, i prezzi si abbassarono e quattro anni dopo c'erano già nelle case degli italiani un milione di apparecchi televisivi. Ma in quegli anni gli italiani andavano ancora a vedere le trasmissioni preferite nei bar o nei cinema, tutti assieme, e quando si trattava di quiz come Lascia o Raddoppia facevano anche il tifo. Negli stessi anni l'editoria provava ad uscire dalla dimensione artigianale e intellettuale per allargare il pubblico di lettori. La Bur, la Biblioteca universale Rizzoli, era nata già dalla fine degli anni Quaranta e un libro economico costava 50 lire per ogni cento pagine. In quegli anni nascevano le prime collane di fantascienza come Urania, e nei primi anni Sessanta anche la Mondadori avrebbe cominciato a pubblicare i suoi Oscar, libri tascabili alla portata di tutti.
Quando parliamo di cultura diffusa parliamo della possibilità di usufruire di prodotti culturali, più o meno alti, che diventavano uno strumento di condivisione, se ne poteva parlare, riguardavano quasi tutti. Le discussioni sui programmi televisivi, dai quiz agli sceneggiati, andavano di pari passo con le nuove letture, con gli scrittori che diventavano famosi anche in ambienti impensabili.
Alberto Moravia raccontava spesso che alla metà degli anni Cinquanta, durante un viaggio in automobile nel Sud dell'Italia, si era fermato in un'osteria nell'entroterra sperduto della Basilicata. Quasi subito gli si era avvicinato il cameriere chiedendogli ammirato se lui fosse proprio "lo scrittore Moravia". Era davvero incredibile: dove poteva aver visto delle sue fotografie? E come aveva potuto leggere i suoi libri?
Il sistema funzionava in quel modo. Era un meccanismo a pioggia. Un vero e proprio sistema culturale indirizzava e suggeriva per tutti, i testi, i programmi e i film che si davano al cinema; si potevano vedere, discutere e condividere. Nei bar, nei paesi, nelle città si parlava di calcio e di libri, di film e di televisione. Avveniva per tutti allo stesso modo. Donna Letizia, maestra delle buone maniere, consigliava alla fine degli anni Cinquanta di non guardare la televisione assieme alle donne di servizio, e se proprio non se ne poteva fare a meno, che non si permettesse loro di fare commenti sulle trasmissioni che andavano in onda. Questo divieto di condividere gli eventi dimostrava che esisteva un humus comune, intergenerazionale, che non badava alle classi sociali. Il ricco poteva permettersi di comprare il televisore, ma poi finiva per vedere le stesse cose del povero che andava a guardare i programmi nel bar di quartiere. Il cameriere riconosceva Moravia come noto intellettuale. I libri appartenevano a tutti, anche se con delle differenze. E il cinema, a parte alcune eccezioni, si apriva agli appassionati senza distinzioni.
Ma il punto era proprio questo: c'era un terreno da condividere, discorsi comuni. Era così importante sapere le cose che ci si rammaricava di aver perso l'ultimo film, di non aver visto un programma molto seguito, di non aver letto il best seller del momento.
Oggi l'atomizzazione dei prodotti culturali sta sconvolgendo le cose. E lo farà sempre di più. I librai dicono che ormai si vende di tutto un pò, non i soli best seller. Amazon offre un catalogo smisurato, dove ci sono anche i libri esauriti, dove si possono ordinare testi usati, e dove la ricerca dei libri può essere fatta non più solo per autore, titoli, editore o collana, ma anche per parola chiave, mettendo un termine che ci interessa e vedere a quali risultati porta. Per non dire dei dvd e di prodotti simili, reperibili su Amazon ma dal prossimo autunno anche su Netflix.
Ognuno leggerà libri diversi, vedrà film che non ha deciso nessuno si debbano vedere. Le strategie di marketing culturale si perderanno in mille rivoli strani.
L'atomizzazione della fruizione porterà a costruire mondi univoci, dove ognuno parlerà di quello che gli interessa, con se stesso o con un ristretto gruppo di riferimento. Con il vantaggio di una grande libertà e lo svantaggio di non avere più argomenti di conversazione condivisa.

CANZONE CONSIGLIATA: Good Guys, Mika.
Ci aggiriamo in mezzo a tanti miti, su di noi e gli altri, che non possiamo non sentirci sollevati quando qualcuno ci vede e ci accetta per quel che siamo.

#1LUGLIO #LOVEWINS

A Genova, al Festival delle Idee, il premier Matteo Renzi, intervistato da Ezio Mauro, direttore di Repubblica, ha confermato che presto il governo tornerà ad occuparsi dei diritti civili. Dovremmo essere contenti, mentre invece il mio primo sincero commento è stato: "Che barba!". Da quanti decenni ogni tanto si torna a discutere di una legge che consenta unioni civili che abbiano lo stesso valore, che assicuri gli stessi diritti e gli stessi doveri del matrimonio laico, anche tra due donne o due uomini? Da quanti decenni gli schieramenti sono sempre gli stessi e dicono le stesse cose, per scontrarsi e poi lasciar perdere perchè il Paese ha anche altre necessità impellenti? Nessuno pretende che questa unione venga celebrata in chiesa, a nessuno viene in mente di pretendere che la Chiesa l'approvi. In Italia il divorzio e l'interruzione di gravidanza e la procreazione assistita sono legali, anche se la Chiesa non può accettarli. E in questo senso mi viene in mente una mia amica molto cattolica che andò dal suo parroco a dirgli che voleva lasciare il marito odioso e si sentì rispondere: "Ognuno ha la sua croce e tutti la devono portare". Al che lei gli ha detto: "Guardi, me la porti lei che è il suo mestiere", e se n'è andata.
Allora si torna da capo, a girare attorno alla famiglia naturale che non esiste, essendo una convenzione di ordine sociale e procreativo che poi la Chiesa ha accolto e trasformato in sacramento: e una famiglia non può essere composta che da un uomo e da una donna, perchè è la loro unione fisica a permettere di continuare la specie.
Lo è o lo era? Oggi la scienza fa nascere bambini con un ovulo di donna, un seme di uomo e talvolta con un utero altro: domani chissà. Insomma, chiunque desideri un figlio può cercare di averlo: una coppia etero, una coppia di donne, una coppia di uomini. E temo di dover di nuovo sentir raccontae che i bambini devono crescere con una mamma e un papà: allora mi viene in mente quella mia compagna di classe delle elementari che ha perso la sua mamma a 4 anni e suo padre e la sua zia le sono bastate. Un'altra mia amica d'infanzia ha perso la mamma alla nascita e il padre le è bastato, anche prima che lui si risposasse.
Qualche settimana fa in Irlanda, nazione molto più cattolica dell'Italia, dove l'omosessualità non è più reato solo dal 1993, dove l'interruzione di gravidanza è ancora illegale, in un referendum sulle unioni tra persone dello stesso sesso il sì ha largamente vinto. La Chiesa irlandese non è direttamente intervenuta e solo dal Vaticano è arrivato un durissimo commento al risultato, da parte del segretario di Stato cardinale Parolin: "Una sconfitta per l'umanità".
E' ovvio che se fosse possibile anche in Italia un riconoscimento giuridico delle coppie non etero, si finirebbe finalmente per non parlarne più, e forse per ricorrervi sempre meno, dopo i primi entusiasmi: del resto tutti si stanno sposando sempre meno.
Nel dibattito o scontro o come volete chiamarlo che si ripresenterà in autunno, ci sarà, per fortuna, un nuovo elemento, per quanto stravagante, sostenuto da colti intellettuali esageratamente pro-gay. Secondo loro, se gli omosessuali potranno sposarsi, diventeranno "banali come essi non sono mai stati". A parte il fatto che in passato, obbligati a nascondersi, i grandi gay si sposavano ovviamente con una signora, vedi Oscar Wilde, e ancora oggi molti omosessuali che non si accettano mettono su famiglia, spesso rovinosa. Come scrive Pietro Citati sul Corriere della Sera, "mentre conquistano i propri diritti gli omosessuali pretendono di essere come gli altri, ciò che certo non sono: tanta è la singolarità di condizioni che li distingue. Questa è un'offesa a loro stessi: un'offesa alla loro vita quotidiana, una cancellazione dell'abisso e del fascino che li circonda".
Va bene: ma il fascino della creatività l'hanno pure gli etero, e allora perchè gay e lesbiche operaie medici, giornalisti, poliziotti, maestri, ministre eccetera devono essere diversi, e perchè non possono avere dirtti?

  CANZONE CONSIGLIATA: Monster, Mumford & Sons.
La musica può insegnarti tanto. Ascoltarla è come ingerire un'altra vita. 

#LAURAANTONELLI

Le scene più magiche di Amarcord, girato nel 1973 da Federico Fellini, sono quelle della nebbia.
La nebbia dell'inverno riminese, la nebbia sul mare al passaggio del transatlantico Rex, la vaga foschia quando i protagonisti ballano davanti a un Grand Hotel deserto. E le pianure brumose fotografate da Luigi Ghirri sono nella loro indeterminatezza, di una nitidezza meravigliosa.
Qualche mese fa, leggendo un libro sul grande maestro Henri Cartier-Bresson mi rendevo conto di quanto il fascino delle sue immagini fosse tutto nel movimento, nell'effetto sfocato di persone che entrano nell'immagine, che stanno camminando, o che stanno uscendo dall'inquadratura. Cartier-Bresson aveva detto una volta, con grande intelligenza che "la nitidezza è un concetto borghese".
Se aveva ragione lui, allora siamo in un'epoca decisamente borghese, perchè la nitidezza è diventata una condizione irrinunciabile del nostro modo di vedere e di pensare il mondo. Oggi la tecnologia 4K è ormai molto diffusa e alla portata di tutti. Da pochi mesi alcuni schermi di computer montano una nuova tecnologia 5K e l'8K, che renderà i nostri televisori ultradefiniti, è un traguardo non più così lontano. I nostri occhi si stanno abituando a una nitidezza impressionante, dove tutto è così reale, così intenso, così dettagliato da apparire come fosse vero, fino a provare a toccare le immagini per vedere se esistono.
Ma la nitidezza è un'invenzione culturale, non è un traguardo tecnologico. Non solo i sogni più intensi non sono nitidi, e non lo sono i film più poetici, e non lo sono i fotografi geniali. Ma la nitidezza viene scambiata il più delle volte come realtà, e il dettaglio come verità.
C'è un vecchio detto che dice: " da vicino nessuno è normale". Significa che se tu ti avvicini molto a qualcosa, scopri i suoi difetti, le sue ferite, le sue imprecisioni, tutto quello che ingrandisci troppo ti può apparire persino mostruoso. I pittori di un tempo per giudicare un quadro, che fosse il loro o di chiunque altro, si mettevano a debita distanza. La seduzione è fatta di luci soffuse e di immagini non troppo nitide, e i nostri ricordi più belli sono lontani dalla iperrealtà di questo mondo moderno.
Perchè allora inseguire il più possibile una nitidezza ossessiva nel restituire le immagini del mondo, che siano fotografie, video, o film? Perchè si scambia la nitidezza per l'esattezza. Si pensa che un'immagine è esatta quante più informazioni contiene. Per cui saper distinguere tutti i pori della pelle di un attore è un modo paragonabile al vederlo dal vero, riprodurre un muro scrostato fino al dettaglio più infinitesimale significa renderlo più esatto.
Ma l'esattezza non è esattamente questo. Giacomo Leopardi nei primi passi dello Zibaldone fa l'elogio della vaghezza. O meglio dell'indefinito, che sarebbe il contrario dell'esattezza. E Italo Calvino, nella sua terza lezione americana, dedicata proprio all'esattezza, fa notare che Leopardi da un lato elogia il vago, dall'altro è assai preciso nel descrivere le cose. Come se ci fosse una contraddizione in questo. Solo che stiamo parlando di letteratura, non di immagini. E la letteratura non resituisce la visione della realtà, ma alla realtà si sovrappone utilizzando le parole. Mentre le immagini hanno un continuo bisogno dell'indefinito, della vaghezza, del sogno, e di tutta una serie di suggestioni sfuggenti. Perchè siamo noi a completarle, e siamo noi a trovare negli spazi indefiniti emozioni e verità.
Le immagini spettacolari dei futuri schermi dei nostri computer, dei nostri tablet e dei nostri televisori non ci aiuteranno a capire che nitidezza e verità non vanno d'accordo. Che descrivere tutto quello che si vede, senza lasciare vuoti e immaginazione, è noioso; e che riuscire a distinguere anche l'ultima crepa di una statua non è un modo per apprezzarla al meglio, e che Cartier-Bresson, Ghirri e Fellini avevano ragione. La nitidezza è un concetto borghese. Uno status quo, un'immaginazione spenta, un sogno fastidioso. Eppure tutti inseguono questa falsa realtà che ci stupisce, ci rimbambisce, e toglie verità alle nostre vite.


   CANZONE CONSIGLIATA: Hide and Seek, Imogen Heap + Laura, Simone Cristicchi.
Cara Laura, forse è vero: è tutta colpa dell'amore che riavvolgerà il destino. Riscrivendoci il copione. 
Ma in ogni fotogramma resti sempre la più bella, lo diceva anche nonno. 
Mentre scorrono veloci i titoli di coda vorrei dirti che non è ancora troppo tardi per riavere la tua vita. 
Ora che sei libera e cammini lontano da qui e da noi, se puoi, salutami il mio nonno.

#CATFISH

Quando senti tutto ma non capisci niente, avresti una voglia pazza di vivere ma la paura è di più e allora pur di non prenderla in faccia, la vita, ti metti sdraiata, quando, in una parola, sei adolescente, ci vuole qualcuno che garantisca che passerà. Passerà l'adolescenza, certo: ma soprattutto passerà la paura.
"Come posso spingere mio figlio a leggere?". E' la domanda che più spesso mi viene rivolta, da genitori, amici e parenti. Ma in realtà (si) chiedono: come possiamo spingerli a vivere?
Ci vuole qualcuno, appunto.
L'ho realizzato al funerale della mia professoressa di italiano delle scuole medie che, dopo aver vissuto rumorosamente per 37 anni, silenziosamente, una mattina di tanti anni fa, se ne è andata.
Era una supplente e faceva anche l'educatrice, ma non ho mai messo bene a fuoco che lavoro facesse. Si occupava di relazioni, ecco: però nel senso più profondo dell'espressione. Aveva delle sopracciglia esagerate, urlava anche quando ascoltava, si comportava come le veniva, attenta esclusivamente a non fare del male a nessuno. Era questa l'unica regola. Per il resto niente regole: non esistevano i divieti in classe, in gita, non esistevano orari, non esisteva il come vestirsi, non esisteva il come comportarsi. Esisteva solo esistere.
Naturalmente non si era mai sposata e non aveva figli. Eppure quel giorno eravamo in tantissimi a sentirci orfani: perchè ogni giorno lei portava con sè in classe la storia di qualcuno. Se erano ragazzi disturbati, tanto meglio: lei ce l'avrebbe fatta. Li avrebbe salvati da loro stessi. Li avrebbe convinti che tanto valeva vivere, anzichè spendere tutte quelle energie per evitare di farlo.
Era l'estate del 2003 quando decisi di andare a trovarla nella sua "tribù", come lei chiamava simpaticamente la casa-famiglia dove lavorava. Avevo 16 anni, mangiavo poco e mi nascondevo in orrendi camicioni indiani di tre taglie più grandi. Fu una terapia d'urto, quella di Cristina: una mattina, al risveglio, tutti i camicioni erano finiti nell'immondizia. Terrorizzata dal mostrare il mio corpo perfino allo specchio, fui costretta a girare per la casa-famiglia in bikini. Da lì comincio, inesorabile, la mia guarigione. Basta così poco, allora? Vi chiederete, genitori, professori e sconosciuti che inciampiate in questo blog. Basta buttarle i camicioni indiani, basta buttargli l'iPhone, basta buttargli le cartine, basta scaraventargli il letto dalla finestra? Certo che no. Per eliminare l'arma con cui un adolescente crede di difendersi e invece si fa del male, bisogna regalargli una lusinga ancora più potente: l'accoglienza coraggiosa e piena della sua identità.
Cristina, con i suoi figli-non-figli, soprattutto si divertiva. Non era allarmata dalle loro stranezze: era curiosa.
Le interessava che noi alunni pensassimo con la nostra testa, ci emozionassimo con il nostro cuore e non prendessimo in prestito da altri le nostre idee. Più quelle idee erano originali, più alle orecchie degli adulti che ci circondavano sarebbero suonate come enormi cazzate, più lei le tifava. E senza dircelo, ci diceva di puntare tutto lì.
Non credo che sarei mai diventata una scrittrice, se in quel lontano anno e in quella lontana estate Cristina, vagabondando per le scuole di tutta la Lombardia con i suoi occhiali rossi e la sua pancia prepotente, non mi avesse dimostrato che nessuno è giusto, nessuno è sbagliato. Ognuno è semplicemente fatto com'è fatto.
Genitori e professori: se farete come lei, che genitore non era e professoressa lo era quasi per caso, ci riuscirete. Non farete alzare i vostri sdraiati, farete molto di più. Li aiuterete a trovare una posizione, per stare nel mondo anzichè subirlo, loro e solo loro. Dunque perfetta.


   CANZONI CONSIGLIATE: Songbird, Oasis + Vivere la vita, Alessandro Mannarino. 
La musica e i libri non servono a farci vivere altre vite, ma a farci riconoscere le nostre, quelle che abbiamo dentro. 

#WMA15

Capita di non dormire, la notte.
A me è successo di recente perchè mi trovavo in albergo, la stanza sopra un locale alla moda con gente in strada, bicchiere di birra in mano, a parlare di chissà cosa.
Allora mi sono vestita e sono scesa ad ascoltare meglio quello che mi giungeva come un brusio indistinto e fastidioso, tra i rumori dei motorini e i clacson delle auto. Mi sono improvvisata antropologa del "popolo della notte".
Immersa in una massa di giovani con la caratteristica dei giovani di oggi: quella di avere un'età estremamente elastica (come elastico è il mondo che ci circonda) tra i venti e i cinquant'anni. La prima frase che ho sentito, detta da un elegante quarantenne ad un'amica, è stata "Alla fine mi ha tolto l'amicizia su Facebook". La conversazione continuava su questioni personali che non c'è motivo di riportare qui, e che io stessa stento a ricordare. Ma è stata l'inizio di una strana esperienza. Tutti i dialoghi che intercettavo avevano a che fare con Facebook. O perlomeno, Facebook in qualche modo faceva capolino nei discorsi.
Quando Mark Zuckerberg, solo una decina di anni fa, divenne famosissimo e ricchissimo per lo straordinario impatto sociale del suo nuovo social, nessuno e nemmeno lui stesso nascose quanto il "Libro delle facce" (traduciamolo così) si proponesse innanzitutto come strategia telematica per "rimorchiare". "
"Rimorchiare", significa poi, nello sviluppo dei fatti, un sacco di cose: intessere relazioni, vederle trasformare e morire. Ma oltre al rimorchio c'è un'altra funzione, parimenti importante, che è quella di registrare la nostra rete di relazioni, il suo andamento. A un paio di lustri dal suo esordio, Facebook è diventato modalità soverchiante del nostro, avrebbe detto un noto filosofo dello scorso secolo, "essere nel mondo".
Tornando alla notte da cui ero partita, rievocando me sola in mezzo a una massa di persone parcheggiate in mezzo alla strada, mi sono sentita improvvisamente sola. Più sola del solito. Più sola di una persona che sta semplicemente da sola, in una sorta di solitudine collettiva, da "decentramento antropologico".
Tutti in strada, a fare le ore piccole per parlare di quello che succede "là". Un "là indefinito" e onnipervasivo, dove ci si incontra con estrema facilità e con estrema facilità ci si abbandona. In una specie di mondo rovesciato, ho avuto l'impressione di essere, assieme a tutti, fuori luogo, a commentare quello che avviene nel "mondo reale odierno", che è piuttosto nei computer, nei tablet e nel telefonini di (quasi) tutti. Un senso di spaesamento...Viviamo dunque in un mondo in cui siamo perennemente connessi (e ne viviamo la prepotente invasività ogni volta che un social, per manutenzione o chissà cosa, "salta" per qualche ora, creando piccoli panici mondiali).
Ma mi sono chiesta quanto poi, nel frattempo, siamo effettivamente inter-connessi. La differenza, grammaticalmente, sta in un prefisso. Nei fatti, in una delle grandi sfide del nostro tempo: cosa succede se ci incontriamo nel mondo reale più che altro per commentare quello che facciamo in quello virtuale?


   CANZONI CONSIGLIATE: Canzone delle osterie di Fuori Porta, Francesco Guccini + Un guanto, Francesco De Gregori. 
La Storia della poesia italiana che si fa canzone.

#CANNES2015

"Che bambine smarrite e ormai pure marcie siamo", sospiro al classico pranzo domenicale fra Senza Famiglia. Siamo i soliti sette a cui chi segue questo blog potrebbe cominciare ad affezionarsi. C'è il Riflessivo, c'è l'Intensa, la Luminosa, il Vorrei Essere Jessie J, l'Amazzone, l'Ex Fidanzato e ci sono io. La Guastafeste.
Tanto Guastafeste che, anzichè godere del pollo al curry che ha preparato l'Intensa e di questa strampalata primavera, punto l'attenzione su di noi.
"Perchè dici così?", abbocca subito all'amo il Riflessivo.
"Perchè vi osservavo, ci osservavo. E mi chiedevo se troveranno mai pace, persone sbrindellate come noi".
"In effetti, dovete ammetterlo: alla vostra età quasi tutti hanno un posto da chiamare casa e hanno formato una famiglia", sentenzia Vorrei Essere Jessie J.
"Perchè ti chiami fuori, scusa?" gli chiediamo tutti, più o meno in coro.
"Perchè io voglio essere fantastico, mica innamorato e felice": Lui.
"Parli da uomo ferito, e lo sai": la Guastafeste.
"Stronza": l'Ex Fidanzato.
"Eccerto, secondo te è sempre meglio dirsi bugie e avallare quelle degli altri, per quieto vivere": la Guastafeste.
"Sentite", interviene per fortuna, l'Amazzone, "ognuno di noi, a modo suo, ci ha provato. Forse abbiamo fallito. Ma forse invece le cose semplicemente finiscono. Senz'altro però i nostri trent'anni, o giù di lì, sono pieni di strappi, di bruciature".
Tocca all'Intensa: "Ogni separazione con l'altro ci ha separato un pò anche dentro, non siamo più un blocco unico, siamo tanti pezzi. Siamo a pezzi".
Ce l'ho fatta: ho rovinato questa bella domenica.
"Eppure", dice la Luminosa. E d'istinto ci aggrappiamo a quell'eppure: "Avete mai sentito parlare del kintsugi?".
No. Ma la Luminosa, che colleziona corsi improbabili, da qualche settimana ne frequenta uno di ceramica giapponese. Dove ha scoperto il kintsugi. Altrimenti detta l'antica arte dell'irreparabile bellezza. Un vaso cade e si frantuma? Perfetto: " Dimostra solo la natura di ogni cosa, di ogni persona".
Tutti, fosse solo vivendo, ogni giorno ci ammacchiamo un pò, tutti potenzialmente "siamo a pezzi": ma non è che a quel punto il gioco finisce. Anzi. Il gioco comincia. Perchè, grazie al kintsugi, gli artigiani giapponesi rinsaldano con la lacca gli utensili spaccati, poi riempiono i punti di rottura con oro liquido, o in polvere, così che un piatto o un vaso non si limiti a tornare ad essere se stesso: ma diventi molto, molto più prezioso e trovi davvero la possibilità di essere un oggetto unico, forte di quelle crepe, forte di quelle fragilità evidenziate dall'oro.
Rimaniamo in silenzio, ognuno a tu per tu con le sue cicatrici, con le rughe che ha attorno agli occhi e al cuore. Ma soprattutto con la possibilità di rendere onore a quelle cicatrici, a quelle rughe.
Guardo l'Ex Fidanzato e mi chiedo se anche io come lui avrei potuto occuparmi con più cura delle nostre sbeccature, ma la sua presenza a questo pranzo, tutto sommato, già mi sembra un tentativo, magari goffo, di kintsugi. Poi il pensiero, inevitabilmente, spazia.
Anzichè rottamare, divorziare, rimuovere, ficcare polvere e cocci sotto al tappeto, ed essere quindi destinati a ripetere le stesse cazzate, a cadere negli stessi tranelli del nostro incoscio e a rompere di nuovo nell'esatto punto in cui ci siamo già rotti: non sarebbe più giusto provarci tutti, come individui, come famiglie e come società, a ripararci con l'oro?
Certo che sì. Certo che sarebbe più giusto.
Perchè, semplicemente, in armonia con la natura di ogni cosa, di ogni cosa, di ogni persona.


   CANZONE CONSIGLIATA: We found love, cover di #JessieJ. 
Questo è un tempo in cui le categorie aiutano le persone a semplificare i sentimenti, come se i sentimenti fossero materia semplice. 


La Jù.

#POPSTORY

Il cappuccino, non so perchè, lo fanno tiepido. Il cappuccino è caldo, dovrebbe essere caldo, ma è sempre invariabilmente tiepido. Per averlo caldo dovrei dire "un cappuccino caldo"; ma una frase del genere non è sufficiente, non basta affatto, perchè stai semplicemente dicendo che vuoi il cappuccino come si fa di solito e non quello freddo. Ma il cappuccino come si fa di solito, quello caldo, lo fanno tiepido.
Allora, la formula che si usa più frequentemente è "un cappuccino bollente". Questo dovrebbe essere chiarificatore, e lo è. E infatti anche io, come quasi tutti, ho adoperato questa formula, per un pò. Ma non si sa perchè, questa frase dà sui nervi al barista. Soprattutto, quando dici "bollente", si incazza.
Ti guarda negli occhi con aria di sfida. Vuole dimostrare che tu il cappuccino bollente non lo riuscirai a bere, e allora lui adesso te lo fa davvero bollente, così vediamo. E infatti lo fa ancora più bollente di quanto tu possa immaginarlo, in modo che tu non solo non riesci a berlo, ma non riesci nemmeno ad avvicinare le labbra alla tazza, e se lo fai ti ustioni. Intanto, il cameriere ti guarda molto soddisfatto. Come se volesse dire: adesso voglio vedere se romperai più il cazzo tu e 'sto cappuccino bollente. Quindi la volta successiva non lo chiedi bollente, e ti danno il cappuccino tiepido, che per loro è caldo. Non se ne esce.
La formula che alla fine, dopo vari tentativi, ho trovato, è: "Un cappuccino ben caldo", sottolineando quel ben, ma in modo non eccessivo, non tronfio, un pò timido, altrimenti il barista si innervosisce anche qui e dice: adesso te lo faccio vedere io se è ben caldo o no.
E' evidente però che con questa frase stai dicendo che non lo vuoi tiepido e non lo chiedi bollente. E' una formula anche un pò goffa da dire, ma che può funzionare. Quando funziona sono felice: ma anche questa funziona solo qualche volta.
Ho un innaturale e morboso attaccamento al tubetto del mio dentrificio. Una specie di fedeltà, che sulle prime è rivolta al tipo di dentrificio, ma poi si trasferisce sul singolo tubetto. Anche perchè non è stato semplice scegliere questo tubetto di dentrificio al supermercato.
Sono tutti così incoraggianti, risolutivi: quello che c'è scritto a proposito di carie, gengive, sbiancanti, placca è esattamente quello che ti serve e che risolverà per sempre la questione dei tuoi denti.
Però, ad un certo punto, bisogna scegliere. Ed è difficilissimo. Sai che se risolvi la placca non risolvi il sanguinamento delle gengive, se risolvi lo sbiancamento perdi di vista le carie...E così, quando ne scegli uno, sai che hai perso tante altre possibilità di guarigione definitiva. Quindi, ti affezioni morbosamente a quello che hai scelto, per convincerti che è quello giusto.
Il mistero intimo comincia a materializzarsi man mano che il dentrificio si consuma.
Pur avendo il suo sostituto già pronto nell'armadietto accanto allo specchio, il mio legame con lo specifico tubetto si fa morboso nel momento in cui la quantità di dentrificio all'interno va verso la fine. L'atteggiamento che ho si fa ossessivo. Il rapporto tra me e il dentrificio diventa una sfida, comincio a premere il tubetto nei modi più improbabili in attesa che venga fuori una piccola quantità, come se passare a quello nuovo, a un altro, fosse impensabile. Faccio finta che sia per non sprecare, ma la verità è che non riesco a staccarmi dal mio tubetto, e per questo motivo lo spremo, lo piego, torco, accartoccio - tutto, pur di non abbandonarlo per sempre. Ogni mattina in cui bisogna rassegnarsi al cambio, come Rossella O'Hara afferro il nostro tubetto pronunciando il mio "domani è un altro giorno", comincio a torturarlo per amore, per rimandare a domani la sua fine.
Un atto di fedeltà che probabilmente trascuro per il resto della giornata nei confronti degli esseri umani.
Stamattina alla fine mi sono arresa, e ho preso dall'armadietto il dentrificio nuovo.  


   CANZONE CONSIGLIATA: Tutto l'oro del mondo, #Noemi. 
Le sottrazioni d'amore non hanno mai prestito. E se la forza nasce dal perdono, allora io credo nel perdono.



#DIMARTEDI

C'è chi dice che l'amore sia per natura un tiranno.
E che sia normale, quando si ama, sottomersi a una forza dispotica che imprigiona dal di dentro, cancellando ogni separazione tra sè e l'altro.
Ma di quale amore stiamo parlando? Che rapporto può esserci tra amore e tirannia?
In realtà, nessuno. A meno di non ridurre l'amore a un sentimento patologico fatto di sottomissione e gelosia, annullamento di sè e sacrificio dell'altro. Un sentimento, cioè, che con l'amore-riconoscimento-libertà non c'entra niente.
Non perchè ognuno debba sentirsi libero di fare tutto ciò che gli passa per la mente, come se l'altro non esistesse. Quando si vive con un'altra persona, è la stessa presenza che ci limita: una parola che contrasta il silenzio, uno sguardo che chiede accoglienza, un gesto che vuole conforto.
Semplicemente perchè non c'è amore senza libertà di essere come si è; e quindi senza bisogno di sforzarsi, di cambiare, di correggersi. Insomma, il contrario della tirannia. Ossia di tutta quella serie di atteggiamenti che, in nome dell'amore, ci impediscono di essere noi stessi, costringendoci a recitare un ruolo che non ci appartiene.
Pensiamo all'amore dei genitori. Chi ama veramente i figli? Coloro che proiettano su di loro una determinata immagine, aspettandosi che i bimbi si conformino alle proprie aspettative, oppure quella madre e quel padre che riconoscono l'alterità dei figli e che non impongono loro alcun modello rigido di identificazione?
Io non ho dubbi. Solo chi prende sul serio la presenza altrui - fatta talvolta di dissenso, talvolta di domande scomode, talvolta anche di capricci - ama veramente. Anche semplicemente perchè prendere sul serio l'altro e accettarlo per come è non è mai facile. Anzi.
Per riuscire a farlo, a volte è necessario essere capaci di mettersi tra parentesi, senza lasciarci destabilizzare da scelte che non si sarebbero mai fatte, da parole che non si sarebbero mai pronunciate, da modi di comportarsi o pensare che possono essere lontani mille miglia dai propri. E quindi anche "lasciar stare", "lasciare andare", "lasciare fare", "lasciare esistere".
Semplicemente "lasciare". Che è l'esatto contrario del controllo e della tirannia.
Certo, quando ci si ama si devono a volte trovare compromessi. "Mettersi un punto in bocca", come dice mia nonna, perchè spesso la voglia di contraddire o dire di "no" è forte. Ma talvolta è proprio "lasciando fare" che si permette all'altro di starci liberamente accanto.
Non c'è amore senza la consapevolezza che l'altro non ci apparterrà mai completamente, esattamente come noi non gli apparterremo mai del tutto. Anche se a forza di condividere il presente ci si accorge che è proprio accanto a "lui" o a "lei" che ci si sente riconosciuti, accettati, accolti. Anche se a volte si è insopportabili, e proprio non si capisce come l'altro possa lasciar correre le nostre manie e le nostre ansie.
Altro che tirannia allora. Altro che ripudio d'indipendenza e sacrificio.
L'amore regala libertà. La libertà di non fingere. La libertà di essere fragili. Talvolta anche la libertà di essere rompiballe.
Lei che ti dice "ti amo" anche quando avresti solo voglia di scomparire.
Io che rispondo "non è vero" anche quando quelle parole mi danno la forza di continuare.
Lei che replica "sei sempre la solita spiritosa".
Io che faccio "no" con la testa.
E poi tutto da capo. Prima di sorridere e di ricominciare.
Liberi, appunto.


   CANZONI CONSIGLIATE:  Universi paralleli, Emanuele Dabbono + Romanzo storico, Erica Mou.
Due Amici che mi incoraggiano sempre, che a volte mi sfidano, spesso mi ascoltano. 
A chi l'amore lo sa dare e a quelli che sanno riceverlo. 


#TUTTOACCESO

Il drin del telefono, il bip della segreteria, il brum brum del motore.
Nel corso della storia abbiamo sempre trovato parolette, spesso onomatopeiche, per descrivere, e quindi esorcizzare, la nostra interazione con le macchine. E più inquietanti queste sono, più l'onomatopea sarà leziosa - e viceversa.
Tutto questo non è mai stato tanto vero come oggi, con il ping, l'onomatopea dell'era hi-tech. Ubiquo ma modesto, minimale ma ostinato, il ping è un fascio di contraddizioni. Rimanda il gioco del ping pong, analogicissimo, ma anche alle scatole nere degli aerei. I pionieri dell'Internet descrissero con "ping" il modo, l'istante in cui un computer chiede al server se è online (la prima connessione, "pong" ovviamente la risposta). E fa ping il lander Philae, che lo scorso autunno, staccatosi dalla sonda Rosetta, atterrava sulla cometa 67P/ Churyumov- Gerasimenko.
Secondo l'Oxford English Dictionary , il termine "ping" è stato usato per la prima volta nel 1833, per indicare un suono acuto e inaspettato, come il fischio di un proiettile. Ma è con la Seconda guerra mondiale che il ping conquista la moderna accezione di suono elettronico: col sonar. Usato sulle navi da guerra per individuare i sottomarini dei nemici - e non a caso, nello slang della marina Usa, l'addetto al sonar si chiamava "ping man". E' allora che nasce la domanda implicita del ping: "Dove sei?", "Sei lì?", "Ci sei?".
"Non era un sistema perfetto", chiosa il New York Magazine, che alla storia del ping aveva dedicato un lungo articolo: "Balene, correnti oceaniche, campane di bordo, venivano scambiate di continuo per sottomarini". Molti anni dopo, durante un'altra guerra, questa senza conflitti militari, e su un sottomarino più avanzato, Sean Connery chiederà al suo vice in Caccia a ottobre rosso "one ping only", un impulso singolo, per confermare a Jack Ryan la volontà di disertare, e chiedergli aiuto. Tom Clancy, dal cui bestseller del 1984 era stato tratto il film, aveva già capito tutto.
Perchè il ping è il nostro disperato bisogno di contatto. Ed è ironico e appropriato insieme che l'onomatopea dell'alta tecnologia, quella che meno sembra dipendere dall'uomo, più di ogni atra indichi connessione umana. E se in tempo di guerra era foriero di minaccia, oggi, quando cade un aereo, il ping è l'ultima speranza dei dispersi. Gli incidenti di Los Roques, dei due voli malesi: per tutti, la marina americana ha usato il towed pinger locator, robot subacqueo atto a captare il ping d'emergenza di un velivolo precipitato in mare. Negli ospedali, poi, il ping delle macchine che monitorano i parametri biomedici rassicura che il paziente è ancora in vita. Forma di comunicazione il cui contenuto è una preghiera. "Per favore, rispondi", implora il ping. "Io sono qui". Richiesta e affermazione di esistenza.
C.S Lewis diceva che leggiamo per sapere di non essere soli: per lo stesso motivo oggi facciamo ping.
Come spesso accade, poi, col gergo dell'hitech, anche il ping è entrato nel linguaggio quotidiano.
Il web magazine Slate, nella rubrica sull'evoluzione lessicale, ricorda che nell'Urban Dictionary, il primo uso dell'inglese "ping me" in luogo di "contattami" risale al 2004. Oggi che non ci parliamo quasi più, che una relazione si consuma tra una stellina e un cuoricino, quell'uso è dappertutto. Interazione scarna e minimamente impegnativa, vaga ma graziosa. Una sorta di emoji orale.
Siamo affamati di contatto umano ma ci spaventa più di quello con le macchine, così lo infiocchettiamo. Il ping, lo scambio più piccolo possibile ma "aperto", cattura l'ambiguità dei rapporti moderni.
Certo, alla fine tutto smette di fare ping. Lo scenario peggiore, per un aereo disperso e per noi, è il silenzio. Il rischio che non ci sia nulla da sentire, o che, quando siamo noi stessi a fare ping, nessuno ad ascoltarci.
Il suono, al contrario, è speranza. Il ping, osserva il New York Mag, è fiducioso. In semplici impulsi elettrici esprime i nostri impulsi umani più profondi. Dice, "C'è qualcuno là fuori?". E, "Resisti, ti troverò".

      CANZONE CONSIGLIATA: Angoli di cielo, Tiromancino. 
Perchè il silenzio di certi cuori, ha un suono bellissimo. 


La Jù.