L'ultimo ricordo che ho di mio nonno è quello dell'ultima domenica mattina passata insieme. La data l'ho ricostruita grazie all'agenda olandese. Mia nonna conserva ancora il cappello di quella domenica. E' piccolo, ma si intuisce il colore grigio screziato di nero. Lo tiene in un cassettone, insieme alle lettere che lui le scriveva dal fronte.
Di quella mattina non ne ho mai parlato con nessuno. Dopo essermelo tenuta per me per anni, il ricordo di mio nonno è un ricordo fortissimo. è una bellissima sensazione. C'è una folla, una strada, una banda musicale. Io ero mano nella mano con mio nonno, ero un pò spaventata dalla calca e dal rumore, ma ero incredibilmente attratta dalla grande apertura di un trombone. Lui mi chiese se volevo toccarlo, ero timida, e poi nessuno si avvicinava, la gente stava tutta lungo il bordo della strada, ad assistere alla sfilata. Nessuno superava la linea immaginaria. Lui invece scavalcò qualcosa, superò delle transenne, io mi attaccai al suo braccio, lui mi stringeva la mano, io avevo timore, sentivo che stavamo facendo qualcosa fuori dalle regole, ma lui mi dava fiducia. Ci avvicinammo alla banda, lui parlò con qualcuno, chiese qualcosa, si piegò sul trombone e me lo fece toccare, solo per un attimo. Tornammo indietro, io ero felice, mi sentivo ancora più grande, forte, orgogliosa di stare mano nella mano con lui, mi sembrava avessimo fatto una cosa grandissima. Non avevo più paura della folla, mi sembrava tutto solare e caldo. Era una sensazione fortissima, che sento ancora oggi, viva, netta, pulita. Una sensazione di pienezza. Ci ho pensato tante volte, in questo mese, nella calca degli aeroporti, al lavoro, a Doha davanti ai grattacieli illuminati, mentre la gente correva veloce a casa, mentre l'aereo decollava per riportarmi a casa, o durante le notti insonni.
Ho sentito quella sensazione calda e ho pensato a lui. E' l'eredità che mi ha lasciato. Mi ha regalato la tranquillità in mezzo al disordine, una specie di pace che mi prende quando tutto intorno accellera, più accelera e più dentro di me le cose si fermano, si chiarificano, sembrano semplici.
Era solo una banda di Alpini, ma me la porto dentro da quasi vent'anni.
Quando ho finito di raccontare, mia nonna ha sorriso e scuotendo la testa mi ha detto: " Non è possibile che ti ricordi...ma perchè non me l'hai mai detto? Per giorni non hai fatto altro che raccontare del trombone e bisognava sempre ascoltarti da capo, raccontavi che l'avevi toccato. E' incredibile che ti sia rimasto il ricordo".
Da quasi due mesi oscillo tra il ricordo di mio nonno e una sorda voglia di prendere tutto a calci. Quando i miei genitori mi hanno buttato fuori di casa ero scossa, non riuscivo a trovare un centro di me, un punto fermo a cui agganciarmi. Poi mi è venuta l'idea di andare in montagna, di cercare quel luogo in cima alla valle dove il nonno mi aveva insegnato ad ascoltare i rumori della natura.
Di fronte a un lago ghicciato si fermò, si sistemò il cappellino di lana grezza, si tolse i guanti e mise in bocca una caramella al rabarbaro Baratti, una di quelle che teneva sempre in tasca. Poi cominciò a parlarmi e capii che tutte le lezioni avevano un solo fine, portarmi in quel punto.
Quando mio nonno morì io lo cercai per molto tempo. Poi, un giorno che ero lì da sola, l'ho trovato e ogni volta che torno lo sento. Ferma con gli occhi fissi sul lago ghiacciato prima trovai il nonno, poi il mio ex fidanzato. Rimasi ad ascoltarli a lungo e sentii che era giusto guardare avanti, camminare, impegnarsi per voltare pagina. Dovevo portarli con me nel mondo, non umiliarli nei pettegolezzi e nella rabbia, così non li avrei traditi. Bisognava scommettere tutto sull'amore per la vita.
Non ho più cambiato idea.
Il solito enorme bacione a tutti.
Jù.
Incontri, sensazioni, appunti e aria di città mentre sono impegnata in altri progetti. Convinta che se Beethoven era sordo, Shakespeare era un altro, Chaplin non aveva i baffi, Einstein fu bocciato e Monet era daltonico, siamo tutti passeggeri di un viaggio che resta.
ESCO A FARE DUE PASSI
C'è un momento in cui ti rendi conto che l'esperienza non serve a niente.
A quasi ventisei anni puoi ripercorrere infinite volte la tua carta dei personali sentieri di vita, senza capirci più nulla. Puoi cercare affannosamente una guida "esperta" nei film e nei libri e finire con il dare ragione al protagonista di "Un uomo solo": "
Se sono diventato più saggio? Semmai sono diventato più stupido, anzi divento sempre più stupido, è un fatto.
E ci rimani male perchè non capisci come mai proprio quella strana e poco desiderata saggezza che ti è improvvisamente piombata addosso un pigro martedì sera agisca da balsamo rigenerante in tutti i settori della tua vita.
C'è un momento in cui pensi che le cose sarebbero andate meglio se fin da piccola avessi avuto il coraggio di dirle subito, le cose. Se non ti fossi sentita troppe volte una bugiarda, come alcune persone della tua famiglia.
Danni collaterali: una sentinella interiore che ha intimato l'altolà ogni volta che potevo anche solo lontanamente sentirmi sincera nei confronti dei miei genitori, lasciando spazio ai nì, alle ambiguità. Un altoparlante nelle orecchie che mi urlava : "Ma che diavolo stai combinando?"
Insomma, come sos non era male e per un pò è servito. Ma poi che cosa è successo?
Quel grido d'aiuto è diventato un ronzio di fondo e poi è sparito, e di nuovo sono rimasta lì a perseverare negli stessi errori.
Errori che fanno tutti, mi raccontavo, di quelli che possono capitare. O forse no. Con il kit completo di tutti gli accessori: sensi di colpa, improvvisi senso di vuoto, gigantesco senso di vergogna sociale, graduale senso di stupidità per non aver saputo dirsela tutta e dirsela prima su: vita insieme, famiglia, sesso, bambini, mutui ipotecari, cani e station wagon. E soprattutto per aver lasciato che il prezzo da pagare per entrambe le parti diventasse troppo alto, mentre forse si poteva rateizzare il dolore.
Ci sono momenti come questo in cui non posso non sorridere per essermi affidata alla "cura" della confraternita femminile: della pattuglia rosa, delle amiche, delle cene per sole donne, delle donne che valutano, sanzionano e sfottono un pò. Un rito collettivo, tardo adolescienziale, con battute, risate, film, caramelle, qualche programma in tv.
C'è un momento come questo di questa sera in cui cerco risposte ovunque tranne che dentro di me. La smania, il bisogno di armonia, di perfezione vitale, di incastro preciso, di stima, mi hanno portato a seguire questa strada su cui fare fitte liste di dettagli, le cose che vanno, quelle che non vanno, quelle che mi accomunano a... e quelle che invece ci allontanano, i valori trasmessi. A volte sono costretta a fermarmi come spesso mi succedeva alle superiori con le equazioni di secondo grado.
Mancano un pò di variabili e mi rendo conto che la variabile principale, a volte, sono io.
Ci sono momenti come questo in cui penso che forse avrei potuto fare diversamente e altre volte in cui ho il sospetto fondato che questi pensieri siano delle trappole tese da qualche parte dispettosa del mio cervello che ama sempre giocare con i rimpianti, come se ci fosse un'anomalia nell'archiviazione dei miei file emozionali. Un virus che rimuove i brutti ricordi e salva solo quelli belli, immagini sbiadite e allegre.
E, infine, c'è questo momento in cui, durante un sabato sera di gennaio, mi trovo nell'esatta posizione sognata per anni e mi rendo conto che ci sono più sprazzi di sereno e felicità qui, in questa imperfezione di casa in affitto che in tutti i sogni effimeri di tardo adolescente nei quali mi sono avviata per quasi ventisei anni.
Capisco che la sfida è lottare per vederli sempre, questi sprazzi di luce.
E allora, anche l'esperienza non serve, so che ora sono libera, questa volta per sempre.
Il Solito Enorme Bacione a tutti.
Jù.
A quasi ventisei anni puoi ripercorrere infinite volte la tua carta dei personali sentieri di vita, senza capirci più nulla. Puoi cercare affannosamente una guida "esperta" nei film e nei libri e finire con il dare ragione al protagonista di "Un uomo solo": "
Se sono diventato più saggio? Semmai sono diventato più stupido, anzi divento sempre più stupido, è un fatto.
E ci rimani male perchè non capisci come mai proprio quella strana e poco desiderata saggezza che ti è improvvisamente piombata addosso un pigro martedì sera agisca da balsamo rigenerante in tutti i settori della tua vita.
C'è un momento in cui pensi che le cose sarebbero andate meglio se fin da piccola avessi avuto il coraggio di dirle subito, le cose. Se non ti fossi sentita troppe volte una bugiarda, come alcune persone della tua famiglia.
Danni collaterali: una sentinella interiore che ha intimato l'altolà ogni volta che potevo anche solo lontanamente sentirmi sincera nei confronti dei miei genitori, lasciando spazio ai nì, alle ambiguità. Un altoparlante nelle orecchie che mi urlava : "Ma che diavolo stai combinando?"
Insomma, come sos non era male e per un pò è servito. Ma poi che cosa è successo?
Quel grido d'aiuto è diventato un ronzio di fondo e poi è sparito, e di nuovo sono rimasta lì a perseverare negli stessi errori.
Errori che fanno tutti, mi raccontavo, di quelli che possono capitare. O forse no. Con il kit completo di tutti gli accessori: sensi di colpa, improvvisi senso di vuoto, gigantesco senso di vergogna sociale, graduale senso di stupidità per non aver saputo dirsela tutta e dirsela prima su: vita insieme, famiglia, sesso, bambini, mutui ipotecari, cani e station wagon. E soprattutto per aver lasciato che il prezzo da pagare per entrambe le parti diventasse troppo alto, mentre forse si poteva rateizzare il dolore.
Ci sono momenti come questo in cui non posso non sorridere per essermi affidata alla "cura" della confraternita femminile: della pattuglia rosa, delle amiche, delle cene per sole donne, delle donne che valutano, sanzionano e sfottono un pò. Un rito collettivo, tardo adolescienziale, con battute, risate, film, caramelle, qualche programma in tv.
C'è un momento come questo di questa sera in cui cerco risposte ovunque tranne che dentro di me. La smania, il bisogno di armonia, di perfezione vitale, di incastro preciso, di stima, mi hanno portato a seguire questa strada su cui fare fitte liste di dettagli, le cose che vanno, quelle che non vanno, quelle che mi accomunano a... e quelle che invece ci allontanano, i valori trasmessi. A volte sono costretta a fermarmi come spesso mi succedeva alle superiori con le equazioni di secondo grado.
Mancano un pò di variabili e mi rendo conto che la variabile principale, a volte, sono io.
Ci sono momenti come questo in cui penso che forse avrei potuto fare diversamente e altre volte in cui ho il sospetto fondato che questi pensieri siano delle trappole tese da qualche parte dispettosa del mio cervello che ama sempre giocare con i rimpianti, come se ci fosse un'anomalia nell'archiviazione dei miei file emozionali. Un virus che rimuove i brutti ricordi e salva solo quelli belli, immagini sbiadite e allegre.
E, infine, c'è questo momento in cui, durante un sabato sera di gennaio, mi trovo nell'esatta posizione sognata per anni e mi rendo conto che ci sono più sprazzi di sereno e felicità qui, in questa imperfezione di casa in affitto che in tutti i sogni effimeri di tardo adolescente nei quali mi sono avviata per quasi ventisei anni.
Capisco che la sfida è lottare per vederli sempre, questi sprazzi di luce.
E allora, anche l'esperienza non serve, so che ora sono libera, questa volta per sempre.
Il Solito Enorme Bacione a tutti.
Jù.
50 SFUMATURE DI VERDE, BIANCO & ROSSO
Allora come stai, che mi racconti?
E' normale domandarselo tra amiche, specie se non ci si incontra da un pò. Eppure quando me l'ha chiesto Serena, che non vedevo da una mezza eternità, sono rimasta a bocca aperta, senza riuscire a rispondere, nemmeno fossi completamente impreparata all'interrogazione di fine anno con la mia severissima prof d'italiano del liceo. Non so come sto. Mi sento amareggiata. Arrabbiata. Esasperata. Spaesata. Non mi riconosco più nell'Italia che mi gira intorno, intrappolata tra crisi dell'economia e scandali della politica. Come un criceto che corre forsennato nella sua ruota, ma resta sempre lì. Fermo allo stesso punto.
Un'Italia dove 4 milioni e mezzo di famiglie non arrivano a fine mese. Dove il 35 per cento dei ragazzi tra i 15 e i 29 anni non studia, non ha un impiego e nemmeno lo cerca. Un'Italia vittima della corruzione: non passa giorno senza che un funzionario statale, un assessore regionale, un parlamentare finisca sotto inchiesta perchècoinvolto in casi di malaffare.
Mentre mi avviluppo in questi amari pensieri, mi capita sott'occhio un articolo di un mensile americano dal titolo "50 cose che gli Stati Uniti fanno meglio degli altri". Mi incuriosisco e inizio a leggerlo. Ci sono elencati i più svariati motivi di orgoglio: dall'hamburger ai film dei supereroi; dalla biondissima modella Kate Upton, icona della bellezza made in Usa, al politico 88enne Bob Dole, sopravvissuto alla seconda guerra mondiale, alle sconfitte elettorali, al cancro e per questo simbolo dell'America che non si arrende.
"Quello che vogliamo dire" conclude il pezzo " è che la crisi sta sopra le nostre teste, però noi non dobbiamo dimenticare tutte le cose che siamo bravissimi a fare".
Bella impresa trovare qualcosa in cui noi italiani siamo migliori di altri, mi dico con un misto di disincanto e scetticismo. Ma più ci ripenso, più mi sembra giusto provarci. E così, in uno slancio di ottimismo della ragione, decido di "copiare" l'idea e di cercare le 50 ragioni per cui dobbiamo essere fieri del nostro paese. Nonostante la crisi, nonostante gli scandali. Ve le elenco in ordine sparso, a mano a mano che mi vengono in mente:
1. Mario Balotelli (se perfino Time lo ha messo in copertina, vogliamo non esserne orgogliosi noi?)
2. Rita Levi Montalcini.
3. Falcone e Borsellino.
4. La Cappella Sistina di Michelangelo.
5. La Nutella.
6. I partigiani.
7. La Divina Commedia.
8. Roberto Benigni.
9. Le lotte femminili per il divorzio, l'aborto e la fecondazione assistita.
10. Leonardo Da Vinci.
11. La moda.
12. Renzo Piano.
13. Valentina Vezzali.
14. L'articolo 1 della nostra Costituzione.
15. Susanna Camusso.
16. Il Gattopardo, libro e film.
17. L'Infinito di Leopardi.
18. Papa Giovanni XXIII.
19. Fabrizio De Andrè.
20. La Ferrari.
21. Sophia Loren.
22. La Costiera amalfitana.
23. Va' pensiero di Verdi.
24. Il caffè espresso.
25. Umberto Veronesi.
Mi fermo qui, a metà, cari lettori. Mi piacerebbe che foste voi a completare la lista. Perchè sono convinta che ognuno di noi ha almeno un motivo per cui è orgoglioso di essere italiano. E che, tutti insieme, formiamo un Paese migliore di come lo disegnano.
Vi va di aiutarmi ad arrivare a 50?
Il Solito Enorme Bacione a tutti.
Jù.
E' normale domandarselo tra amiche, specie se non ci si incontra da un pò. Eppure quando me l'ha chiesto Serena, che non vedevo da una mezza eternità, sono rimasta a bocca aperta, senza riuscire a rispondere, nemmeno fossi completamente impreparata all'interrogazione di fine anno con la mia severissima prof d'italiano del liceo. Non so come sto. Mi sento amareggiata. Arrabbiata. Esasperata. Spaesata. Non mi riconosco più nell'Italia che mi gira intorno, intrappolata tra crisi dell'economia e scandali della politica. Come un criceto che corre forsennato nella sua ruota, ma resta sempre lì. Fermo allo stesso punto.
Un'Italia dove 4 milioni e mezzo di famiglie non arrivano a fine mese. Dove il 35 per cento dei ragazzi tra i 15 e i 29 anni non studia, non ha un impiego e nemmeno lo cerca. Un'Italia vittima della corruzione: non passa giorno senza che un funzionario statale, un assessore regionale, un parlamentare finisca sotto inchiesta perchècoinvolto in casi di malaffare.
Mentre mi avviluppo in questi amari pensieri, mi capita sott'occhio un articolo di un mensile americano dal titolo "50 cose che gli Stati Uniti fanno meglio degli altri". Mi incuriosisco e inizio a leggerlo. Ci sono elencati i più svariati motivi di orgoglio: dall'hamburger ai film dei supereroi; dalla biondissima modella Kate Upton, icona della bellezza made in Usa, al politico 88enne Bob Dole, sopravvissuto alla seconda guerra mondiale, alle sconfitte elettorali, al cancro e per questo simbolo dell'America che non si arrende.
"Quello che vogliamo dire" conclude il pezzo " è che la crisi sta sopra le nostre teste, però noi non dobbiamo dimenticare tutte le cose che siamo bravissimi a fare".
Bella impresa trovare qualcosa in cui noi italiani siamo migliori di altri, mi dico con un misto di disincanto e scetticismo. Ma più ci ripenso, più mi sembra giusto provarci. E così, in uno slancio di ottimismo della ragione, decido di "copiare" l'idea e di cercare le 50 ragioni per cui dobbiamo essere fieri del nostro paese. Nonostante la crisi, nonostante gli scandali. Ve le elenco in ordine sparso, a mano a mano che mi vengono in mente:
1. Mario Balotelli (se perfino Time lo ha messo in copertina, vogliamo non esserne orgogliosi noi?)
2. Rita Levi Montalcini.
3. Falcone e Borsellino.
4. La Cappella Sistina di Michelangelo.
5. La Nutella.
6. I partigiani.
7. La Divina Commedia.
8. Roberto Benigni.
9. Le lotte femminili per il divorzio, l'aborto e la fecondazione assistita.
10. Leonardo Da Vinci.
11. La moda.
12. Renzo Piano.
13. Valentina Vezzali.
14. L'articolo 1 della nostra Costituzione.
15. Susanna Camusso.
16. Il Gattopardo, libro e film.
17. L'Infinito di Leopardi.
18. Papa Giovanni XXIII.
19. Fabrizio De Andrè.
20. La Ferrari.
21. Sophia Loren.
22. La Costiera amalfitana.
23. Va' pensiero di Verdi.
24. Il caffè espresso.
25. Umberto Veronesi.
Mi fermo qui, a metà, cari lettori. Mi piacerebbe che foste voi a completare la lista. Perchè sono convinta che ognuno di noi ha almeno un motivo per cui è orgoglioso di essere italiano. E che, tutti insieme, formiamo un Paese migliore di come lo disegnano.
Vi va di aiutarmi ad arrivare a 50?
Il Solito Enorme Bacione a tutti.
Jù.
LA NOIA
La noia non e' più quella di una volta. Non parlo dello spleen elegante e borghese descritto da Alberto Moravia e dagli scrittori esistenzialisti francesi, ma di quella leggera ed apparentemente inutile di quando eravamo ragazzini.
Allora non c'erano ancora le mamme-smart che oggi vedete sfrecciare nel traffico cariche di figli, vere staffette metropolitane che affrontano a tempo di record un percorso ad ostacoli tra ginnastica, chitarra, danza, tiro con l'arco, judo e nuoto sincronizzato, con sosta finale dallo psicologo per una seduta familiare al prezzo di una singola.
Prima nessuno si preoccupava di intrattenerti a tutti i costi. Il mondo dei grandi e quello dei ragazzini erano separati e andava bene così. Ognuno viveva la sua vita e ci si ritrovava con i "grandi" solo in alcuni momenti deputati della giornata. Senza l'aiuto del computer e dell'elettronica la noia era il miglior amico che avevamo e non era così ripetitivo come la sequenza di un videogioco. Bisognava arrangiarsi da sè, visto che non era un problema dei tuoi genitori se passavi un intero pomeriggio in casa a ritagliare bambole di carta o a guardare le gocce di pioggia che rimbalzavano sul vetro. La noia portava consiglio e aguzzava l'ingegno. Con lo sguardo fisso sul nulla io proiettavo sulla finestra che dava sul cortile svariate fantasie futuribili: era un pò come stare al cinema, ma il film era la mia biografia ancora da girare.
Non ero sola, appartenevo a un piccolo esercito di adolescenti, ognuno intento a costruire il suo lungo cortometraggio immagginario con lo sguardo fisso sulla finestra della cameretta. Allora dividevo la stanza con mio fratello più grande che per fortuna non era quasi mai in casa, già rapito dai primi amori, più che altro pretendenti senza speranza che lo venivano a prendere con lo spiderino, ma mai sotto casa, sempre a due isolati di distanza per non farsi vedere dal cerbero genitore. Fino all'ora di cena avevo un mare di tempo per inventare le mie esistenze rocambolesche.
All'inizio sono stata un Power Ranger, quello rosso. Al contrario del rosso Power Ranger avevo paura di tutto, soprattutto di una guerra atomica. Presto ho alzato il tiro e sono diventata principessa di Monaco. Mia mamma questa volta aveva approvato, visto che era stata una dei tre milioni di italiani che, da televisori casalinghi o apparecchi sistemati nei locali pubblici, avevano assistito al primo matrimonio reale in mondovisione. La diretta televisiva delle nozze di Grace Kelly con il principe Ranieri fu un evento memorabile per la sua generazione, io non ero ancora nata ma l'ondata emotiva deve aver turbato il mio incoscio tatuandolo con un marchio romantico (purtroppo indelebile) che mi ha inguaiato per sempre. L'abito da sposa della ex star hollywoodiana è ancora oggi termine di paragone inarrivabile per ogni vestito nunziale sulla faccia della Terra. La leggenda racconta che fu confezionato a mano da trentacinque sarte, dirette dalla stilista degli MGM Studios Helen Rose. Più che un abito un'installazione, e infatti fu donato al museo d'arte di Philadelphia, dove tuttora è ammirato da una continua processione di anziane signore commosse fino alle lacrime.
Questa zuccherosa vicenda principesca non poteva sfuggire alle mie fantasie proiettate sul vetro della finestra, ma per fortuna durò poco perchè il rock più maleducato la spazzo via in un giorno. In poco tempo passai dalla principessa del castello al ruolo più ambito di moglie ufficiale di Paul McCartney, il cantante bello dei Beatles.
Ero ancora una ragazza difettosa, con un sentimentalismo più vicino a Liala che a Simone de Beauvoir e, se mi avessero fatto l'esame del dna, avrebbero trovato poche tracce di principe azzurro.
Per la cronaca: poi Paul McCartney non l'ho più sposato, per fortuna aggiungo oggi, specialmente dopo aver letto una dettagliata biografia della sua fidanzata di allora che ci racconta la vita di coppia con la star come qualcosa di più vicino alla noia che al paradiso terrestre che immaginavo. A sentir lei, nonostante siano passati cinquant'anni, non è ancora riuscita a riprendersi, mentre lui nel frattempo ne ha fatta fuori un'altra mezza dozzina e sta benissimo.
Il Solito Enorme Bacione a Tutti.
Jù.
Allora non c'erano ancora le mamme-smart che oggi vedete sfrecciare nel traffico cariche di figli, vere staffette metropolitane che affrontano a tempo di record un percorso ad ostacoli tra ginnastica, chitarra, danza, tiro con l'arco, judo e nuoto sincronizzato, con sosta finale dallo psicologo per una seduta familiare al prezzo di una singola.
Prima nessuno si preoccupava di intrattenerti a tutti i costi. Il mondo dei grandi e quello dei ragazzini erano separati e andava bene così. Ognuno viveva la sua vita e ci si ritrovava con i "grandi" solo in alcuni momenti deputati della giornata. Senza l'aiuto del computer e dell'elettronica la noia era il miglior amico che avevamo e non era così ripetitivo come la sequenza di un videogioco. Bisognava arrangiarsi da sè, visto che non era un problema dei tuoi genitori se passavi un intero pomeriggio in casa a ritagliare bambole di carta o a guardare le gocce di pioggia che rimbalzavano sul vetro. La noia portava consiglio e aguzzava l'ingegno. Con lo sguardo fisso sul nulla io proiettavo sulla finestra che dava sul cortile svariate fantasie futuribili: era un pò come stare al cinema, ma il film era la mia biografia ancora da girare.
Non ero sola, appartenevo a un piccolo esercito di adolescenti, ognuno intento a costruire il suo lungo cortometraggio immagginario con lo sguardo fisso sulla finestra della cameretta. Allora dividevo la stanza con mio fratello più grande che per fortuna non era quasi mai in casa, già rapito dai primi amori, più che altro pretendenti senza speranza che lo venivano a prendere con lo spiderino, ma mai sotto casa, sempre a due isolati di distanza per non farsi vedere dal cerbero genitore. Fino all'ora di cena avevo un mare di tempo per inventare le mie esistenze rocambolesche.
All'inizio sono stata un Power Ranger, quello rosso. Al contrario del rosso Power Ranger avevo paura di tutto, soprattutto di una guerra atomica. Presto ho alzato il tiro e sono diventata principessa di Monaco. Mia mamma questa volta aveva approvato, visto che era stata una dei tre milioni di italiani che, da televisori casalinghi o apparecchi sistemati nei locali pubblici, avevano assistito al primo matrimonio reale in mondovisione. La diretta televisiva delle nozze di Grace Kelly con il principe Ranieri fu un evento memorabile per la sua generazione, io non ero ancora nata ma l'ondata emotiva deve aver turbato il mio incoscio tatuandolo con un marchio romantico (purtroppo indelebile) che mi ha inguaiato per sempre. L'abito da sposa della ex star hollywoodiana è ancora oggi termine di paragone inarrivabile per ogni vestito nunziale sulla faccia della Terra. La leggenda racconta che fu confezionato a mano da trentacinque sarte, dirette dalla stilista degli MGM Studios Helen Rose. Più che un abito un'installazione, e infatti fu donato al museo d'arte di Philadelphia, dove tuttora è ammirato da una continua processione di anziane signore commosse fino alle lacrime.
Questa zuccherosa vicenda principesca non poteva sfuggire alle mie fantasie proiettate sul vetro della finestra, ma per fortuna durò poco perchè il rock più maleducato la spazzo via in un giorno. In poco tempo passai dalla principessa del castello al ruolo più ambito di moglie ufficiale di Paul McCartney, il cantante bello dei Beatles.
Ero ancora una ragazza difettosa, con un sentimentalismo più vicino a Liala che a Simone de Beauvoir e, se mi avessero fatto l'esame del dna, avrebbero trovato poche tracce di principe azzurro.
Per la cronaca: poi Paul McCartney non l'ho più sposato, per fortuna aggiungo oggi, specialmente dopo aver letto una dettagliata biografia della sua fidanzata di allora che ci racconta la vita di coppia con la star come qualcosa di più vicino alla noia che al paradiso terrestre che immaginavo. A sentir lei, nonostante siano passati cinquant'anni, non è ancora riuscita a riprendersi, mentre lui nel frattempo ne ha fatta fuori un'altra mezza dozzina e sta benissimo.
Il Solito Enorme Bacione a Tutti.
Jù.
BUONI PROPOSITI
Nel Mondo che Inizia vorrei ancora i computer. Ma che non funzionassero sempre. Che esistesse un momento della giornata in cui fossimo davvero sconnessi. All'inizio molti non saprebbero più cosa fare. Io per nostalgia andrei subito a rileggermi le mail, i post, gli sms fatti e ricevuti: quante parole inutilmente aggressive, quante difese del proprio punto di vista per il solo gusto di contraddire l'interlocutore, quante bufale spacciate per verità rivelate.
Ogni volta che scorro uno scambio di messaggi elettronici, quel che più mi sconvolge è che nessuno cambia mai parere. Nella vita fisica non succede così. Dopo un pò ci si stufa di irrigidirsi e ci si abbraccia. O ci si picchia per poi abbracciarsi. Sulla tastiera persino la rabbia scorre algida. Persino le frasi più belle ci lasciano addosso un senso di incompiutezza e di rimpianto: vorresti vedere gli occhi di chi le ha pronunciate, dargli un bacio sulla guancia o una pacca sulla spalla: l'amicizia ha un componente non eliminabile di fisicità.
Amicizia. Una parola che distribuiamo con generosità, quasi come il suo fratello maggiore, Amore. E invece non siamo mai stati così soli come da quando siamo così connessi. Sono talmente tanti gli "amici" da seguire che non c'è più tempo per gli Amici da vedere. Le amicizie in rete sono un'opportunità straordinaria che, se avessi scoperto quando avevo 15 anni, avrebbe rivoluzionato la mia adolescenza timida.
Però ho il sospetto che la novità ci abbia preso la mano, facendoci dimenticare che le amicizie vere scavano nel profondo e perciò richiedono tempo, disponibilità e concentrazione: una connessione speciale che per qualche momento escluda tutte le altre. Credo proprio che metterò in valigia "Il Piccolo Principe", evidenziando col pennarello indelebile le riflessioni della volpe: " Non si conoscono che le cose che si addomesticano, Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprando dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico, addomesticami!"
Alegra&Bacioni!
Buon Natale.
Jù.
Ogni volta che scorro uno scambio di messaggi elettronici, quel che più mi sconvolge è che nessuno cambia mai parere. Nella vita fisica non succede così. Dopo un pò ci si stufa di irrigidirsi e ci si abbraccia. O ci si picchia per poi abbracciarsi. Sulla tastiera persino la rabbia scorre algida. Persino le frasi più belle ci lasciano addosso un senso di incompiutezza e di rimpianto: vorresti vedere gli occhi di chi le ha pronunciate, dargli un bacio sulla guancia o una pacca sulla spalla: l'amicizia ha un componente non eliminabile di fisicità.
Amicizia. Una parola che distribuiamo con generosità, quasi come il suo fratello maggiore, Amore. E invece non siamo mai stati così soli come da quando siamo così connessi. Sono talmente tanti gli "amici" da seguire che non c'è più tempo per gli Amici da vedere. Le amicizie in rete sono un'opportunità straordinaria che, se avessi scoperto quando avevo 15 anni, avrebbe rivoluzionato la mia adolescenza timida.
Però ho il sospetto che la novità ci abbia preso la mano, facendoci dimenticare che le amicizie vere scavano nel profondo e perciò richiedono tempo, disponibilità e concentrazione: una connessione speciale che per qualche momento escluda tutte le altre. Credo proprio che metterò in valigia "Il Piccolo Principe", evidenziando col pennarello indelebile le riflessioni della volpe: " Non si conoscono che le cose che si addomesticano, Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprando dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico, addomesticami!"
Alegra&Bacioni!
Buon Natale.
Jù.
LA MIA STRANA VERITA'
Non si invecchia un pò alla volta, anno per anno, lentamente e in maniera impercettibile, ma di botto.
Non si sa mai il giorno preciso in cui si presenterà il fenomeno, di solito si va di cinque anni in cinque anni. Ti era sembrato di reggere bene, anzi l'estate scorsa ti eri vista anche un pò ringiovanita. Saranno stati quei massaggi salvifici e le dormitine extra.
Poi una mattina di ottobre ti svegli e hai preso cinque anni tutti insieme. Così, in una notte. Il giorno prima no, e poi clic, il giorno dopo sì. Com'è possibile? Eppure è evidente, ci si scruta al microscopio increduli e ombre inedite, nuove pieghette in più sul viso sono apparse nottetempo. All'inizio pensi che potrebbe essere solo un'influenza imminente, un segno dei primi freddi, l'alzataccia del giorno prima, e invece passa il tempo e rimani così, non c'è niente da fare, sei semplicemente un pò invecchiata. A riprova di questa mia ennesima teoria scientifica mi arriva in soccorso una frase che pare sia stata pronunciata da Billy Wilder dopo la première del film Sabrina con Humphrey Bogart e una freschissima Audrey Hepburn: "Peccato, solo adesso mi rendo conto che ho scritturato Bogey proprio la settimana in cui è invecchiato!"
Un bel giorno, a venticinque anni, mi sono alzata e ho pensato che degli alieni avessero invaso il mio territorio-corpo trasformandomi in un'altra persona, e come nel memorabile film La mosca ho gridato anche io "Aiutooo" con la vocina piccola da insetto. Ma non c'era niente di sovrannaturale, ero sempre io, solo un pò più grande.
Non ci sarebbe nulla di male, sennonchè oggi invecchiare è uno scandolo. Specialmente per una donna è una cosa inaudita. Il nostro non è un Paese per vecchie. Quest'estate, sotto una foto rubata a una vip al mare, ho letto una didascalia che sentenziava con tono riprovevole: "Non fa niente per nascondere la sua età!". Dimostrare i propri anni è una colpa più scellerata di una rapina a mano armata.
I vecchi sono brutti, pallosi, mezzi rimbecciliti, noiosi e antichi. Non si possono guardare, soprattutto perchè rendono evidente lo stato di solitudine in cui tutti viviamo, isolamente che fino a una certà età cerchiamo di nascondere dentro centri commerciali, multisale e altri luoghi molto affolati che ci danno la sensazione di appartenere a un'allegra comunità.
Invece il vecchio è nudo. E' un reperto geologico spiaggiato davanti a un televisiore. Un monumento vivente che siamo costretti a visitare ogni tanto per buona creanza. A nessuno va più di ascoltare le sue storie e i suoi ricordi, sempre meglio una brutta fiction in costume che i ricordi di nonna sulla Resistenza. Il vecchio è incattivito perchè il mondo non è andato proprio come se lo immaginava, e non fa niente per nascondere la sua delusione. In una società che ha fatto dell'eterna giovinezza una categoria morale assoluta l'unico benvoluto è il vecchio arzillo, gonfio di Viagra, che si agita più dei nipotini condendo i suoi discorsi con ritriti doppi sensi e occhiatine complici: un guaio averlo in famiglia, peggio ancora a chi è capitato come capo del governo.
Lasciarsi sfiorire con grazia non è più concesso, bisogna essere fotogenici, telegenici, di bella e fresca presenza, sempre.
Nel passato i membri anziani di una comunità erano circondati dal rispetto e brillavano per autorovolezza. Oggi gli unici anziani a cui si porta rispetto sono quelli che contano. Se l'anziano possiede potere e denaro la faccenda assume tutto un altro aspetto. L'attualità è tristemente costellata di episodi che confermano questa regola sociale che di solito interessa di più il genere maschile, forse solo perchè fino a ora ha avuto più potere.
Si è persa quell'antica scuola che ti insegnava ad accettare con eleganza i colpi del tempo e a gustare le gioie della pensione ( e nel frattempo sono sparite pure le pensioni ). Suonano false le solite frasi rassicuranti rivolte con ipocrita saggezza ai malcapitati che devono affrontare questo passaggio obbligato: "Stai allegro, ogni età ha i suoi lati positivi." Sarebbe meglio dire "aveva", quando l'esperienza, la memoria e la maturità "avevano" un valore sociale. Ora sono solo uno scomodo ingombro, come il cassettone gigante dei nonni che non sappiamo più dove mettere in casa.
Per esorcizzare il machete del tempo e mantenre un contegno, i vecchi s'inventano per autodifesa delle bufale inaudite a cui nemmeno loro credono, come la famosa esclamazione: "Anche potendo, non tornerie indietro per niente al mondo". Bè, non esageriamo: è vero che l'età più drammatica sono sicuramente i vent'anni, ma se ci proponessero di tornare indietro di una decina d'anni senza dare nulla in cambio, sfido chiunque a rifiutare.
Io più che tornare indietro amerei fermarmi, per esempio mi troverei molto bene nella decade che sto vivendo, insomma non sento tutto questo impellente desiderio di proiettarmi verso le avventure degli anni a venire. E' evidente che li accetterò con filosofia, visto che l'unico modo per non morire subito è...invecchiare. E morire è una prospettiva ancora più fastidiosa.
Per fortuna l'essere umano si abitua a tutto e ha un istinto di sopravvivenza che lo trascina in avanti con una misteriosa dose di positività. La stessa che ci spinge a cucinare e a mangiare dopo un funerale.
Fino a qualche anno speravo di morire giovane, come un artista maledetta, per evitare lo spettacolo avvilente della mia discesa agli inferi.
Ah, l'estremismo della gioventù. Man mano che passa il tempo uno riconsidera le sue posizioni e guarda in avanti con altri occhi.
Ogni volta che vedo una fotografia di Keith Richards dei Rolling Stones non posso credere che l'idolo dell'adolescenza di mia madre spinga ancora forte sulla chitarra con le mani ricoperte di anelli a forma di teschio e la faccia ridotta a una pergamena. Sarà quasi un settantenne, eppure, nonostante tutte le zozzerie che si è iniettato o ha aspirato, eccolo lì sul palco a far zompettare intere generazioni.
A parte il conto in banca, non vorrei ridurmi come Keith Richrards: deve risultare molto faticoso mentenere quell'allure da maledetto quando la sciatica non ti alzare dal letto la mattina. In realtà siamo tutti acciaccati da quando abbiamo vent'anni perchè apparteniamo a una generazione che non si è risparmiata, soprattutto nei fine settimana poco istruttivi ma altamente distruttivi.
Purtroppo siamo capitat in un'epoca che ci costringe a mascherare la nostra "vecchietà"; per uno strano corto circuito della storia ci siamo ritrovati ad indossare gli stessi vestiti dei nostri genitori, ad ascoltare la stessa musica e a impazzire per gli stessi film. Siamo tutti "genitori in blue jeans", condannati ad invecchiare in clandestinità, cercando di non farci notare dai vicini, dissimulando malamente acciacchi e ammaccature. In sintesi, una fatica immensa. Alla lunga, totalmente inutile.
Anch'io lotto come tutti contro i mulini a vento e ho solo venticinque anni. Ma una mattina mi sono alzata e ho deciso che era venuto il momento di rilassarmi. I segni del tempo sono qui e aumenteranno, tanto vale farseli amici.
Di tutti i luoghi comuni sull'argomento l'unico vero è quello che ribadisce: "Ognuno ha l'età che si sente". Se mi sento ancora una ragazzina, perchè contrariarmi?
Alegra&Bacioni!
Jù.
Non si sa mai il giorno preciso in cui si presenterà il fenomeno, di solito si va di cinque anni in cinque anni. Ti era sembrato di reggere bene, anzi l'estate scorsa ti eri vista anche un pò ringiovanita. Saranno stati quei massaggi salvifici e le dormitine extra.
Poi una mattina di ottobre ti svegli e hai preso cinque anni tutti insieme. Così, in una notte. Il giorno prima no, e poi clic, il giorno dopo sì. Com'è possibile? Eppure è evidente, ci si scruta al microscopio increduli e ombre inedite, nuove pieghette in più sul viso sono apparse nottetempo. All'inizio pensi che potrebbe essere solo un'influenza imminente, un segno dei primi freddi, l'alzataccia del giorno prima, e invece passa il tempo e rimani così, non c'è niente da fare, sei semplicemente un pò invecchiata. A riprova di questa mia ennesima teoria scientifica mi arriva in soccorso una frase che pare sia stata pronunciata da Billy Wilder dopo la première del film Sabrina con Humphrey Bogart e una freschissima Audrey Hepburn: "Peccato, solo adesso mi rendo conto che ho scritturato Bogey proprio la settimana in cui è invecchiato!"
Un bel giorno, a venticinque anni, mi sono alzata e ho pensato che degli alieni avessero invaso il mio territorio-corpo trasformandomi in un'altra persona, e come nel memorabile film La mosca ho gridato anche io "Aiutooo" con la vocina piccola da insetto. Ma non c'era niente di sovrannaturale, ero sempre io, solo un pò più grande.
Non ci sarebbe nulla di male, sennonchè oggi invecchiare è uno scandolo. Specialmente per una donna è una cosa inaudita. Il nostro non è un Paese per vecchie. Quest'estate, sotto una foto rubata a una vip al mare, ho letto una didascalia che sentenziava con tono riprovevole: "Non fa niente per nascondere la sua età!". Dimostrare i propri anni è una colpa più scellerata di una rapina a mano armata.
I vecchi sono brutti, pallosi, mezzi rimbecciliti, noiosi e antichi. Non si possono guardare, soprattutto perchè rendono evidente lo stato di solitudine in cui tutti viviamo, isolamente che fino a una certà età cerchiamo di nascondere dentro centri commerciali, multisale e altri luoghi molto affolati che ci danno la sensazione di appartenere a un'allegra comunità.
Invece il vecchio è nudo. E' un reperto geologico spiaggiato davanti a un televisiore. Un monumento vivente che siamo costretti a visitare ogni tanto per buona creanza. A nessuno va più di ascoltare le sue storie e i suoi ricordi, sempre meglio una brutta fiction in costume che i ricordi di nonna sulla Resistenza. Il vecchio è incattivito perchè il mondo non è andato proprio come se lo immaginava, e non fa niente per nascondere la sua delusione. In una società che ha fatto dell'eterna giovinezza una categoria morale assoluta l'unico benvoluto è il vecchio arzillo, gonfio di Viagra, che si agita più dei nipotini condendo i suoi discorsi con ritriti doppi sensi e occhiatine complici: un guaio averlo in famiglia, peggio ancora a chi è capitato come capo del governo.
Lasciarsi sfiorire con grazia non è più concesso, bisogna essere fotogenici, telegenici, di bella e fresca presenza, sempre.
Nel passato i membri anziani di una comunità erano circondati dal rispetto e brillavano per autorovolezza. Oggi gli unici anziani a cui si porta rispetto sono quelli che contano. Se l'anziano possiede potere e denaro la faccenda assume tutto un altro aspetto. L'attualità è tristemente costellata di episodi che confermano questa regola sociale che di solito interessa di più il genere maschile, forse solo perchè fino a ora ha avuto più potere.
Si è persa quell'antica scuola che ti insegnava ad accettare con eleganza i colpi del tempo e a gustare le gioie della pensione ( e nel frattempo sono sparite pure le pensioni ). Suonano false le solite frasi rassicuranti rivolte con ipocrita saggezza ai malcapitati che devono affrontare questo passaggio obbligato: "Stai allegro, ogni età ha i suoi lati positivi." Sarebbe meglio dire "aveva", quando l'esperienza, la memoria e la maturità "avevano" un valore sociale. Ora sono solo uno scomodo ingombro, come il cassettone gigante dei nonni che non sappiamo più dove mettere in casa.
Per esorcizzare il machete del tempo e mantenre un contegno, i vecchi s'inventano per autodifesa delle bufale inaudite a cui nemmeno loro credono, come la famosa esclamazione: "Anche potendo, non tornerie indietro per niente al mondo". Bè, non esageriamo: è vero che l'età più drammatica sono sicuramente i vent'anni, ma se ci proponessero di tornare indietro di una decina d'anni senza dare nulla in cambio, sfido chiunque a rifiutare.
Io più che tornare indietro amerei fermarmi, per esempio mi troverei molto bene nella decade che sto vivendo, insomma non sento tutto questo impellente desiderio di proiettarmi verso le avventure degli anni a venire. E' evidente che li accetterò con filosofia, visto che l'unico modo per non morire subito è...invecchiare. E morire è una prospettiva ancora più fastidiosa.
Per fortuna l'essere umano si abitua a tutto e ha un istinto di sopravvivenza che lo trascina in avanti con una misteriosa dose di positività. La stessa che ci spinge a cucinare e a mangiare dopo un funerale.
Fino a qualche anno speravo di morire giovane, come un artista maledetta, per evitare lo spettacolo avvilente della mia discesa agli inferi.
Ah, l'estremismo della gioventù. Man mano che passa il tempo uno riconsidera le sue posizioni e guarda in avanti con altri occhi.
Ogni volta che vedo una fotografia di Keith Richards dei Rolling Stones non posso credere che l'idolo dell'adolescenza di mia madre spinga ancora forte sulla chitarra con le mani ricoperte di anelli a forma di teschio e la faccia ridotta a una pergamena. Sarà quasi un settantenne, eppure, nonostante tutte le zozzerie che si è iniettato o ha aspirato, eccolo lì sul palco a far zompettare intere generazioni.
A parte il conto in banca, non vorrei ridurmi come Keith Richrards: deve risultare molto faticoso mentenere quell'allure da maledetto quando la sciatica non ti alzare dal letto la mattina. In realtà siamo tutti acciaccati da quando abbiamo vent'anni perchè apparteniamo a una generazione che non si è risparmiata, soprattutto nei fine settimana poco istruttivi ma altamente distruttivi.
Purtroppo siamo capitat in un'epoca che ci costringe a mascherare la nostra "vecchietà"; per uno strano corto circuito della storia ci siamo ritrovati ad indossare gli stessi vestiti dei nostri genitori, ad ascoltare la stessa musica e a impazzire per gli stessi film. Siamo tutti "genitori in blue jeans", condannati ad invecchiare in clandestinità, cercando di non farci notare dai vicini, dissimulando malamente acciacchi e ammaccature. In sintesi, una fatica immensa. Alla lunga, totalmente inutile.
Anch'io lotto come tutti contro i mulini a vento e ho solo venticinque anni. Ma una mattina mi sono alzata e ho deciso che era venuto il momento di rilassarmi. I segni del tempo sono qui e aumenteranno, tanto vale farseli amici.
Di tutti i luoghi comuni sull'argomento l'unico vero è quello che ribadisce: "Ognuno ha l'età che si sente". Se mi sento ancora una ragazzina, perchè contrariarmi?
Alegra&Bacioni!
Jù.
FRATELLO POP
Io auguro a tutti di avere un fratello di riferimento. Il mio è stato un faro in certe nebbie adolescenziali, quando tutto sembra grigio e il panorama adulto non ci attrae per niente. Mio padre era troppo antico, impossibile sceglierlo come eroe ideale. Anzi, diciamo che sono cresciuta ripromettendomi di non assomigliarli in nessun dettaglio. Non è bello da dire ma, con tutto l'amore che per fortuna sono riuscita a dimostrargli negli ultimi anni, non c'era modello più lontano dalle fantasie ribelli che si agitavano all'inizio del nuovo secolo. Mio fratello invece aveva occupato a pieno titolo i miei sogni di emancipazione pre- femminista. Alto, fiero, occhi di mare, possedeva alcuni tratti spagnoleggianti di un antico ramo iberico della famiglia che mi illudo di aver ereditato anch'io.
Classe 1977, spirito arguto, intelligenza brillante, è stato tra i primi ragazzi nella nostra famiglia a rinunciare al divano rococò e a introdurre nel salotto di casa la musica moderna, prediligendo i Dire Straits alla musica italiana e l'arte astratta alle pareti al posto dei quadri scuri con le cornici dorate.
Nella sua camera troneggiava una collezione di cd e cassette sconfinata e a me pareva che mio fratello, più che un fratello, fosse un malato di mente. Tra gli altri primati eccellenti che lo proiettano nel mio personale firmamento di eroi non possiamo dimenticare che, scavalcando ogni regola, permetteva alle sue uscenti di sedersi sul letto in camera sua. Non solo, ma in tempi di oscurantismo moralista, osava dare asilo con allegria a tutti gli ex fidanzati appena lasciati. Casa nostra era sempre aperta, un rifugio sicuro nel mezzo delle bufere che si scatenavano durante le prime fasi dell'amore.
Mio fratello si è sposato tardi. "Troppo intelligente per trovare moglie" diceva con rammarico il nonno, parole scontate visto che provenivano da un esemplare preistorico di maschilismo antico-romano-post-papalino. Lo consideravano una causa persa quando, a sorpresa, s'innamorò di una donna più grande di lui. E' bello nella foto del suo matrimonio, nell'eterna eleganza della semplicità, senza cravatte nè giacche, sempre originale come il suo naso.
Mio fratello continua ad essere la persona da cui voglio sempre andare a rifugiarmi quando il mondo mi crolla addosso, e quando sono lì con lui mi sembra che sia il mondo a precipitare alle sue spalle, non lui. Mio fratello progetta, arreda e costruisce e anche quando i sogni commerciali finiscono e qualcosa fallisce lui non si da per vinto, mette da parte le sue cose, riflette un attimo e, nello stupore generale, trova un altro lavoro e riprende a correre.
Mio fratello è un uomo forte e volitivo, quasi granitico nelle sue scelte, una colonna portante per moglie, figlio e sorella. Ma quando si tratta di ricordare o raccontare il nostro passato familiare diventa tenero come un giunco. Tanto che in certi brevi momenti molto delicati io mi trasformo in sorella maggiore e lui nel piccolo di casa. E' la parte meravigliosa ed inspiegabile di essere fratelli e sorelle.
Insomma, non so che cosa sarà mio fratello da grande, ma il portamento elegante e i modi semplici lo fanno sembrare il padrone del mondo.
Amici e nemici nella stessa mano, io e mio fratello. Divisi ma nella stessa mano, uniti nel nel sole e nella pioggia nella stessa staza, a un tiro di sputo a sentirsi il respiro, a guardarci nell'occhio per occhio anche da chilometri lontano.
La cosa più bella è successa qualche anno fa, quando abbiamo imparato a riconoscerci come fanno gli animali e le piante, a capirci per quello che siamo, ad usare insieme l'ascolto e la condivisione.
Senza mio fratello sarei morta. Non avrei più ricordi, confronti, linguaggio. Mi sentirei persa, unta, sepolta.
Lui ha mischiato dentro di sè una malinconia a un'inquietudine che gli fanno scattare una molla, una capacità di comprensione e condivisione di disagio degli altri. Vuole andare a vedere e sa diventare quello che vede quando racconta.
Mio fratello mi ha insegnato due cose importanti che porto nella tasca laterale del mio zainetto nascosto dietro le spalle: non è vero che quattro occhi vedono meglio di due ma è vero che due paia di occhi vedono sempre cose diverse. E che le persone non si aspettano semai si aspettano i treni. Alle persone si va incontro.
Sarà che sto invecchiando ma non so stare sola. Senza mio fratello sarei perduta.
Alegra&Bacioni!
Jù.
Classe 1977, spirito arguto, intelligenza brillante, è stato tra i primi ragazzi nella nostra famiglia a rinunciare al divano rococò e a introdurre nel salotto di casa la musica moderna, prediligendo i Dire Straits alla musica italiana e l'arte astratta alle pareti al posto dei quadri scuri con le cornici dorate.
Nella sua camera troneggiava una collezione di cd e cassette sconfinata e a me pareva che mio fratello, più che un fratello, fosse un malato di mente. Tra gli altri primati eccellenti che lo proiettano nel mio personale firmamento di eroi non possiamo dimenticare che, scavalcando ogni regola, permetteva alle sue uscenti di sedersi sul letto in camera sua. Non solo, ma in tempi di oscurantismo moralista, osava dare asilo con allegria a tutti gli ex fidanzati appena lasciati. Casa nostra era sempre aperta, un rifugio sicuro nel mezzo delle bufere che si scatenavano durante le prime fasi dell'amore.
Mio fratello si è sposato tardi. "Troppo intelligente per trovare moglie" diceva con rammarico il nonno, parole scontate visto che provenivano da un esemplare preistorico di maschilismo antico-romano-post-papalino. Lo consideravano una causa persa quando, a sorpresa, s'innamorò di una donna più grande di lui. E' bello nella foto del suo matrimonio, nell'eterna eleganza della semplicità, senza cravatte nè giacche, sempre originale come il suo naso.
Mio fratello continua ad essere la persona da cui voglio sempre andare a rifugiarmi quando il mondo mi crolla addosso, e quando sono lì con lui mi sembra che sia il mondo a precipitare alle sue spalle, non lui. Mio fratello progetta, arreda e costruisce e anche quando i sogni commerciali finiscono e qualcosa fallisce lui non si da per vinto, mette da parte le sue cose, riflette un attimo e, nello stupore generale, trova un altro lavoro e riprende a correre.
Mio fratello è un uomo forte e volitivo, quasi granitico nelle sue scelte, una colonna portante per moglie, figlio e sorella. Ma quando si tratta di ricordare o raccontare il nostro passato familiare diventa tenero come un giunco. Tanto che in certi brevi momenti molto delicati io mi trasformo in sorella maggiore e lui nel piccolo di casa. E' la parte meravigliosa ed inspiegabile di essere fratelli e sorelle.
Insomma, non so che cosa sarà mio fratello da grande, ma il portamento elegante e i modi semplici lo fanno sembrare il padrone del mondo.
Amici e nemici nella stessa mano, io e mio fratello. Divisi ma nella stessa mano, uniti nel nel sole e nella pioggia nella stessa staza, a un tiro di sputo a sentirsi il respiro, a guardarci nell'occhio per occhio anche da chilometri lontano.
La cosa più bella è successa qualche anno fa, quando abbiamo imparato a riconoscerci come fanno gli animali e le piante, a capirci per quello che siamo, ad usare insieme l'ascolto e la condivisione.
Senza mio fratello sarei morta. Non avrei più ricordi, confronti, linguaggio. Mi sentirei persa, unta, sepolta.
Lui ha mischiato dentro di sè una malinconia a un'inquietudine che gli fanno scattare una molla, una capacità di comprensione e condivisione di disagio degli altri. Vuole andare a vedere e sa diventare quello che vede quando racconta.
Mio fratello mi ha insegnato due cose importanti che porto nella tasca laterale del mio zainetto nascosto dietro le spalle: non è vero che quattro occhi vedono meglio di due ma è vero che due paia di occhi vedono sempre cose diverse. E che le persone non si aspettano semai si aspettano i treni. Alle persone si va incontro.
Sarà che sto invecchiando ma non so stare sola. Senza mio fratello sarei perduta.
Alegra&Bacioni!
Jù.
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