In fondo, promettere di restituire l'Imu in contanti, agli sportelli postali o per bonifico, non era che proemettere ai cittadini soldi in cambio di voti: la più vecchia, scontata, prevedibile via della propaganda elettorale. Eppure eravamo tutti lì, ancora una volta dopo quasi vent'anni, a commentare l'ennesima promessa del cavalier Silvio Berlusconi. L'asta dei buoni propositi arriva puntuale una domenica di febbraio, davanti a una platea urlante di fan, giornalisti, fotografi e politici devoti. Poche parole: "Rimborseremo l'Imu". Ed è subito televendita. Noi, fiaccati da settimane di bombardamento elettorale, non riuscivamo più a distinguere un programma dall'altro, un candidato dall'altro, una promessa dall'altra. Però lui, si.
Silvio lo riconosci fra mille, con l'aria da piazzista di pentole e il sorrisone a 56 denti, mascherone e capelli mocassino.
Sa bene che non potrà mai ridarci indietro quei soldi, la tassa sulla casa, odiosa e iniqua perchè colpisce indiscriminata giovani e vecchi, ricchi e poveri. Una tassa, è bene ricordarlo, necessaria per tappare un buco provocato, fra l'altro, anche dall'abolizione dell'Ici sui redditi medio-alti, decisa dall'ultimo governo Berlusconi. L'Imu non poteva essere rimborsata nei tempi (trenta giorni) e nei modi( contanti) annunciati dal leader del Pdl per molte ragioni, fra le quali la mancanza di copertura finanziaria certa e il caos del federalismo fiscale che provocherebbe la rivolta dei Comuni. Ma, soprattutto, perchè queste elzioni non le ha vinte Berlusconi, anzi non le ha vinte nessuno.
Ecco allora la vera forza della promessa di Silvio: la sua totale, scanzonata gratuità. Nessuna questa volta ha potuto rimproverargli di aver tradito l'ennesima promessa. Ma lo scopo del venditore di Arcore è comunque stato raggiunto: strilli dei tg, titoli dei giornali, controllo dell'agenda elettorale, presa sugli elettori delusi e traditi. Mettiamoci pure l'invasione mediatica permanente e l'acquisto di Balotelli - altro che Monti, è stato lui l'unico vero Supermario nella fervida comunicazione prepolitica berlusconiana - e l'omino dei sogni era di nuovo qui tra noi, con una sfilza di sondaggi in mano.
Noi elettori, davanti alla tv siamo tornati bambini e abbiamo cercato il cesto dei popcorn di fronte all'ultima delusione, ma stavolta siamo davvero stufi.
L'Italia dei sogni è andata a picco, l'Italia dei sogni non esiste più.
Chiedetelo ai ragazzi disoccupati e senza futuro, ai cervelli fuggiti, agli operai in presidio. Alle mamme in bilico fra scuole fatiscenti e spese invalicabili.
Caro Silvio ( e tutti gli altri ) smetti di promettere, gli italiani sono diventati grandi.
Jù.
Incontri, sensazioni, appunti e aria di città mentre sono impegnata in altri progetti. Convinta che se Beethoven era sordo, Shakespeare era un altro, Chaplin non aveva i baffi, Einstein fu bocciato e Monet era daltonico, siamo tutti passeggeri di un viaggio che resta.
GRAZIE DI TUTTO
Ho ventisei anni e sono abbastanza felice. Non scrivo dunque perchè sono insodisfatta, ma perchè avevo un fidanzato stupendo, di appena due anni più vecchio di me. Una leucemia linfatica cronica me l'ha portato via prima delle vacanze estive e da allora la mia vita è cambiata.
Grazie a lui ho imparato ad amare i Beatles (un pò meno i Rolling Stone), Green Day e il mio prossimo. Mi ha insegnato a stare bene in mezzo alla gente, a portare rispetto ai più deboli e a non soffrire per la sordità e la cecità del mondo nei confronti di noi sensibili.
Ha lavorato in fabbrica, nei porti, sulle strade sotto il sole, ha amato profondamente la vita, ha curato sua madre e, già malato, ha donato parte dei suoi risparmi alla Oxfam Italia. Poco prima di morire si è chinato su di me e mi ha sussurrato nell'orecchio: " Grazie di tutto. Non mollare mai, sei in gamba ed è stato un onore per me averti come fidanzata ".
Mentre scrivo queste cose ho gli occhi commossi, ma il cuore sorride. E' stata troppo dura da mandare giù, è stato un dolore estermo e non ero preparata. A ventisei anni conservo ancora il potere di turbarmi, persino in un'epoca come la nostra che ha trasformato le emozioni in un genere televisivo.
Qualche anno fa, e ne avevo già venti, non parlavo volentieri del mio fidanzato con nessuno, nemmeno con me. Negavo inconsciamente che fosse morto, nascondendo la sua foto in un cassetto. Se ora riesco addirittura a scriverne su un blog è perchè ho accettato il mio dolore e ho perdonato tutti. Lui per essersene andato e l'universo per esserselo preso: a diciannove anni.
Era biondo, sbadato, emotivo come me. Era altruista e disponibile con tutti, un termosifone sempre acceso a temperatura costante, come io vorrei essere e non sono.
Se fosse sopravvisuto al male che lo portò via durante la primavera, oggi sarebbe probabilmente un muratore intelligente.
Come mai un ragazzo così buono se n'è andato così in fretta? Non ha lasciato nel nido un pulcino spaurito, ma una ragazza alla quale ha fatto in tempo a insegnare ad amare il prossimo, i Green Day e i Beatles: l'essenziale, insomma.
Eppure la morte precoce di un ragazzo rimane un'ingiustizia inconcepibile. Mi salva la consapevolezza che questa vita sia solo un corso di addestramento. Da affrontare col sorriso sulle labbra, se si può. Ma la vera goduria deve essere altrove.
Noi siamo qui per prepararci. Però non ci troviamo tutti allo stesso livello. Alcuni sono più avanti col programma e hanno bisogno di meno tempo per prendere il tagliando e spiccare il volo. A chi è già un angelo da giovane non serve diventare anziano.
Non sempre, almeno, altrimenti si dovrebbe concludere che solo i cattivi invecchiano e non è vero.
Mettiamola così: ciascuno ha un progetto da compiere, in questa vita, e il mio ex fidanzato ha esaurito il suo più rapidamente di altri. Perchè era più breve. O perchè era più bravo.
Rimango io, con un carico di ricordi che, per fortuna, è superiore ai rimpianti.
Mi è stato detto che l'ultimo gesto che il mio ex fidanzato compì, la notte in cui perse definitivamente conoscenza, fu di rimboccarmi la coperta e sistemarmi il cuscino dietro la testa sulla poltrona dove dormivo. E sussurarmi quelle parole meravigliose.
Lo ricordo così, nell'atto di amarmi e benedirmi per l'ultima volta. E cerco di esserne degna, senza retorica e senza paura.
Per istanti lunghissimi ho ripercorso la mia vita, alla ricerca dei segnali che mi ero rifiutata di cogliere.
I medici che sorreggevano sua madre per le ascelle accanto alla porta. L'urlo di sua sorella - " Cosa hanno fatto a mio fratello?" E poi: le continue allusioni alla "disgrazia", certi silenzi umidi, l'odio per gli ospedali.
Mi sono fermata a fissare il soffitto buio ieri notte e una risposta è sgorgata nitida.
Sapevo da sempre come era morto, ma avevo deciso da subito di non volerlo sapere. Sarebbe stato troppo. E forse lo è anche adesso.
Nel corso degli anni il rifiuto della verità si era esteso a tutto il resto. Avevo aderito ai pensieri come una seconda pelle, diventando il mio modo di abitare la vita senza viverla.
Succede a chi come me ospita Belfagor nello stomaco. Pur di non fare i conti con la realtà preferiamo convivere con la finzione, spacciando per autentiche le ricostruzioni ritoccate e distorte su cui basiamo la nostra visione del mondo.
Per rassicurarci nei nostri pregiudizi, leggiamo e ascoltiamo solo chi la pensa come noi. E ci lasciamo cullare la mente da storie fasuelle e versioni tranquillizanti.
L'intuizione ci rivela di continuo chi siamo. Ma restiamo insensibili alla voce degli dei, coprendola con il ticchettio dei pensieri e il frastuono delle emozioni. Preferiamo ignorarla, la verità. Per non soffrire, per non guarire. Perchè altrimenti diventeremmo quello che abbiamo paura di essere: completamente vivi.
Per la prima volta dopo otto anni mi sono rituffata dentro di lui. Ho sentito il suo amore per me ed è stata una scossa che mi ha fatto tremare. Ho seguito il peregrinare della sua angoscia da un medico all'altro. Ho sperato e mi sono disperata con lui. Fino all'ultima alba quando mi ero lasciata convincere a tornare a dormire e avevo ceduto a un sonno che non mi sarei mai più perdonata.
Mi ero ritrovata con un dolore accanto e un deserto dentro. A volte sono schiantata. Poi mi sono issata questo dolore sulle spalle e ho ripreso il cammino. Inciampando in troppe buche e sbagliando itinerari, scarpe, compagni di viaggio. Ma in qualche modo sono riuscita a mettermi in salvo.
Mi sono voluta bene.
Il pensiero di Jò mi procura ancora dei fremiti di rabbia mescolati a una tenerezza che sconfina nella pena.
Cos'avrà pensato mentre sentiva il cuore rallentare?
Forse dovrei liberarmi dal piombo che ho sul cuore, mandargli tutto il mio amore e lasciarlo finalmente andare.
Ieri notte ho chiuso gli occhi e ho visto Jò entrare nella stanza di una bimba addormentata. Si è seduto sul bordo del letto e mi ha guardato a lungo in silenzio. Mi ha rimboccato il lenzuolo nonostante il caldo, si è chinato su di me e ha sussurrato qualcosa.
Gli ho augurato buon viaggio, ho riaperto gli occhi e ho abbracciato Banana, l'orsacchiotto che mi ha regalato la mia fidanzata.
Jù.
Grazie a lui ho imparato ad amare i Beatles (un pò meno i Rolling Stone), Green Day e il mio prossimo. Mi ha insegnato a stare bene in mezzo alla gente, a portare rispetto ai più deboli e a non soffrire per la sordità e la cecità del mondo nei confronti di noi sensibili.
Ha lavorato in fabbrica, nei porti, sulle strade sotto il sole, ha amato profondamente la vita, ha curato sua madre e, già malato, ha donato parte dei suoi risparmi alla Oxfam Italia. Poco prima di morire si è chinato su di me e mi ha sussurrato nell'orecchio: " Grazie di tutto. Non mollare mai, sei in gamba ed è stato un onore per me averti come fidanzata ".
Mentre scrivo queste cose ho gli occhi commossi, ma il cuore sorride. E' stata troppo dura da mandare giù, è stato un dolore estermo e non ero preparata. A ventisei anni conservo ancora il potere di turbarmi, persino in un'epoca come la nostra che ha trasformato le emozioni in un genere televisivo.
Qualche anno fa, e ne avevo già venti, non parlavo volentieri del mio fidanzato con nessuno, nemmeno con me. Negavo inconsciamente che fosse morto, nascondendo la sua foto in un cassetto. Se ora riesco addirittura a scriverne su un blog è perchè ho accettato il mio dolore e ho perdonato tutti. Lui per essersene andato e l'universo per esserselo preso: a diciannove anni.
Era biondo, sbadato, emotivo come me. Era altruista e disponibile con tutti, un termosifone sempre acceso a temperatura costante, come io vorrei essere e non sono.
Se fosse sopravvisuto al male che lo portò via durante la primavera, oggi sarebbe probabilmente un muratore intelligente.
Come mai un ragazzo così buono se n'è andato così in fretta? Non ha lasciato nel nido un pulcino spaurito, ma una ragazza alla quale ha fatto in tempo a insegnare ad amare il prossimo, i Green Day e i Beatles: l'essenziale, insomma.
Eppure la morte precoce di un ragazzo rimane un'ingiustizia inconcepibile. Mi salva la consapevolezza che questa vita sia solo un corso di addestramento. Da affrontare col sorriso sulle labbra, se si può. Ma la vera goduria deve essere altrove.
Noi siamo qui per prepararci. Però non ci troviamo tutti allo stesso livello. Alcuni sono più avanti col programma e hanno bisogno di meno tempo per prendere il tagliando e spiccare il volo. A chi è già un angelo da giovane non serve diventare anziano.
Non sempre, almeno, altrimenti si dovrebbe concludere che solo i cattivi invecchiano e non è vero.
Mettiamola così: ciascuno ha un progetto da compiere, in questa vita, e il mio ex fidanzato ha esaurito il suo più rapidamente di altri. Perchè era più breve. O perchè era più bravo.
Rimango io, con un carico di ricordi che, per fortuna, è superiore ai rimpianti.
Mi è stato detto che l'ultimo gesto che il mio ex fidanzato compì, la notte in cui perse definitivamente conoscenza, fu di rimboccarmi la coperta e sistemarmi il cuscino dietro la testa sulla poltrona dove dormivo. E sussurarmi quelle parole meravigliose.
Lo ricordo così, nell'atto di amarmi e benedirmi per l'ultima volta. E cerco di esserne degna, senza retorica e senza paura.
Per istanti lunghissimi ho ripercorso la mia vita, alla ricerca dei segnali che mi ero rifiutata di cogliere.
I medici che sorreggevano sua madre per le ascelle accanto alla porta. L'urlo di sua sorella - " Cosa hanno fatto a mio fratello?" E poi: le continue allusioni alla "disgrazia", certi silenzi umidi, l'odio per gli ospedali.
Mi sono fermata a fissare il soffitto buio ieri notte e una risposta è sgorgata nitida.
Sapevo da sempre come era morto, ma avevo deciso da subito di non volerlo sapere. Sarebbe stato troppo. E forse lo è anche adesso.
Nel corso degli anni il rifiuto della verità si era esteso a tutto il resto. Avevo aderito ai pensieri come una seconda pelle, diventando il mio modo di abitare la vita senza viverla.
Succede a chi come me ospita Belfagor nello stomaco. Pur di non fare i conti con la realtà preferiamo convivere con la finzione, spacciando per autentiche le ricostruzioni ritoccate e distorte su cui basiamo la nostra visione del mondo.
Per rassicurarci nei nostri pregiudizi, leggiamo e ascoltiamo solo chi la pensa come noi. E ci lasciamo cullare la mente da storie fasuelle e versioni tranquillizanti.
L'intuizione ci rivela di continuo chi siamo. Ma restiamo insensibili alla voce degli dei, coprendola con il ticchettio dei pensieri e il frastuono delle emozioni. Preferiamo ignorarla, la verità. Per non soffrire, per non guarire. Perchè altrimenti diventeremmo quello che abbiamo paura di essere: completamente vivi.
Per la prima volta dopo otto anni mi sono rituffata dentro di lui. Ho sentito il suo amore per me ed è stata una scossa che mi ha fatto tremare. Ho seguito il peregrinare della sua angoscia da un medico all'altro. Ho sperato e mi sono disperata con lui. Fino all'ultima alba quando mi ero lasciata convincere a tornare a dormire e avevo ceduto a un sonno che non mi sarei mai più perdonata.
Mi ero ritrovata con un dolore accanto e un deserto dentro. A volte sono schiantata. Poi mi sono issata questo dolore sulle spalle e ho ripreso il cammino. Inciampando in troppe buche e sbagliando itinerari, scarpe, compagni di viaggio. Ma in qualche modo sono riuscita a mettermi in salvo.
Mi sono voluta bene.
Il pensiero di Jò mi procura ancora dei fremiti di rabbia mescolati a una tenerezza che sconfina nella pena.
Cos'avrà pensato mentre sentiva il cuore rallentare?
Forse dovrei liberarmi dal piombo che ho sul cuore, mandargli tutto il mio amore e lasciarlo finalmente andare.
Ieri notte ho chiuso gli occhi e ho visto Jò entrare nella stanza di una bimba addormentata. Si è seduto sul bordo del letto e mi ha guardato a lungo in silenzio. Mi ha rimboccato il lenzuolo nonostante il caldo, si è chinato su di me e ha sussurrato qualcosa.
Gli ho augurato buon viaggio, ho riaperto gli occhi e ho abbracciato Banana, l'orsacchiotto che mi ha regalato la mia fidanzata.
Jù.
UN PUNTO NERO NELL'IMMENSO AZZURRO DEL MARE
Quasi due mesi fa, un uomo armato di rabbia e di piccone ha lasciato tre vite innocenti sull'asfalto e una domanda infinita nella testa di milioni di italiani: come si fa ad accettare una morte così spudoratamente priva di senso?
Pochi giorni dopo, una donna bellissima ha risposto a modo suo a quella domanda: si è fatta asportare i seni per allontanare da sè il fantasma di un'altra morte priva di senso, quella per cancro, alla quale era "geneticamente" predisposta. Una scelta venduta come atto di coraggio, ma che gronda paura. Il controllo estremo come reazione all'anarchia dell'imprevisto.
Eppure, l'insostenibile casualità che mette sulla tua strada un Kabobo o che fa impazzire le cellule di un corpo sano, è la stessa che ti regala un nuovo amore quando pensi di non aver più nulla da aspettarti. E' la stessa che ti fa ritrovare un vecchio amico, proprio quando hai bisogno di lui. E questa casualità si chiama vita.
La scienza e il progresso ci regalano l'illusione di poter controllare tutto. E invece la vita, come una pianta infestante, si riappropria di ogni spazio lasciato libero, germoglia prepotentemente tra le pietre, invade ogni centimetro che sfugge al controllo, riempiendolo di orrore ma anche di una straordinaria bellezza. Trovare il modo di accettare ciò che non ha un senso è il più regalo che possiamo fare a noi stessi.
Alegra!
Jù.
Pochi giorni dopo, una donna bellissima ha risposto a modo suo a quella domanda: si è fatta asportare i seni per allontanare da sè il fantasma di un'altra morte priva di senso, quella per cancro, alla quale era "geneticamente" predisposta. Una scelta venduta come atto di coraggio, ma che gronda paura. Il controllo estremo come reazione all'anarchia dell'imprevisto.
Eppure, l'insostenibile casualità che mette sulla tua strada un Kabobo o che fa impazzire le cellule di un corpo sano, è la stessa che ti regala un nuovo amore quando pensi di non aver più nulla da aspettarti. E' la stessa che ti fa ritrovare un vecchio amico, proprio quando hai bisogno di lui. E questa casualità si chiama vita.
La scienza e il progresso ci regalano l'illusione di poter controllare tutto. E invece la vita, come una pianta infestante, si riappropria di ogni spazio lasciato libero, germoglia prepotentemente tra le pietre, invade ogni centimetro che sfugge al controllo, riempiendolo di orrore ma anche di una straordinaria bellezza. Trovare il modo di accettare ciò che non ha un senso è il più regalo che possiamo fare a noi stessi.
Alegra!
Jù.
GIOIA
Il mio primo fu Matteo, cinque anni, guance rubizze e capello a caschetto. Bella coppia, un pò stazzonata. Questo Matteo non mi filava di pezza e tanto bastava per alimentare la cotta. So che da grande è diventato uno di quei ragazzi tutto studio e casa, mantenendo un certo invariato distacco verso il genere femminile. Non era me che voleva, non voleva nessuna. Un buon motivo per non covare rimpianti. Poi arrivò Nicola, bello e impossibile, geneticamente programmato per far soffrire le donne. Sì, già ad 11 anni, vissuti pericolosamente tra corse in discesa sullo skate e altre smargiassate da lasciarci la pelle. Decisamente molto al di sopra dello standars a cui poteva ambire una bambina fin troppo nella media (niente capelli lunghi e biondi per intenderci ). Maschi così erano destinati alle Kate Moss in erba, odiose ragazzine filiformi che non hanno mai subito l'umiliazione di rifare l'orlo dei jeans (una tassa a cui è tristemente condannato chi, come me, nasce "fuori taglia": troppo largo, troppo corto ecc). Poi ci sono stati Mauro, Giuseppe, Lorenzo, Daniele...tutti amori (im)possibili nella sliding door della vita. Alcuni svaniscono insieme all'acne e ai ricordi. Altri rimangono lì, cristallizati e intatti, come una cosa nuova lasciata dentro al cellophane. Ti resta sempre questa voglia di scoprire come sarebbe stato rompere la carta e farti almeno un giro con quel che c'era sotto, sentire l'odore di nuovo, guardarti allo specchio e vedere l'effetto che fa. Le cose non consumate, dai ragazzi ai maglioni, conservano immutato il giusto inebriante del condizionale. Nessuna prova di realtà: restano lì, con tutto quel loro carico di chance e possibilità inesplorate.
Alzi la mano chi non ha almeno un amore "mancato" nella vita (o mancato a metà) in cui rifugiarsi nei momenti di stanca, quando la routine ti appanna la vista e non vedi più chi ti vive accanto o tutto ti sembra uguale.
Ma esistono anche amori "veri" destinati all'eternità?Sì. Uno me lo ha raccontato Patti Smith, proprio lei, "la sacerdotessa del rock" in un'intervista che ho letto qualche giorno fa. Mentre i colloghi maudit collezzionavano sbronze e flirt, lei condivideva passioni e figli con l'amattissimo marito Fred. Nell'intervista dice:"Io sono stata libera e felice da giovane, quando ho cominciato la mia carriera, ma sono stata altrettanto, anzi più felice, come moglie devota e madre". Devota. Che parola rivoluzionaria.
Alegra!
Jù.
Alzi la mano chi non ha almeno un amore "mancato" nella vita (o mancato a metà) in cui rifugiarsi nei momenti di stanca, quando la routine ti appanna la vista e non vedi più chi ti vive accanto o tutto ti sembra uguale.
Ma esistono anche amori "veri" destinati all'eternità?Sì. Uno me lo ha raccontato Patti Smith, proprio lei, "la sacerdotessa del rock" in un'intervista che ho letto qualche giorno fa. Mentre i colloghi maudit collezzionavano sbronze e flirt, lei condivideva passioni e figli con l'amattissimo marito Fred. Nell'intervista dice:"Io sono stata libera e felice da giovane, quando ho cominciato la mia carriera, ma sono stata altrettanto, anzi più felice, come moglie devota e madre". Devota. Che parola rivoluzionaria.
Alegra!
Jù.
TOGLIETEMI TUTTO MA NON IL SORRISO
Per me mia cugina sarà sempre la ragazza delle fragole: prima di lei non avevo mai incontrato qualcuno così capace di scoprire un momento di felicità o di amore in mezzo alla giornata più nera.
Quando ero piccola mi arrabbiavo tantissimo sentendo questa storiella zen raccontata da mio nonno : "Un uomo che camminava per un campo si imbattè in una tigre. Si mise a correre, tallonato dalla tigre. Giunto a un precipizio, si afferrò alla radice di una vite selvatica e si lasciò penzolare oltre l'orlo. La tigre lo fiutava dall'alto. Tremando, l'uomo guardo giù, dove, in fondo all'abisso, un'altra tigre lo aspettava per divorarlo. Soltanto la vite lo reggeva. Due topi, uno bianco e uno nero, cominciarono a rosicchiare piano piano la vite. L'uomo scorse accanto a sè una bellissima fragola. Afferrandosi alla vite con una mano sola, con l'altra spiccò la fragola. Com'era dolce!"
Ma com'è possibile- pensavo piena di irritazione- che uno che sta per precipitare perda tempo a mangiare una fragola? Avevo archiviato questa storia in quella cartella della memoria dedicata alle cose senza senso, alle vicende incomprensibili. Finchè un sabato pomeriggio mi hanno telefonato dicendomi che mia cugina non c'era più. Allora ho capito che le fragole possono essere la nostra salvezza, la nostra ultima speranza, e che è un peccato non saperle vedere.
Mia cugina era un'iniezione di coraggio quotidiano. Un faro di vita: aveva dignità, energia, ironia. E smuoveva i cuori nell'intimo.
Ho provato a cercare un senso a quello che era successo e ricordo esattamente la notte in cui mi sono messa a pensare a questo non senso, quando il mondo si era svuotato, c'era finalmente silenzio, i telefonini avevano smesso di squillare e le televisioni di parlare.
Ho provato ad immergermi nella sua sofferenza, nel suo stupore; ho avuto paura di piangere, ma ho trovato la sua mano che mi tirava dentro per scoprire quanta vita ci può essere anche quando si ha deciso di spegnere l'interruttore della luce. Quanta energia e speranza ci possono essere quando si è capaci di amare e di riconoscere il bene. E quanta leggerezza si può trovare anche se si è in mezzo alla più dura battaglia.
Dopo quella notte ho adottato sua figlia e l'ho fatta diventare la mia sorellina. Ogni giorno mi sono stupita nel vedere quanto fosse cresciuta quella bambina che a volte costringevo a giocare a pallone, mentre lei voleva giocare con le barbie. Quando l'ho abbracciata dopo tanti anni, abbiamo cominciato a parlare e mentre raccontava la scrutavo per capire cosa pensasse veramente, se il suo ottimismo fosse una negazione di quello che era successo o se fosse davvero la convinzione che ogni attimo valga la pena di essere vissuto. La risposta me l'ha regalata senza giri di parole: "Passo momenti durissimi, a volte non so se ce la farò ma sto programmando un sacco di cose, ho un sacco di idee, ho anche voglia di innamorarmi e non importa se tutto quello che vorrei non arriverà, è bello anche solo immaginare, sperare, programmare. Ogni parola è inutile, mia mamma non c'è più ma a me non va di star qui a piangermi addosso e lamentarmi. Vado avanti, come mi ha insegnato lei, consapevole del fatto che lei non c'è più. Ma so anche che quello che mi aspetta da vivere me lo godrò il più possibile. Adesso voglio star bene, punto e basta."
Questa sera ho pensato che la sua "storia" e i suoi sogni meritassero una prova d'appello, allora mi sono messa a scrivere anche se lei non lo sa.
Le parole di sua madre che risuonano ora nella sua voce, mi parlano della grandezza delle piccole cose, della gioia di quei dettagli che non siamo capaci di vedere, di quel disordine in cucina che può essere felicità, perfino del colore dello smalto sulle unghie.
Le parole della mia nuova sorellina sono la dimostrazione dell'importanza di continuare a pensare alla vita.
Mia cugina ha avuto il coraggio di essere leggera, ironica, spiritosa, persino sfrontata, anche se questo può sembrare fuori posto in questi paesi di provincia. Nel suo modo sfrontato di affrontare la vita c'era il coraggio di parlare, di condividere, di rompere la crosta del silenzio e il muro delle frasi fatte, delle uscite di circostanza. E sotto si sentiva la voglia di continuare ogni giorno a sognare, a sperare, a progettare.
Si potrebbe cinicamente obiettare che tanto poi non l'ha fatto, ma io non dubito che mia cugina sia stata vincente: ha vissuto fino alla fine, nel significato più vero del termine.
Ha vissuto con coraggio, ha avuto giorni di dolore, di pianto, di vuoto, di paura, molti di rabbia, ma è sempre riuscita a trovare attimi di gioia, di speranza; e vivere cosi, è il regalo migliore che ognuno di noi si possa fare. Se ci può essere ancora un attimo di felicità o di amore, anche lì dove tutto appare finito, perchè rinunciarci?
"C'è un'ape che si posa su un bottone di rosa: lo succhia e se ne va...Tutto sommato la felicità è una piccola cosa".
Io il miele lo mangio a piccolissime dosi e guai a chi me lo tocca. Vorrei solo non finisse mai.
Grazie cugina grande, Grazie cugina piccola.
Alegra!
Jù.
Quando ero piccola mi arrabbiavo tantissimo sentendo questa storiella zen raccontata da mio nonno : "Un uomo che camminava per un campo si imbattè in una tigre. Si mise a correre, tallonato dalla tigre. Giunto a un precipizio, si afferrò alla radice di una vite selvatica e si lasciò penzolare oltre l'orlo. La tigre lo fiutava dall'alto. Tremando, l'uomo guardo giù, dove, in fondo all'abisso, un'altra tigre lo aspettava per divorarlo. Soltanto la vite lo reggeva. Due topi, uno bianco e uno nero, cominciarono a rosicchiare piano piano la vite. L'uomo scorse accanto a sè una bellissima fragola. Afferrandosi alla vite con una mano sola, con l'altra spiccò la fragola. Com'era dolce!"
Ma com'è possibile- pensavo piena di irritazione- che uno che sta per precipitare perda tempo a mangiare una fragola? Avevo archiviato questa storia in quella cartella della memoria dedicata alle cose senza senso, alle vicende incomprensibili. Finchè un sabato pomeriggio mi hanno telefonato dicendomi che mia cugina non c'era più. Allora ho capito che le fragole possono essere la nostra salvezza, la nostra ultima speranza, e che è un peccato non saperle vedere.
Mia cugina era un'iniezione di coraggio quotidiano. Un faro di vita: aveva dignità, energia, ironia. E smuoveva i cuori nell'intimo.
Ho provato a cercare un senso a quello che era successo e ricordo esattamente la notte in cui mi sono messa a pensare a questo non senso, quando il mondo si era svuotato, c'era finalmente silenzio, i telefonini avevano smesso di squillare e le televisioni di parlare.
Ho provato ad immergermi nella sua sofferenza, nel suo stupore; ho avuto paura di piangere, ma ho trovato la sua mano che mi tirava dentro per scoprire quanta vita ci può essere anche quando si ha deciso di spegnere l'interruttore della luce. Quanta energia e speranza ci possono essere quando si è capaci di amare e di riconoscere il bene. E quanta leggerezza si può trovare anche se si è in mezzo alla più dura battaglia.
Dopo quella notte ho adottato sua figlia e l'ho fatta diventare la mia sorellina. Ogni giorno mi sono stupita nel vedere quanto fosse cresciuta quella bambina che a volte costringevo a giocare a pallone, mentre lei voleva giocare con le barbie. Quando l'ho abbracciata dopo tanti anni, abbiamo cominciato a parlare e mentre raccontava la scrutavo per capire cosa pensasse veramente, se il suo ottimismo fosse una negazione di quello che era successo o se fosse davvero la convinzione che ogni attimo valga la pena di essere vissuto. La risposta me l'ha regalata senza giri di parole: "Passo momenti durissimi, a volte non so se ce la farò ma sto programmando un sacco di cose, ho un sacco di idee, ho anche voglia di innamorarmi e non importa se tutto quello che vorrei non arriverà, è bello anche solo immaginare, sperare, programmare. Ogni parola è inutile, mia mamma non c'è più ma a me non va di star qui a piangermi addosso e lamentarmi. Vado avanti, come mi ha insegnato lei, consapevole del fatto che lei non c'è più. Ma so anche che quello che mi aspetta da vivere me lo godrò il più possibile. Adesso voglio star bene, punto e basta."
Questa sera ho pensato che la sua "storia" e i suoi sogni meritassero una prova d'appello, allora mi sono messa a scrivere anche se lei non lo sa.
Le parole di sua madre che risuonano ora nella sua voce, mi parlano della grandezza delle piccole cose, della gioia di quei dettagli che non siamo capaci di vedere, di quel disordine in cucina che può essere felicità, perfino del colore dello smalto sulle unghie.
Le parole della mia nuova sorellina sono la dimostrazione dell'importanza di continuare a pensare alla vita.
Mia cugina ha avuto il coraggio di essere leggera, ironica, spiritosa, persino sfrontata, anche se questo può sembrare fuori posto in questi paesi di provincia. Nel suo modo sfrontato di affrontare la vita c'era il coraggio di parlare, di condividere, di rompere la crosta del silenzio e il muro delle frasi fatte, delle uscite di circostanza. E sotto si sentiva la voglia di continuare ogni giorno a sognare, a sperare, a progettare.
Si potrebbe cinicamente obiettare che tanto poi non l'ha fatto, ma io non dubito che mia cugina sia stata vincente: ha vissuto fino alla fine, nel significato più vero del termine.
Ha vissuto con coraggio, ha avuto giorni di dolore, di pianto, di vuoto, di paura, molti di rabbia, ma è sempre riuscita a trovare attimi di gioia, di speranza; e vivere cosi, è il regalo migliore che ognuno di noi si possa fare. Se ci può essere ancora un attimo di felicità o di amore, anche lì dove tutto appare finito, perchè rinunciarci?
"C'è un'ape che si posa su un bottone di rosa: lo succhia e se ne va...Tutto sommato la felicità è una piccola cosa".
Io il miele lo mangio a piccolissime dosi e guai a chi me lo tocca. Vorrei solo non finisse mai.
Grazie cugina grande, Grazie cugina piccola.
Alegra!
Jù.
IO RIMANGO MIA
Immaginare il futuro è un esercizio che può essere divertente e anche, talvolta, costruttivo.
Ci provo quasi tutti i giorni, immaginando una possibile Italia del 2023, dopo un governo Cinque Stelle, utilizzando la lettera e lo spirito del programma ufficiale del MoVimento. Niente più di un gioco, ovviamente. Ciascuno di noi può ipotizzare un futuro diverso, più o meno luminoso a seconda delle opinioni politiche o dei parametri presi in considerazione.
Tuttavia, al di là del gioco e della fantasia, una domanda mi resta intatta: ma Beppe Grillo è un pericolo o un'ooportunità per l'Italia?
Forse è ora di cominciare a chiederselo per davvero e smettere di fare finta di niente.
Inizio col dire che è patetica e anche un pò indecente la solita corsa di numerosi italiani eccelenti ad andare "in soccorso del vincitore", come diceva Flaiano, con tanto di retrodatazione del proprio personale grillismo. L'opportunismo di costoro fa il paio con la pavidità di chi se ne sta zitto aspettando gli eventi. Ma in entrambi i casi i grillini di completamento come quelli in sonno sembrano trascurare un elemento fondamentale.
Al netto degli aspetti più pittoreschi, dal complottismo planetario al fondamentalismo alimentare, c'è una cosa che mi preoccupa più di ogni altra: la violenza verbale del leader, insieme al suo totale rifiuto delle regole elementari del confronto democratico.
Secondo me il "Vaffa" è un modo sbagliato di fare politica, una modalità intollerante e totalitaria. E' inammissibile che Grillo si sotragga alle interviste dei giornalisti e al dialogo, anche duro e serrato, con gli altri protagonisti in campo.
La violenza, anche solo verbale, e la sua evocazione mi fanno paura, perchè mi ricordano altre epoche e altri leader. Il rifiuto del confronto mi spaventa. L'odio verso i giornalisti può essere l'anticamera di un sistema in cui qualcuno decide che cosa è lecito dire e cosa no. E la terrificante prova di sè che ha dato (e continua a dare) la classe politica tradizionale non può costituire un alibi per qualunque atteggiamento.
Dite che esagero? Lo spero tanto. So bene che se non avesse cavalcato l'ondata di indignazione degli italiani contro la Casta il M5S non sarebbe diventato il primo partito del Paese.
Adesso però, anche per Grillo, Casaleggio & C. sarebbe l'ora della Responsabilità.
Facciano o non facciano la Tav, ci mandino a nuove elezioni, prendano pure il 40 o il 50 per cento dei voti...Ma per favore comincino da subito a cambiare il linguaggio. Anzi, visto che la stragrande maggioranza degli eletti ha già provato a farlo, che siano loro a tentare di convincere il guru a scendere dal piedistallo, togliersi la tuta da Power Ranger e accettare quella cosetta da nulla che si chiama dialogo.
Guarda caso il fondamento della democrazia, e quindi della libertà.
Alegra!
Jù.
Ci provo quasi tutti i giorni, immaginando una possibile Italia del 2023, dopo un governo Cinque Stelle, utilizzando la lettera e lo spirito del programma ufficiale del MoVimento. Niente più di un gioco, ovviamente. Ciascuno di noi può ipotizzare un futuro diverso, più o meno luminoso a seconda delle opinioni politiche o dei parametri presi in considerazione.
Tuttavia, al di là del gioco e della fantasia, una domanda mi resta intatta: ma Beppe Grillo è un pericolo o un'ooportunità per l'Italia?
Forse è ora di cominciare a chiederselo per davvero e smettere di fare finta di niente.
Inizio col dire che è patetica e anche un pò indecente la solita corsa di numerosi italiani eccelenti ad andare "in soccorso del vincitore", come diceva Flaiano, con tanto di retrodatazione del proprio personale grillismo. L'opportunismo di costoro fa il paio con la pavidità di chi se ne sta zitto aspettando gli eventi. Ma in entrambi i casi i grillini di completamento come quelli in sonno sembrano trascurare un elemento fondamentale.
Al netto degli aspetti più pittoreschi, dal complottismo planetario al fondamentalismo alimentare, c'è una cosa che mi preoccupa più di ogni altra: la violenza verbale del leader, insieme al suo totale rifiuto delle regole elementari del confronto democratico.
Secondo me il "Vaffa" è un modo sbagliato di fare politica, una modalità intollerante e totalitaria. E' inammissibile che Grillo si sotragga alle interviste dei giornalisti e al dialogo, anche duro e serrato, con gli altri protagonisti in campo.
La violenza, anche solo verbale, e la sua evocazione mi fanno paura, perchè mi ricordano altre epoche e altri leader. Il rifiuto del confronto mi spaventa. L'odio verso i giornalisti può essere l'anticamera di un sistema in cui qualcuno decide che cosa è lecito dire e cosa no. E la terrificante prova di sè che ha dato (e continua a dare) la classe politica tradizionale non può costituire un alibi per qualunque atteggiamento.
Dite che esagero? Lo spero tanto. So bene che se non avesse cavalcato l'ondata di indignazione degli italiani contro la Casta il M5S non sarebbe diventato il primo partito del Paese.
Adesso però, anche per Grillo, Casaleggio & C. sarebbe l'ora della Responsabilità.
Facciano o non facciano la Tav, ci mandino a nuove elezioni, prendano pure il 40 o il 50 per cento dei voti...Ma per favore comincino da subito a cambiare il linguaggio. Anzi, visto che la stragrande maggioranza degli eletti ha già provato a farlo, che siano loro a tentare di convincere il guru a scendere dal piedistallo, togliersi la tuta da Power Ranger e accettare quella cosetta da nulla che si chiama dialogo.
Guarda caso il fondamento della democrazia, e quindi della libertà.
Alegra!
Jù.
L'ALTRA FACCIA DEL POTERE
Ha il volto gentile di Laura Boldrini, neo eletto presidente della Camera. La prova vivente di tutto quello che abbiamo sempre sognato immaginando una donna al comando: umiltà, empatia e senso pratico. Nei 20 minuti di discorso d'insediamento non ha parlato in politichese, ha sorriso parecchio e ha messo in primo piano i problemi reali della gente: disoccupazione, precarietà, senso di sfiducia della classe media annientata dalla crisi, difesa delle donne e pari opportunità: " Perchè non c'è ricchezza senza diritti. Prima i diritti, poi lo sviluppo". Alla fine hanno applaudito tutti (a parte i soliti scontenti) e c'è anche chi si è commosso.
E' quello che capita quando si usa una lingua nuova, quella del cuore. Che lì per lì può sembrare fuori contesto. E, invece, non c'è contesto migliore per farla parlare. Visto che il destino di un Paese è lì che si gioca, tra quegli scranni. Dove in passato era abitudine bigiare, darsi malati, delegare. Prima la carica, lo stipendio, i prezzi stracciati alla buvette, i privilegi della casta, poi il popolo. Senza pensare che è per il popolo che si ha quella carica. Così funziona la democrazia. Così dovrebbe funzionare.
Laura Boldrini, è andata al Quirinale a piedi per la prima vista di cortesia al presidente della Repubblica: auto blu in garage e scorta ridotta al minimo. Ai giornalisti ha detto: "Sento tutto il peso della responsabilità. Non c'è tempo da perdere". In sintesi: poche chiacchiere, qui c'è da lavorare. Dopo tanti politici scaldapoltrone, portaborse senz'arte nè parte, veline mancate, finalmente una secchiona. Una che al suo ruolo ci crede davvero e ha un curriculum lungo così (la laurea in Giurisprudenza, il primo impiego da giornalista in Rai e poi alla Fao, l'incarico all'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, le missioni in Afghanistan, ex Jugoslavia, Iraq, Iran, Angola, Ruanda) e ci ricorda le donne vere. Noi, le nostre sorelle, le amiche dell'università. Quelle che di un esame studiavano pure le note in calce e non si mettevano scollate per strappare un voto più in alto. Quelle che, nella vita, non hanno mai voluto sconti, perchè se tagli il traguardo a spinte non c'è nessuna soddisfazione. Quelle che sono autorevoli, non autoritarie. Che per farsi ascoltare non gridano più forte, usano parole forti. E non si mettono a scimmiottare i maschi. Quelle brave sul serio.
Ce n'era tanto bisogno. Cerchiamo di farla durare.
Alegraaa!
E' quello che capita quando si usa una lingua nuova, quella del cuore. Che lì per lì può sembrare fuori contesto. E, invece, non c'è contesto migliore per farla parlare. Visto che il destino di un Paese è lì che si gioca, tra quegli scranni. Dove in passato era abitudine bigiare, darsi malati, delegare. Prima la carica, lo stipendio, i prezzi stracciati alla buvette, i privilegi della casta, poi il popolo. Senza pensare che è per il popolo che si ha quella carica. Così funziona la democrazia. Così dovrebbe funzionare.
Laura Boldrini, è andata al Quirinale a piedi per la prima vista di cortesia al presidente della Repubblica: auto blu in garage e scorta ridotta al minimo. Ai giornalisti ha detto: "Sento tutto il peso della responsabilità. Non c'è tempo da perdere". In sintesi: poche chiacchiere, qui c'è da lavorare. Dopo tanti politici scaldapoltrone, portaborse senz'arte nè parte, veline mancate, finalmente una secchiona. Una che al suo ruolo ci crede davvero e ha un curriculum lungo così (la laurea in Giurisprudenza, il primo impiego da giornalista in Rai e poi alla Fao, l'incarico all'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, le missioni in Afghanistan, ex Jugoslavia, Iraq, Iran, Angola, Ruanda) e ci ricorda le donne vere. Noi, le nostre sorelle, le amiche dell'università. Quelle che di un esame studiavano pure le note in calce e non si mettevano scollate per strappare un voto più in alto. Quelle che, nella vita, non hanno mai voluto sconti, perchè se tagli il traguardo a spinte non c'è nessuna soddisfazione. Quelle che sono autorevoli, non autoritarie. Che per farsi ascoltare non gridano più forte, usano parole forti. E non si mettono a scimmiottare i maschi. Quelle brave sul serio.
Ce n'era tanto bisogno. Cerchiamo di farla durare.
Alegraaa!
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