Ricordo un film con un uomo che prima di morire chiama le figlie a sè e una alla volta fa loro una specie di discorso d'addio. Giò non fece nulla di tutto questo.
L'unica cosa che mi disse fino alla fine, che non si stancò mai di ripetermi, fu che mi voleva bene e che ero stata la cosa più bella della sua vita. Quando stavamo insieme durante la chemio mi faceva parlare molto: della scuola, delle mie amiche, delle cose che volevo fare. E poi, verso la fine, quando cominciava ad essere molto stanco, mi chiedeva semplicemente di sedermi accanto a lui, sul letto. Allora mi stendevo al suo fianco e gli prendevo la mano, o lui mi posava la sua sui capelli, e dormivamo un pò così, come a scavare altro tempo nel tempo, a creare anse, vie di fuga.
E' morto una mattina di aprile. Già da qualche giorno non si alzava più. Il dottore aveva aumentato la dose di morfina e lui dormiva quasi sempre. Parlava pochissimo, e se lo tenevo per mano non la stringeva più come prima.
Quando Giò morì non sapevo quello che avrei sentito. Ho pensato che non poteva essere vero, e solo in quel momento mi sono resa conto che non avevo mai creduto fino in fondo che quel momento sarebbe arrivato.
In quei mesi mi ero abituata a vederlo malato e alla fine mi ero convinta che sarebbe stato per sempre così, non che potesse finire. Quando lo vidi immobile, la bocca socchiusa, le braccia abbandonate lungo i fianchi, la paura fece di nuovo il suo giro e alla fine della corsa mi ritrovai come svuotata.
C'erano stati giorni, certo, che avevo pensato a come sarebbe stato vederlo morto, ma anche in quel momento, con la sua morte davanti ai miei occhi, semplice e terrificante, continuavo a non crederci.
Mi avvicinai e trattenendo il respiro fissai il suo volto immobile, poi gli presi le mani e le strinsi con forza, lo chiamai, mi chinai a baciarlo e appoggiai la mia fronte sulla sua. Sua madre, in piedi vicino alla porta, sussurrò non c'è più con un sorriso di lacrime. Non c'era più.
Mi manco la terra sotto i piedi e ancora la paura mi strinse al suo petto e respirai solo l'aria velenosa dei suoi polmoni.
Il mio fidanzato non c'era più.
Quando lo seppellirono, a parte io, sua madre e sua nonna, c'erano anche tutti i suoi amici storici.
La fotografia che avevo scelto gliel'avevo fatta io il giorno del mio ultimo compleanno: mi sorrideva e quando sorrideva Giò era bellissimo.
I raggi di un sole pallido di quel tardo pomeriggio d'aprile rendevano tutto più triste.
Io e sua madre non riuscivamo a guardarci negli occhi. Ci sentivamo frastornate, esposte. Avevamo stretto troppe mani, respirato l'odore denso di tutti quei fiori. Della chiesa ricordo gli scricchiolii delle panche, il sommesso bisbiglio, una confusione di volti dietro le lacrime e gli occhiali scuri, nient'altro. Quando fu tutto finito, qualcuno mi prese sottobraccio e mi portò piano verso l'uscita del cimitero senza dire una parola.
Nei giorni che seguirono cercammo di sistemare le sue cose, anche se ce ne mancava il coraggio. Tutti i vestiti che erano rimasti per mesi sulle sponde delle poltroncine in camera da letto vennero lavati, ripiegati e infine sistemati dentro il suo armadio. Il letto venne disfatto e rifatto, le imposte accostate. C'era anche una signora a darci una mano. In realtà non serviva, ma credo che sua madre l'avesse chiamata perchè nel momento in cui mise piede nella stanza di Giò tutto il dolore di quei nove mesi le si riversò addosso.
Di questa signora ricordo che fece tutto in silenzio.
Prima di rifare il letto in camera di Giò mi sussurrò che era meglio fargli prendere un pò d'aria e me lo disse stringendomi una mano tra le sue, guardandomi con sincera comprensione, lo sguardo di chi non teme la tristezza degli altri. Subito la stanza si riempì di freddo, ma quell'odore di medicine e di morte io lo sento ancora.
Sua madre rimase di là, il viso contratto, lo sguardo fisso verso la cima dell'abete che si vede ancora da una delle finestre del soggiorno. Diedi alla signora Rosa tutte le indicazioni per riporre le cose al loro posto, fui io la sacerdotessa che si occupò del tempio, in silenzio, come temendo che se avessi parlato a voce troppo alta io e sua madre ci saremmo potute svegliare e accorgere che Giò era morto.
( Continua...)
Bacioni!
Jù.
Incontri, sensazioni, appunti e aria di città mentre sono impegnata in altri progetti. Convinta che se Beethoven era sordo, Shakespeare era un altro, Chaplin non aveva i baffi, Einstein fu bocciato e Monet era daltonico, siamo tutti passeggeri di un viaggio che resta.
GIO'
Ricordo ancora il giorno che mi sorpreso a rubare.
Avevo otto, forse nove anni, e il supermercato era uno di quelli piccoli, di quartiere, dove dalle casse riesci a tenere d'occhio tutte le corsie. Nel reparto cancelleria avevo visto una gomma rosa a forma di cuore e non avevo saputo resistere. Arrivò una delle cassiere e mi disse di tirar fuori subito quello che avevo preso, che tanto lei mi aveva vista. Senza nemmeno guardarla negli occhi le restituii la gomma e scappai via.
La paura è come la ricordo quel giorno. Il cuore che comincia a battere forte, un rumore assordante che dal petto ti arriva fin dentro le orecchie e non senti più nemmeno le tue stesse parole. Tutto all'improvviso è così reale da non sembrare vero. Di quel momento ho chiaro ogni dettaglio. La cassiera che portava una gonna rosso scuro e dei mocassini neri. Vicino alle gomme a forma di cuore c'erano degli astucci della Seven blu. La gente che faceva la fila alle casse si voltò a guardarmi. Corsi via con il cuore gonfio di spavento. Nel tempo che impiegai per arrivare a casa la paura si tramutò in vergogna e decisi che non l'avrei mai raccontato a nessuno.
Quando al mio ex fidanzato dissero che aveva una forma acuta di leucemia la paura arrivò puntuale come quella volta: mi afferrò la gola e si mescolò al sangue e quando arrivò al cuore lo sbranò.
Aveva diciannove anni, si chiamava Giovanni. Nove mesi dopo è morto.
Vivere nella paura, adesso lo so, è il peggiore degli incubi, ed è così che è vissuto il mio ex fidanzato per tutto quel tempo, con quel pensiero di morte giorno dopo giorno, ora dopo ora. Prese l'abitudine di tenere accesa la piccola lampada sul comodino per tutta la notte e di non chiudere più le persiane. Cominciò a dire che le stanze erano buie, che dalle finestre non entrava abbastanza luce. Iniziò la sua battaglia contro l'oscurità facendo togliere a sua madre le tende dal soggiorno, e proprio lui che aveva sempre amato la notte iniziò a odiarla.
La sua non è mai stata una famiglia tradizionale, papà mamma fratelli sorelle. Sua madre e sua nonna erano tutta la famiglia che aveva. Suo nonno era morto che era ancora piccolo e suo padre non l'ha mai conosciuto. Poi se ne è andato anche lui, lasciando me, sua madre e sua nonna sole, a pensare a un futuro che ci spaventava.
Tra le cose che conservo ancora di noi c'è il video che Giovanni fece il giorno del suo diciottesimo compleanno, quando festeggiamo anche i miei diciassette. E' nella libreria dei fumetti qui a casa mia. Dopo la sua morte l'ho rivisto un sacco di volte. C'è un momento, quando sto per soffiare sulle candeline: si vede lui alle mie spalle e sul tavolo davanti a noi c'è una torta enorme. Io sono in piedi sulla sedia e lui mi cinge la vita con le braccia. Mi sta dicendo qualcosa all'orecchio, una di quelle cose che si dicono ai compleanni, tipo guarda che bella torta, l'audio è pessimo, non si riesce a sentire e purtroppo non ci si può fare niente, così mi aveva detto il tecnico del negozio dove l'avevo portato. Io alzo una mano e gli tocco una guancia mentre fisso la torta davanti a me. So che può sembrare impossibile, ma io quel momento me lo ricordo. Ogni volta che mi rivedo penso la stessa cosa: che il tempo non è mai passato, io sono ancora lì, con la voce di Giovanni che mi carezza la guancia. Ed è la sola cosa che vorrei. Tornare indietro. Fermare il tempo.
Dopo la diagnosi lo ricoverarono in ospedale e cominciò subito le terapie, ma tutti i medici che lo visitarono e che lessero la sua cartella clinica erano bravi a raccontare bugie e a sorridere. Nessuno si sbilanciava troppo, alcuni erano criptici, altri freddi e distaccati. Continuarono a curarlo perchè era ancora giovane. Giovanni volle sapere fin dall'inizio, e quando sapemmo di sapere fu come stare sulle montagne russe senza conoscere il tempo della corsa. Come sentirsi afferrare il cuore.
A dirmelo fu lui. Il giorno dopo non andai a scuola - avevo diciasette anni e facevo il liceo - e neppure quello dopo ancora. Quando alcune mie compagne di classe mi chiamarono, inventai una scusa e dissi loro di avvisare gli insegnanti che stavo male ma sarei tornata presto. Non dissi niente della leucemia del mio fidanzato, non volevo rispondere alle loro domande e soprattutto non volevo che lo sapessero tutti.
In quel momento capii che avevo fatto la prima cosa da grande: avevo taciuto per proteggerlo e perchè avevo bisogno di stare da sola, lontano dalle cose stupide che si dicono in certi momenti, lontano dal chiacchiericcio inutile, per capire davvero quello che stava accadendo.
Dopo me, Giovanni chiamò sua nonna e le disse come stavano le cose, e in quel momento sperai solo che non si vedesse la mia paura. Anche lei faceva di tutto per sembrare tranquilla, ma le occhiaie e la pelle tesa del viso mostravano il contrario. Ripetè quello che aveva detto a me, ma quando sentii la parola leucemia pronunciata da lui mi si riempirono gli occhi di lacrime.
Allora ci abbracciammo forte tutti e tre e lui ci disse che c'erano delle cure, che insieme ce l'avremmo fatta.
In quel momento io diventò noi, la sua leucemia la mia. Lo sapevo, era una cosa spaventosa, il padre di una mia amica ne era morto solo qualche anno prima. In quei giorni la testa mi si riempì di domande: i sintomi? Possibile che non se ne fosse accorto? Qual era stato il momento in cui tutto era cominciato? Perchè nessuno aveva dato peso a quella tosse? Perchè lui quando si trattava di me si accorgeva sempre di tutto, e io, che pure l'amavo, non avevo pensato a niente? Se ami qualcuno dovresti prendertene cura. Forse non l'avevo amato abbastanza, se il mio amore era stato così irresponsabile?
Io e Giò abbiamo sempre parlato un sacco, e non cambiammo nemmeno nel periodo della sua malattia, ma cominciammo a cercarci con gli sguardi, a stringerci le mani mentre guardavamo un film insieme, a sorriderci silenziosi, sorrisi caldi, pieni di speranza che nessuno ci aveva dato. Testimone di tutto fu sua madre, che assecondò ogni sua decisione sulla terapia e, alla fine, le sue ultime volontà. In nove mesi non ho mai visto sua madre piangere. In certi momenti mi sembrava addirittura un'altra persona. La sua era una forza che si era temprata in altri silenzi, in un tempo lontano e giovane di cui nessuno sapeva nulla, e che all'improvviso tornava.
Pochi giorni prima di una delle innumerevoli visite non riuscii più a trattenermi e lo raccontai alle mie amiche di scuola. Il giorno dopo ricevetti una marea di sms e di mail, anche da parte di ragazzi e ragazze che non sentivo da una vita. A nessuno avevo detto come stavano davvero le cose e quindi tutti quei messaggi pieni di fiducia e di vita mi fecero l'effetto contrario, e ogni volta che ne arrivava uno nuovo dovevo reprimere l'impulso di scagliare il cellulare contro il muro. Quando tornai a scuola qualche giorno più tardi l'effetto novità aveva già cominciato a scemare. Tutti mi chiesero come stavo, come stava Giò, e poi basta. Le mie amiche smisero di venire a casa mia e io di andare da loro. Con la scusa che in queste situazioni è meglio non chiedere e non disturbare, attorno a me si fece il vuoto. I mesi successivi li passai come dentro un'ombra.
Compiti in classe, interrogazioni, qualche festa al sabato sera, piscina, passeggiate in centro, ma in ogni cosa c'era il mio fidanzato che stava morendo. La sua morte era ovunque: nello zaino tra i libri di scuola, nell'aria rosa e tersa delle sere di primavera, ma soprattutto nei suoi occhi consapevoli e rassegnati.
Ricordo di aver desiderato ogni giorno che ce la facesse contro ogni previsione: sì, avremmo avuto tempo, ancora, e avremmo imparato a non sprecarlo, quel tempo, a non attendere chissà quale futuro per le parole importanti.
Se qualcuno mi chiedesse cosa ricordo di quei nove mesi, risponderei niente di particolare, a parte i gesti, i sorrisi, le piccole cose di tutti i giorni - la vita è questa, adesso l'ho capito, sono gli istanti che contano, non le cose.
Credo che sia cambiato anche il mio modo di respirare: posso dire di aver imparato a trattenere il fiato, come se tutto quel tempo lo avessi passato sott'acqua, in attesa di prendere aria di nuovo.
Per tutto quel tempo ho avuto solo paura.
( Continua... )
Bacioni!
Jù.
Avevo otto, forse nove anni, e il supermercato era uno di quelli piccoli, di quartiere, dove dalle casse riesci a tenere d'occhio tutte le corsie. Nel reparto cancelleria avevo visto una gomma rosa a forma di cuore e non avevo saputo resistere. Arrivò una delle cassiere e mi disse di tirar fuori subito quello che avevo preso, che tanto lei mi aveva vista. Senza nemmeno guardarla negli occhi le restituii la gomma e scappai via.
La paura è come la ricordo quel giorno. Il cuore che comincia a battere forte, un rumore assordante che dal petto ti arriva fin dentro le orecchie e non senti più nemmeno le tue stesse parole. Tutto all'improvviso è così reale da non sembrare vero. Di quel momento ho chiaro ogni dettaglio. La cassiera che portava una gonna rosso scuro e dei mocassini neri. Vicino alle gomme a forma di cuore c'erano degli astucci della Seven blu. La gente che faceva la fila alle casse si voltò a guardarmi. Corsi via con il cuore gonfio di spavento. Nel tempo che impiegai per arrivare a casa la paura si tramutò in vergogna e decisi che non l'avrei mai raccontato a nessuno.
Quando al mio ex fidanzato dissero che aveva una forma acuta di leucemia la paura arrivò puntuale come quella volta: mi afferrò la gola e si mescolò al sangue e quando arrivò al cuore lo sbranò.
Aveva diciannove anni, si chiamava Giovanni. Nove mesi dopo è morto.
Vivere nella paura, adesso lo so, è il peggiore degli incubi, ed è così che è vissuto il mio ex fidanzato per tutto quel tempo, con quel pensiero di morte giorno dopo giorno, ora dopo ora. Prese l'abitudine di tenere accesa la piccola lampada sul comodino per tutta la notte e di non chiudere più le persiane. Cominciò a dire che le stanze erano buie, che dalle finestre non entrava abbastanza luce. Iniziò la sua battaglia contro l'oscurità facendo togliere a sua madre le tende dal soggiorno, e proprio lui che aveva sempre amato la notte iniziò a odiarla.
La sua non è mai stata una famiglia tradizionale, papà mamma fratelli sorelle. Sua madre e sua nonna erano tutta la famiglia che aveva. Suo nonno era morto che era ancora piccolo e suo padre non l'ha mai conosciuto. Poi se ne è andato anche lui, lasciando me, sua madre e sua nonna sole, a pensare a un futuro che ci spaventava.
Tra le cose che conservo ancora di noi c'è il video che Giovanni fece il giorno del suo diciottesimo compleanno, quando festeggiamo anche i miei diciassette. E' nella libreria dei fumetti qui a casa mia. Dopo la sua morte l'ho rivisto un sacco di volte. C'è un momento, quando sto per soffiare sulle candeline: si vede lui alle mie spalle e sul tavolo davanti a noi c'è una torta enorme. Io sono in piedi sulla sedia e lui mi cinge la vita con le braccia. Mi sta dicendo qualcosa all'orecchio, una di quelle cose che si dicono ai compleanni, tipo guarda che bella torta, l'audio è pessimo, non si riesce a sentire e purtroppo non ci si può fare niente, così mi aveva detto il tecnico del negozio dove l'avevo portato. Io alzo una mano e gli tocco una guancia mentre fisso la torta davanti a me. So che può sembrare impossibile, ma io quel momento me lo ricordo. Ogni volta che mi rivedo penso la stessa cosa: che il tempo non è mai passato, io sono ancora lì, con la voce di Giovanni che mi carezza la guancia. Ed è la sola cosa che vorrei. Tornare indietro. Fermare il tempo.
Dopo la diagnosi lo ricoverarono in ospedale e cominciò subito le terapie, ma tutti i medici che lo visitarono e che lessero la sua cartella clinica erano bravi a raccontare bugie e a sorridere. Nessuno si sbilanciava troppo, alcuni erano criptici, altri freddi e distaccati. Continuarono a curarlo perchè era ancora giovane. Giovanni volle sapere fin dall'inizio, e quando sapemmo di sapere fu come stare sulle montagne russe senza conoscere il tempo della corsa. Come sentirsi afferrare il cuore.
A dirmelo fu lui. Il giorno dopo non andai a scuola - avevo diciasette anni e facevo il liceo - e neppure quello dopo ancora. Quando alcune mie compagne di classe mi chiamarono, inventai una scusa e dissi loro di avvisare gli insegnanti che stavo male ma sarei tornata presto. Non dissi niente della leucemia del mio fidanzato, non volevo rispondere alle loro domande e soprattutto non volevo che lo sapessero tutti.
In quel momento capii che avevo fatto la prima cosa da grande: avevo taciuto per proteggerlo e perchè avevo bisogno di stare da sola, lontano dalle cose stupide che si dicono in certi momenti, lontano dal chiacchiericcio inutile, per capire davvero quello che stava accadendo.
Dopo me, Giovanni chiamò sua nonna e le disse come stavano le cose, e in quel momento sperai solo che non si vedesse la mia paura. Anche lei faceva di tutto per sembrare tranquilla, ma le occhiaie e la pelle tesa del viso mostravano il contrario. Ripetè quello che aveva detto a me, ma quando sentii la parola leucemia pronunciata da lui mi si riempirono gli occhi di lacrime.
Allora ci abbracciammo forte tutti e tre e lui ci disse che c'erano delle cure, che insieme ce l'avremmo fatta.
In quel momento io diventò noi, la sua leucemia la mia. Lo sapevo, era una cosa spaventosa, il padre di una mia amica ne era morto solo qualche anno prima. In quei giorni la testa mi si riempì di domande: i sintomi? Possibile che non se ne fosse accorto? Qual era stato il momento in cui tutto era cominciato? Perchè nessuno aveva dato peso a quella tosse? Perchè lui quando si trattava di me si accorgeva sempre di tutto, e io, che pure l'amavo, non avevo pensato a niente? Se ami qualcuno dovresti prendertene cura. Forse non l'avevo amato abbastanza, se il mio amore era stato così irresponsabile?
Io e Giò abbiamo sempre parlato un sacco, e non cambiammo nemmeno nel periodo della sua malattia, ma cominciammo a cercarci con gli sguardi, a stringerci le mani mentre guardavamo un film insieme, a sorriderci silenziosi, sorrisi caldi, pieni di speranza che nessuno ci aveva dato. Testimone di tutto fu sua madre, che assecondò ogni sua decisione sulla terapia e, alla fine, le sue ultime volontà. In nove mesi non ho mai visto sua madre piangere. In certi momenti mi sembrava addirittura un'altra persona. La sua era una forza che si era temprata in altri silenzi, in un tempo lontano e giovane di cui nessuno sapeva nulla, e che all'improvviso tornava.
Pochi giorni prima di una delle innumerevoli visite non riuscii più a trattenermi e lo raccontai alle mie amiche di scuola. Il giorno dopo ricevetti una marea di sms e di mail, anche da parte di ragazzi e ragazze che non sentivo da una vita. A nessuno avevo detto come stavano davvero le cose e quindi tutti quei messaggi pieni di fiducia e di vita mi fecero l'effetto contrario, e ogni volta che ne arrivava uno nuovo dovevo reprimere l'impulso di scagliare il cellulare contro il muro. Quando tornai a scuola qualche giorno più tardi l'effetto novità aveva già cominciato a scemare. Tutti mi chiesero come stavo, come stava Giò, e poi basta. Le mie amiche smisero di venire a casa mia e io di andare da loro. Con la scusa che in queste situazioni è meglio non chiedere e non disturbare, attorno a me si fece il vuoto. I mesi successivi li passai come dentro un'ombra.
Compiti in classe, interrogazioni, qualche festa al sabato sera, piscina, passeggiate in centro, ma in ogni cosa c'era il mio fidanzato che stava morendo. La sua morte era ovunque: nello zaino tra i libri di scuola, nell'aria rosa e tersa delle sere di primavera, ma soprattutto nei suoi occhi consapevoli e rassegnati.
Ricordo di aver desiderato ogni giorno che ce la facesse contro ogni previsione: sì, avremmo avuto tempo, ancora, e avremmo imparato a non sprecarlo, quel tempo, a non attendere chissà quale futuro per le parole importanti.
Se qualcuno mi chiedesse cosa ricordo di quei nove mesi, risponderei niente di particolare, a parte i gesti, i sorrisi, le piccole cose di tutti i giorni - la vita è questa, adesso l'ho capito, sono gli istanti che contano, non le cose.
Credo che sia cambiato anche il mio modo di respirare: posso dire di aver imparato a trattenere il fiato, come se tutto quel tempo lo avessi passato sott'acqua, in attesa di prendere aria di nuovo.
Per tutto quel tempo ho avuto solo paura.
( Continua... )
Bacioni!
Jù.
CARA MAMMA, ADESSO REGALAMI LA FORZA
Cara mamma, ho una notizia per te, anche se forse non te l'aspettavi.
Tra noi due, quella complicata sono sempre stata io. Benchè nel nostro rapporto la "cattiva" sia tu, mentre io ho il ruolo di una figlia "moderna" (quindi sensibile e sperduta) che fa di tutto per ritrovare la secondogenita chiusa nel pianeta nebuloso della vita, questa è soltanto mezza verità.
Quello che in ventisei anni di amorevoli scontri ha imparato di più a cambiarsi e crescere, sono io. E' normale: quando due legni passano una buona parte della loro vita a fregarsi uno contro l'altro, prendono fuoco entrambi.
Bisogna andare indietro, a un pomeriggio di giochi finito male, poco prima che io all'improvviso diventassi quella marziana di cattivo umore che aveva un nome strano, il mio, ed entrava nei 13 e poi 14 anni, scompigliati fino ai 20. Una volta mi hai detto che avevo lo sguardo intenso; ti fissavo dritta negli occhi e non mi fidavo.
Quel giorno ti accusai di non so cosa. Tu rispondevi, come sempre, che il senso di colpa era un'invenzione inutile e pericolosa. Io ti indicaii un punto nel tuo corpo: "Ma non ce l'hai, una coscienza?!". Tu, con la massima naturalezza possibile, forse un filo arrogante, mi avevi risposto. "La coscienza non esiste. Se ci fosse, dove dovrebbe trovarsi? Qui? Li? Al posto del cuore? Dello stomaco? Indicamela". E quella discussione finì col silenzio brutale di chi è più forte, o vecchia, o saggia. Sentivo di aver fatto un errore terribile.
Sono poi passati sei, quasi sette anni di scazzi e fatiche e guai. Penso sia stato visibile il mio - e non solo mio - sforzo per aiutarmi a trovare la forza che mi salvasse da un grande spreco. Sembrava la tipica guerra tra generazioni. Non era soltanto questo. L'altra fatica, l'altra persona che veniva "salvata", non si poteva vedere. Era dentro di me, nascosta da qualche parte.
Mamma, quella domanda, "Ma non ce l'hai una coscienza", nel tempo mi ha cambiato. Non sono arrivata a quasi ventisette anni a credere in qualcosa d'infinito e in contatto con cieli e miracoli. Mi ha insegnato a rivolgermi a te meno con la testa e le sue ragioni raffinate e buone soltanto fino a un certo punto.
Credo che la guerra dentro di me ha cominciato ad attenuarsi anche perchè io, ad un certo punto, ho accettato il fatto che la mia coscienza esistesse, e non era niente di straordinario, ma una forma d'amore quotidiano, la sicurezza di un sangue che scorreva comune, una forza silenziosa.
Mamme e figlie, senza violenza, parlano comunque con le mani. Io dovevo ancora guadagnare il diritto alla mia forza.
All'inizio della mia adolescenza, non ero altro che buone intenzioni e belle parole. E alla mia domanda improvvisa e disperata, hai risposto quasi come una marziana sulla Terra, spaventata forse di essere scoperta, perchè non sapevi nemmeno tu dove fosse la tua, di coscienza.
Avevi ragione tu a volermi ficcare nella testa, a furia di disastri, che, anche se la testa è giusto che corra avanti, il cuore è più lento, è eterno e mai nuovo. Ha bisogno di scoprire, come fosse la prima volta, quello che è sempre stato, tra madre e figlia.
Le premesse, dentro di me, c'erano. Ma solo tu hai creato quel dislivello necessario perchè tutto cominciasse a fluire, dando la risposta all'interrogativo che non ti molla: che cosa ho sbagliato?
E' grazie a questo che il nostro legame esiste. Da quando ho smesso di abusare del pensiero e ho lasciato che a parlarti fosse quella cosa introvabile, la coscienza.
Grazie a te, sono cambiata. Mi hai aiutato a capire che, per raggiungere davvero le persone, devo usare meno la testa e di più il cuore. E' questo, forse, che vuol dire "avere una coscienza".
P.S. Se per un caso incredibile ci si ritrovasse nuovamente sulle stesse barricate dell'adolescenza, aspettati quindi meno parole e qualche calcio in più.
Ma col cuore, ovvio.
Buon compleanno Mammut,
ti voglio davvero bene.
Bacioni!
Ju.
Tra noi due, quella complicata sono sempre stata io. Benchè nel nostro rapporto la "cattiva" sia tu, mentre io ho il ruolo di una figlia "moderna" (quindi sensibile e sperduta) che fa di tutto per ritrovare la secondogenita chiusa nel pianeta nebuloso della vita, questa è soltanto mezza verità.
Quello che in ventisei anni di amorevoli scontri ha imparato di più a cambiarsi e crescere, sono io. E' normale: quando due legni passano una buona parte della loro vita a fregarsi uno contro l'altro, prendono fuoco entrambi.
Bisogna andare indietro, a un pomeriggio di giochi finito male, poco prima che io all'improvviso diventassi quella marziana di cattivo umore che aveva un nome strano, il mio, ed entrava nei 13 e poi 14 anni, scompigliati fino ai 20. Una volta mi hai detto che avevo lo sguardo intenso; ti fissavo dritta negli occhi e non mi fidavo.
Quel giorno ti accusai di non so cosa. Tu rispondevi, come sempre, che il senso di colpa era un'invenzione inutile e pericolosa. Io ti indicaii un punto nel tuo corpo: "Ma non ce l'hai, una coscienza?!". Tu, con la massima naturalezza possibile, forse un filo arrogante, mi avevi risposto. "La coscienza non esiste. Se ci fosse, dove dovrebbe trovarsi? Qui? Li? Al posto del cuore? Dello stomaco? Indicamela". E quella discussione finì col silenzio brutale di chi è più forte, o vecchia, o saggia. Sentivo di aver fatto un errore terribile.
Sono poi passati sei, quasi sette anni di scazzi e fatiche e guai. Penso sia stato visibile il mio - e non solo mio - sforzo per aiutarmi a trovare la forza che mi salvasse da un grande spreco. Sembrava la tipica guerra tra generazioni. Non era soltanto questo. L'altra fatica, l'altra persona che veniva "salvata", non si poteva vedere. Era dentro di me, nascosta da qualche parte.
Mamma, quella domanda, "Ma non ce l'hai una coscienza", nel tempo mi ha cambiato. Non sono arrivata a quasi ventisette anni a credere in qualcosa d'infinito e in contatto con cieli e miracoli. Mi ha insegnato a rivolgermi a te meno con la testa e le sue ragioni raffinate e buone soltanto fino a un certo punto.
Credo che la guerra dentro di me ha cominciato ad attenuarsi anche perchè io, ad un certo punto, ho accettato il fatto che la mia coscienza esistesse, e non era niente di straordinario, ma una forma d'amore quotidiano, la sicurezza di un sangue che scorreva comune, una forza silenziosa.
Mamme e figlie, senza violenza, parlano comunque con le mani. Io dovevo ancora guadagnare il diritto alla mia forza.
All'inizio della mia adolescenza, non ero altro che buone intenzioni e belle parole. E alla mia domanda improvvisa e disperata, hai risposto quasi come una marziana sulla Terra, spaventata forse di essere scoperta, perchè non sapevi nemmeno tu dove fosse la tua, di coscienza.
Avevi ragione tu a volermi ficcare nella testa, a furia di disastri, che, anche se la testa è giusto che corra avanti, il cuore è più lento, è eterno e mai nuovo. Ha bisogno di scoprire, come fosse la prima volta, quello che è sempre stato, tra madre e figlia.
Le premesse, dentro di me, c'erano. Ma solo tu hai creato quel dislivello necessario perchè tutto cominciasse a fluire, dando la risposta all'interrogativo che non ti molla: che cosa ho sbagliato?
E' grazie a questo che il nostro legame esiste. Da quando ho smesso di abusare del pensiero e ho lasciato che a parlarti fosse quella cosa introvabile, la coscienza.
Grazie a te, sono cambiata. Mi hai aiutato a capire che, per raggiungere davvero le persone, devo usare meno la testa e di più il cuore. E' questo, forse, che vuol dire "avere una coscienza".
P.S. Se per un caso incredibile ci si ritrovasse nuovamente sulle stesse barricate dell'adolescenza, aspettati quindi meno parole e qualche calcio in più.
Ma col cuore, ovvio.
Buon compleanno Mammut,
ti voglio davvero bene.
Bacioni!
Ju.
L'AMORE E' TUTTO?
Lui era un uomo davvero gentile.
Romantico, sensibile, pieno di attenzioni. E' la vita che si è accanita.
Il lavoro che non girava. L'autostima che andava a picco. Fortuna lei, sempre lì ad amarlo. A raccogliere i suoi fallimenti con l'ennesimo sorriso. A farlo sentire importante. Come una zattera in mezzo al mare. Però l'amore non basta, se sei tu che non riesci ad amarti.
La prima volta è stato un ceffone. Forte, inaspettato, in piena faccia. Prima il sibilo nell'aria e poi l'impatto. Il naso che comincia a sanguinare. Il labbro spaccato. E gli occhi di lei spalancati, increduli, mentre si porta una mano alla bocca.
Non ci sono parole dopo. Solo un silenzio di piombo. Un uomo tramutato in bestia accasciato su una sedia, accanto a una piccola donna ferita, disposta ancora a fargli una carezza.
La volta dopo è stata una spinta contro il muro. Poi un calcio, un pugno, una mano che afferra i capelli e tira forte. Il raptus e subito dopo lo sgomento. Le promesse, puntualmente disattese, di non farlo mai più. Il perdono di lei, quasi dovuto, aggrappato alla scusa che lui "non è davvero così".
Ricordo che la cosa che mi aveva colpito di più della brutta storia di Massimo di Cataldo, accusato di maltrattamenti dall'ex Anna Laura Millacci, era quello che la donna aveva dichiarato in un'intervista il giorno dopo aver postato la foto del suo viso tumefatto su Facebook, facendo esplodere la bomba: "Lui non è un uomo violento, è un uomo gentile, lo scriva. Gli parte la testa, ma solo con me...". Sulla vicenda poi sono state dette tante cose: che lei è un'esibizionista a caccia di pubblicità, che lui manipola amici e parenti per nascondere la verità. Machissenefrega!
Quello che mi sta a cuore è che sul tema violenza sia venuto a galla un aspetto che spesso s'ignora: l'orco può essere un individuo al di sopra di ogni sospetto, mansueto, cordiale, perfino sensibile, che a casa si trasforma in Mr. Hyde. Basta niente a far scattare la miccia: la pressione sul lavoro, le frustazioni, lo stress. Pochi giorni prima della vicenda del cantante, avevo letto la storia che vi ho raccontato all'inizio.
Sono stati tre anni di botte e silenzio. Due immagini dello stesso uomo che non combaciavano. Il ragazzo dolce degli inzi e quello aggressivo per cui lei aveva paura di rientrare a casa la sera. Dopo mesi d'inferno lei gli ha chiesto di farsi curare. E lui, alla fine, si è convinto, pur continuando a negare il problema. Ci è voluto tanto coraggio e tanto amore, per lasciarlo. E per salvarsi. Anche se è tornato l'uomo speciale di un tempo e lei continua ad averlo nel cuore, non ci ricascherà. Avendo conosciuto "l'altro" che abita in lui, non si fida. Ha saputo chiedere aiuto. E' stata forte.
Ma quante, lo sono altrettanto?
Romantico, sensibile, pieno di attenzioni. E' la vita che si è accanita.
Il lavoro che non girava. L'autostima che andava a picco. Fortuna lei, sempre lì ad amarlo. A raccogliere i suoi fallimenti con l'ennesimo sorriso. A farlo sentire importante. Come una zattera in mezzo al mare. Però l'amore non basta, se sei tu che non riesci ad amarti.
La prima volta è stato un ceffone. Forte, inaspettato, in piena faccia. Prima il sibilo nell'aria e poi l'impatto. Il naso che comincia a sanguinare. Il labbro spaccato. E gli occhi di lei spalancati, increduli, mentre si porta una mano alla bocca.
Non ci sono parole dopo. Solo un silenzio di piombo. Un uomo tramutato in bestia accasciato su una sedia, accanto a una piccola donna ferita, disposta ancora a fargli una carezza.
La volta dopo è stata una spinta contro il muro. Poi un calcio, un pugno, una mano che afferra i capelli e tira forte. Il raptus e subito dopo lo sgomento. Le promesse, puntualmente disattese, di non farlo mai più. Il perdono di lei, quasi dovuto, aggrappato alla scusa che lui "non è davvero così".
Ricordo che la cosa che mi aveva colpito di più della brutta storia di Massimo di Cataldo, accusato di maltrattamenti dall'ex Anna Laura Millacci, era quello che la donna aveva dichiarato in un'intervista il giorno dopo aver postato la foto del suo viso tumefatto su Facebook, facendo esplodere la bomba: "Lui non è un uomo violento, è un uomo gentile, lo scriva. Gli parte la testa, ma solo con me...". Sulla vicenda poi sono state dette tante cose: che lei è un'esibizionista a caccia di pubblicità, che lui manipola amici e parenti per nascondere la verità. Machissenefrega!
Quello che mi sta a cuore è che sul tema violenza sia venuto a galla un aspetto che spesso s'ignora: l'orco può essere un individuo al di sopra di ogni sospetto, mansueto, cordiale, perfino sensibile, che a casa si trasforma in Mr. Hyde. Basta niente a far scattare la miccia: la pressione sul lavoro, le frustazioni, lo stress. Pochi giorni prima della vicenda del cantante, avevo letto la storia che vi ho raccontato all'inizio.
Sono stati tre anni di botte e silenzio. Due immagini dello stesso uomo che non combaciavano. Il ragazzo dolce degli inzi e quello aggressivo per cui lei aveva paura di rientrare a casa la sera. Dopo mesi d'inferno lei gli ha chiesto di farsi curare. E lui, alla fine, si è convinto, pur continuando a negare il problema. Ci è voluto tanto coraggio e tanto amore, per lasciarlo. E per salvarsi. Anche se è tornato l'uomo speciale di un tempo e lei continua ad averlo nel cuore, non ci ricascherà. Avendo conosciuto "l'altro" che abita in lui, non si fida. Ha saputo chiedere aiuto. E' stata forte.
Ma quante, lo sono altrettanto?
THE UNBELIEVER
AVVERTENZA. QUESTO E' UN ARTICOLO PREVEDIBILMENTE INCOMPLETO.
Chiunque sia stato prima o poi diciannovenne sa che il numero di casini che si riescono a combinare in poche ore a quell'età supera sempre i pronostici. Figuriamoci poi nel tempo, misurabile in giorni, che intercorre tra la stesura di questo articolo e il vostro di leggerlo: se in due giorni un diciannovenne medio riesce a far mettere le mani nei capelli a un adulto un numero X di volte, per Justin Bieber quella X va moltiplicata all'infinito.
Quasi cinquanta milioni di persone che lo seguono su Twitter, il primo disco di platino a quindici anni, centomila americani che firmano una petizione alla Casa Bianca per espellerlo dagli Stati Uniti (su questo poi ci torno), Justin Bieber non ha niente di medio, ma ha ancora molto di dicinnovenne: è uno la cui diciannovennitudine è anabolizzata dall'essere il diciannovenne più famoso del mondo.
La fama non è un meccanismo semplice da gestire da grandi, figuriamoci quando hai un'età per la quale, negli Stati Uniti, devi falsificare un documento se vuoi comprare una birra. Per comprare una birra devi avere ventun anni, per diventare una celebrità mondiale e l'idolo delle adolescenti non c'è un'età minima. Forse dovrebbe.
Forse essere famosi è uno stato talmente a rischio che per accederci dovrebbero servire nervi saldi ufficialmente certificati. Di sicuro è un amplificatore del quale nessuna diciannovennitudine è all'altezza.
Il romanziere Stephen King ha scritto, su Twitter, una riflessione che è quasi un anatema: "Promemoria per Justin Bieber: per le giovani celebrità, la vita è un banchetto a sbafo. Quel che non ti dicono è che spesso l'ultima portata sei proprio tu".
Gli esempi di bambini divorati al banchetto della fama sono noti, e le obiezioni anche. Per ogni psiche devastata dalla notorietà, per ogni Michael Jackson citato a sostegno della tesi "vietiamo lo star system ai piccoli", c'è una Jodie Foster che dimostra che, tutto sommato, si può crescere sotto i riflettori senza andare poi troppo fuori di testa.
Però solo di recente la celebrità è diventata un meccanismo così invadente. Solo adesso il ciclo di notizie è continuo e tutto, dai fotografi ai social network, è così ingombrante. Essere una baby star di tempi di James Dean era molto meno nevrotizzante.
L'eventuale divieto di fama per i minori sarebbe di difficile adempimento, tra le altre ragioni, perchè a proteggerli dovrebbero essere i genitori, rinunciando così ad avere un figlio che li trasformi da famiglia qualunque in milionari. L'ambizione del genitore che ti butta nello star system diventa socialmente rispettabile se il suo è un tentativo che ha successo. La differenza tra l'Anna Magnani che in Bellissima costringeva la figlia a fare i provini, e Pattie Mallette, che si è ritrovata mamma di Justin a diciasette anni ed era determinata a farsi riscattare dai trionfi del figlio da una vita da ragazza madre, sta nel fatto che la figlia della Magnani non era materiale da successo, e il piccolo Justin è diventato famoso. La fama è faticosa ma anche attraente: chissà se Jeremy Bieber sarebbe un padre così presente nella vita di un ragazzino nato per errore quand'era un ragazzino anche lui, se quell'adolescente non stesse sui poster.
Britney Spears aveve venticinque anni quando il suo esaurimento da fama ebbe la sua più clamorosa manifestazione: nella stessa sera, si rapò a zero e prese a ombrellate una macchina di paparazzi. Era entrata a far parte del Mickey Mouse Club a undici anni e aveva inciso il primo disco a diciasette.
Justin Bieber ne aveva dodici quando mamma Pattie mise per la prima volta un suo video su YouTube, tredici quando un discografico lo notò e lo mise sotto contratto, diciannove la settimana scorsa, quando è riuscito nel giro di pochi giorni a farsi arrestare due volte. Per aver aggredito un autista di limousine in Canada (il processo si terrà a Toronto in marzo, e l'aggressione risalirebbe al 30 dicembre; per aggressione, l'ha denunciato l'anno scorso, anche un paparazzo che l'aveva fotografato mentre fumava marijuana). E per essere stato fermato mentre guidava a Miami: le accuse sono di aver superato i limiti di velocità, di aver fatto resistenza all'arresto, di aver avuto una patente scaduta, e di essere stato sotto l'effetto di alcol, marijuana e Xanax ( un tranquillante che finora ero più abituata ad associare alle quarantenni nevrotiche, come la Blue Jasmine di Woody Allen, che alle popstar sì e no maggiorenni).
Mamma Pattie dà la colpa alle "brutte confluenze nell'industria dell'intrattenimento", dice che le radici cristiane delle persone perbene vengono messe a dura prova e ci chiede di pregare per lei e per il figlio. Papà Jeremy, per rassicurare il pubblico circa la serenità del primogenito dalle uova d'oro, mette su Twitter una foto di Justin che dorme assieme al fratellastro quattrenne. Non lo lasciano in pace neanche quando dorme, non c'è da meravigliarsi se si ribella come farebbe un ragazzino, con l'aggravante d'essere un ragazzino miliardario.
Nelle ultime settimane avrebbe, tra le altre cose, lanciato uova contro la casa di un vicino e scialato 75 mila dollari in spogliarelliste in una sola sera. Se fosse il figlio del mio vicino di scrivania, sarebbero le (costose) bravate di un ragazzino.
Siccome è un ragazzino che fa notizia, la spogliarellista mette la foto del mucchio di banconote su Twitter, e non è una scena del nuovo film di Scorsese ma l'ennesimo scandalo che alimenta il mito dell'autodistruttività di Bieber, che osservo con lo sguardo "Vediamo quanto ci mette a schiantarsi" che prima avevo riservato a Amy Winehouse.
Siccome è il ragazzino più visibile del mondo, è (testuale) "un pessimo esempio per i giovani americani" e deve essere cacciato dal Paese, secondo centomila cittadini statunitensi che hanno firmato una petizione (la regola dice che, se una petizione ha più di centomila firme, la Casa Bianca è tenuta a dare risposta: come se Obama non avesse cose più serie di cui occuparsi).
La mia parte ottimista vuole credere che siano centomila firme di Directioners, le fan del gruppo One Direction, schieramento opposto alle Beliebers (le fan di Justin Bieber si chiamano con una sola lettera di differenza da believer, la parola inglese per dire "credente": Justin Bieber è l'oppio dei popoli, o almeno di quella parte dei popoli che ha ancora l'età per scrivere i ritornelli delle canzonette sul diario).
La mia parte ottimista non vuole credere che ci siano centomila adulti che s'incomodano a chiedere al presidente degli Stati Uniti di cacciare il pericoloso adolescente (Bieber è canadese, il visto per artisti con cui si trova negli Usa viene revocato in caso di crimini gravi: è ragionevole prevedere che la Casa Bianca dica di non poter far niente).
Se ci fossero, però, mi piacerebbe chiedere loro: ma voi i vostri diciannove anni ve li ricordate?
Certo, se oggi sei un adulto hai avuto il vantaggio di avere diciannove anni in un tempo in cui non c'erano Facebook, YouTube, o altri rapidi mezzi di pubblico ludibrio per i comportamenti inadeguati (cioè la maggior parte dei comportamenti che si hanno a un'età alla quale, come nella canzone di Guccini, "si è stupidi davvero"). Certo, uno psicanalista direbbe che due arresti in una settimana sono un grido d'aiuto, un tentativo di comunicare malessere, un segnale che va raccolto. Ma forse il segnale non è "Voglio morire giovane": forse è "Voglio avere davvero diciannove anni".
A novembre una ragazza si è filmata col cellulare di fianco a Justin che dormiva, ha pubblicato il video su Internet, e dopo un minuto era su tutti i tabloid. Non sarebbe poi un'ambizione così strana voler essere un diciannovenne lasciato in pace almeno quando dorme; uno che, se finisce a letto con una coetanea e quella lo fotografa, al massimo si ritrova inviato come messaggio alle amiche, invece che trofeo sulla stampa mondiale.
Forse quel che la foto segnaletica con sorriso forzato di Justin Bieber ci sta dicendo è: "Non ne posso più di essere l'unico diciannovenne cui per una canna non tocca una sgridata dai genitori ma una petizione alla Casa Bianca". Sarebbe una obizione ragionevole, no? Lo troverei molto saggio, se non ne potesse più. Molto più saggio di quanto ci si aspetterebbe da un diciannovenne.
Bacioni!
Jù.
Chiunque sia stato prima o poi diciannovenne sa che il numero di casini che si riescono a combinare in poche ore a quell'età supera sempre i pronostici. Figuriamoci poi nel tempo, misurabile in giorni, che intercorre tra la stesura di questo articolo e il vostro di leggerlo: se in due giorni un diciannovenne medio riesce a far mettere le mani nei capelli a un adulto un numero X di volte, per Justin Bieber quella X va moltiplicata all'infinito.
Quasi cinquanta milioni di persone che lo seguono su Twitter, il primo disco di platino a quindici anni, centomila americani che firmano una petizione alla Casa Bianca per espellerlo dagli Stati Uniti (su questo poi ci torno), Justin Bieber non ha niente di medio, ma ha ancora molto di dicinnovenne: è uno la cui diciannovennitudine è anabolizzata dall'essere il diciannovenne più famoso del mondo.
La fama non è un meccanismo semplice da gestire da grandi, figuriamoci quando hai un'età per la quale, negli Stati Uniti, devi falsificare un documento se vuoi comprare una birra. Per comprare una birra devi avere ventun anni, per diventare una celebrità mondiale e l'idolo delle adolescenti non c'è un'età minima. Forse dovrebbe.
Forse essere famosi è uno stato talmente a rischio che per accederci dovrebbero servire nervi saldi ufficialmente certificati. Di sicuro è un amplificatore del quale nessuna diciannovennitudine è all'altezza.
Il romanziere Stephen King ha scritto, su Twitter, una riflessione che è quasi un anatema: "Promemoria per Justin Bieber: per le giovani celebrità, la vita è un banchetto a sbafo. Quel che non ti dicono è che spesso l'ultima portata sei proprio tu".
Gli esempi di bambini divorati al banchetto della fama sono noti, e le obiezioni anche. Per ogni psiche devastata dalla notorietà, per ogni Michael Jackson citato a sostegno della tesi "vietiamo lo star system ai piccoli", c'è una Jodie Foster che dimostra che, tutto sommato, si può crescere sotto i riflettori senza andare poi troppo fuori di testa.
Però solo di recente la celebrità è diventata un meccanismo così invadente. Solo adesso il ciclo di notizie è continuo e tutto, dai fotografi ai social network, è così ingombrante. Essere una baby star di tempi di James Dean era molto meno nevrotizzante.
L'eventuale divieto di fama per i minori sarebbe di difficile adempimento, tra le altre ragioni, perchè a proteggerli dovrebbero essere i genitori, rinunciando così ad avere un figlio che li trasformi da famiglia qualunque in milionari. L'ambizione del genitore che ti butta nello star system diventa socialmente rispettabile se il suo è un tentativo che ha successo. La differenza tra l'Anna Magnani che in Bellissima costringeva la figlia a fare i provini, e Pattie Mallette, che si è ritrovata mamma di Justin a diciasette anni ed era determinata a farsi riscattare dai trionfi del figlio da una vita da ragazza madre, sta nel fatto che la figlia della Magnani non era materiale da successo, e il piccolo Justin è diventato famoso. La fama è faticosa ma anche attraente: chissà se Jeremy Bieber sarebbe un padre così presente nella vita di un ragazzino nato per errore quand'era un ragazzino anche lui, se quell'adolescente non stesse sui poster.
Britney Spears aveve venticinque anni quando il suo esaurimento da fama ebbe la sua più clamorosa manifestazione: nella stessa sera, si rapò a zero e prese a ombrellate una macchina di paparazzi. Era entrata a far parte del Mickey Mouse Club a undici anni e aveva inciso il primo disco a diciasette.
Justin Bieber ne aveva dodici quando mamma Pattie mise per la prima volta un suo video su YouTube, tredici quando un discografico lo notò e lo mise sotto contratto, diciannove la settimana scorsa, quando è riuscito nel giro di pochi giorni a farsi arrestare due volte. Per aver aggredito un autista di limousine in Canada (il processo si terrà a Toronto in marzo, e l'aggressione risalirebbe al 30 dicembre; per aggressione, l'ha denunciato l'anno scorso, anche un paparazzo che l'aveva fotografato mentre fumava marijuana). E per essere stato fermato mentre guidava a Miami: le accuse sono di aver superato i limiti di velocità, di aver fatto resistenza all'arresto, di aver avuto una patente scaduta, e di essere stato sotto l'effetto di alcol, marijuana e Xanax ( un tranquillante che finora ero più abituata ad associare alle quarantenni nevrotiche, come la Blue Jasmine di Woody Allen, che alle popstar sì e no maggiorenni).
Mamma Pattie dà la colpa alle "brutte confluenze nell'industria dell'intrattenimento", dice che le radici cristiane delle persone perbene vengono messe a dura prova e ci chiede di pregare per lei e per il figlio. Papà Jeremy, per rassicurare il pubblico circa la serenità del primogenito dalle uova d'oro, mette su Twitter una foto di Justin che dorme assieme al fratellastro quattrenne. Non lo lasciano in pace neanche quando dorme, non c'è da meravigliarsi se si ribella come farebbe un ragazzino, con l'aggravante d'essere un ragazzino miliardario.
Nelle ultime settimane avrebbe, tra le altre cose, lanciato uova contro la casa di un vicino e scialato 75 mila dollari in spogliarelliste in una sola sera. Se fosse il figlio del mio vicino di scrivania, sarebbero le (costose) bravate di un ragazzino.
Siccome è un ragazzino che fa notizia, la spogliarellista mette la foto del mucchio di banconote su Twitter, e non è una scena del nuovo film di Scorsese ma l'ennesimo scandalo che alimenta il mito dell'autodistruttività di Bieber, che osservo con lo sguardo "Vediamo quanto ci mette a schiantarsi" che prima avevo riservato a Amy Winehouse.
Siccome è il ragazzino più visibile del mondo, è (testuale) "un pessimo esempio per i giovani americani" e deve essere cacciato dal Paese, secondo centomila cittadini statunitensi che hanno firmato una petizione (la regola dice che, se una petizione ha più di centomila firme, la Casa Bianca è tenuta a dare risposta: come se Obama non avesse cose più serie di cui occuparsi).
La mia parte ottimista vuole credere che siano centomila firme di Directioners, le fan del gruppo One Direction, schieramento opposto alle Beliebers (le fan di Justin Bieber si chiamano con una sola lettera di differenza da believer, la parola inglese per dire "credente": Justin Bieber è l'oppio dei popoli, o almeno di quella parte dei popoli che ha ancora l'età per scrivere i ritornelli delle canzonette sul diario).
La mia parte ottimista non vuole credere che ci siano centomila adulti che s'incomodano a chiedere al presidente degli Stati Uniti di cacciare il pericoloso adolescente (Bieber è canadese, il visto per artisti con cui si trova negli Usa viene revocato in caso di crimini gravi: è ragionevole prevedere che la Casa Bianca dica di non poter far niente).
Se ci fossero, però, mi piacerebbe chiedere loro: ma voi i vostri diciannove anni ve li ricordate?
Certo, se oggi sei un adulto hai avuto il vantaggio di avere diciannove anni in un tempo in cui non c'erano Facebook, YouTube, o altri rapidi mezzi di pubblico ludibrio per i comportamenti inadeguati (cioè la maggior parte dei comportamenti che si hanno a un'età alla quale, come nella canzone di Guccini, "si è stupidi davvero"). Certo, uno psicanalista direbbe che due arresti in una settimana sono un grido d'aiuto, un tentativo di comunicare malessere, un segnale che va raccolto. Ma forse il segnale non è "Voglio morire giovane": forse è "Voglio avere davvero diciannove anni".
A novembre una ragazza si è filmata col cellulare di fianco a Justin che dormiva, ha pubblicato il video su Internet, e dopo un minuto era su tutti i tabloid. Non sarebbe poi un'ambizione così strana voler essere un diciannovenne lasciato in pace almeno quando dorme; uno che, se finisce a letto con una coetanea e quella lo fotografa, al massimo si ritrova inviato come messaggio alle amiche, invece che trofeo sulla stampa mondiale.
Forse quel che la foto segnaletica con sorriso forzato di Justin Bieber ci sta dicendo è: "Non ne posso più di essere l'unico diciannovenne cui per una canna non tocca una sgridata dai genitori ma una petizione alla Casa Bianca". Sarebbe una obizione ragionevole, no? Lo troverei molto saggio, se non ne potesse più. Molto più saggio di quanto ci si aspetterebbe da un diciannovenne.
Bacioni!
Jù.
COSA MI HA INSEGNATO IL CASO STAMINA
Questa settimana ho pensato di fare un pò di cultura.
Niente paura. Nulla di sconvolgente, ho solo condotto una full immersion di cinema, andando a vedere i film di cui tutti parlano. Vorrei raccontarvi che al secondo tentativo sono riuscita a concludere la visione della calligrafica Grande Bellezza senza addormentarmi, che Il capitale umano non c'entra un piffero con la Brianza, che American Hustle è carino ma è sicuramente meglio La stangata, e che il più bel film in circolazione, The Butler, è proprio quello ignorato dalle nomination agli Oscar. Avevo solo voglia di sorridere. Poi sono incappata in un articolo sul caso Stamina pubblicato dalla Stampa di Torino. E ne sono uscita sconvolta.
Si tratta di una lunga lettera scritta da tre scienziati, come si dice, di chiara fama: Elena Cattaneo (nominata senatrice a vita), Gilberto Corbellini e Michele De Luca. I tre sparano a zero contro il programma televisivo Le Iene, che nei mesi scorsi si è occupato in numerose occasioni della vicenda Stamina, dando voce alle famiglie disperate criticando gli esperti anti-Vannoni.
Cattaneo e i due colleghi accusano il programma di aver "manipolato e spettacolarizzato la sofferenza di malati e parenti", di aver "usato" i bambini ammalati alimentando "false speranze" con "instancabile accanimento". E chiedono perentori che "si paghino i danni fatti" anche "davanti a un giudice". La Stampa, correttamente, pubblica anche l'articolata risposta di Davide Parenti, l'ideatore e autore delle Iene.
Non intendo entrare nel merito "scientifico" della diatriba: non ne ho le competenze. Osservo però due cose. La prima: fino a prova contraria, non avendo Le Iene diffamato o calunniato nessuno, quando si arriva a invocare punizioni esemplari contro un'inchiesta giornalistica che semplicemente porta fatti e opinioni differenti dalle proprie, significa avere della libertà di stampa un'idea piuttosto totalitaria. Ma fin qui, transeat: anche chiedere interventi dalla magistratura, in fondo, è un'opinione, e come tale va rispettata.
Trovo più grave la seconda circostanza.
Dalla lettera di Cattaneo e colleghi traspare un'arroganza, una superbia e direi quasi una prepotenza incredibili. Dall'alto dei propri titoli accademici (e politici) si trinciano giudizi assoluti e incontestabili. Come dire: la materia è troppo difficile e delicata perchè possa trattarla chi non fa parte della ristretta comunità dei chierici. Il cosidetto metodo Stamina è una truffa, punto e basta. Perchè? Perchè lo dice la Scienza.
Ora, il punto non è se Davide Vannoni sia un truffatore oppure no. Questo sì lo stabilirà la magistratura, che sta indagando. Ma ammettiamo pure, per ipotesi, che lo risulti davvero, e che le cellule di Stamina non siano altro che un pastrocchio, addirittura dannoso per la salute dei pazienti. In questo caso, chi deve pagare pagherà. Resterebbero comunque alcune domande inevase.
Perchè alcuni pazienti sembrano stare meglio? E, soprattutto, perchè gli scienziati non sono mai andati a verificare questi presunti miglioramenti? Di che cosa avevano paura? Di scoprire forse che la realtà a volte si ribella alla teoria? No, non credo. Credo invece che spesso la teoria basti a se stessa. E che altrettanto spesso sia troppa la distanza tra essa e la realtà.
C'è chi parla della "sofferenza" altrui stando chiuso in laboratorio. E ci sono luminari della medicina che non si accostano ai pazienti. Chi ha avuto in sorte una patologia grave sa di che cosa parlo. Certo, a volte la freddezza, il silenzio, il distacco sono forme di legittima autodifesa per i medici che operano sui casi estremi, ma chi li vive sulla propria pelle può scambiare questi atteggiamenti per disumanità. Se poi le lezioni sulla "sofferenza" arrivano da docenti, storici e biochimici, gente cioè rispettabilissima ma che non sta sul campo di battaglia, bè...
Arrivati a questo punto (comunque finisca, finirà male) che cosa mi ha insegnato la vicenda Stamina?
Le istituzioni, le agenzie, le commissioni, i cattedratici e i Grandi Maestri scendano dal piedistallo, escano da convegni, uffici e laboratori, si confrontino con le lacrime delle famiglie, si sporchino le mani e coltivino il dubbio. Alcuni lo fanno, certo. Ma sono ancora troppo pochi. Chi lo ha fatto, per esempio, con Celeste e Sofia, le altre "vittime" di Vannoni? A quanto pare, magari con inesattezze ed errori, soltanto i giornalisti. E loro, i depositari della Verità?
Bacioni!
Ju.
Niente paura. Nulla di sconvolgente, ho solo condotto una full immersion di cinema, andando a vedere i film di cui tutti parlano. Vorrei raccontarvi che al secondo tentativo sono riuscita a concludere la visione della calligrafica Grande Bellezza senza addormentarmi, che Il capitale umano non c'entra un piffero con la Brianza, che American Hustle è carino ma è sicuramente meglio La stangata, e che il più bel film in circolazione, The Butler, è proprio quello ignorato dalle nomination agli Oscar. Avevo solo voglia di sorridere. Poi sono incappata in un articolo sul caso Stamina pubblicato dalla Stampa di Torino. E ne sono uscita sconvolta.
Si tratta di una lunga lettera scritta da tre scienziati, come si dice, di chiara fama: Elena Cattaneo (nominata senatrice a vita), Gilberto Corbellini e Michele De Luca. I tre sparano a zero contro il programma televisivo Le Iene, che nei mesi scorsi si è occupato in numerose occasioni della vicenda Stamina, dando voce alle famiglie disperate criticando gli esperti anti-Vannoni.
Cattaneo e i due colleghi accusano il programma di aver "manipolato e spettacolarizzato la sofferenza di malati e parenti", di aver "usato" i bambini ammalati alimentando "false speranze" con "instancabile accanimento". E chiedono perentori che "si paghino i danni fatti" anche "davanti a un giudice". La Stampa, correttamente, pubblica anche l'articolata risposta di Davide Parenti, l'ideatore e autore delle Iene.
Non intendo entrare nel merito "scientifico" della diatriba: non ne ho le competenze. Osservo però due cose. La prima: fino a prova contraria, non avendo Le Iene diffamato o calunniato nessuno, quando si arriva a invocare punizioni esemplari contro un'inchiesta giornalistica che semplicemente porta fatti e opinioni differenti dalle proprie, significa avere della libertà di stampa un'idea piuttosto totalitaria. Ma fin qui, transeat: anche chiedere interventi dalla magistratura, in fondo, è un'opinione, e come tale va rispettata.
Trovo più grave la seconda circostanza.
Dalla lettera di Cattaneo e colleghi traspare un'arroganza, una superbia e direi quasi una prepotenza incredibili. Dall'alto dei propri titoli accademici (e politici) si trinciano giudizi assoluti e incontestabili. Come dire: la materia è troppo difficile e delicata perchè possa trattarla chi non fa parte della ristretta comunità dei chierici. Il cosidetto metodo Stamina è una truffa, punto e basta. Perchè? Perchè lo dice la Scienza.
Ora, il punto non è se Davide Vannoni sia un truffatore oppure no. Questo sì lo stabilirà la magistratura, che sta indagando. Ma ammettiamo pure, per ipotesi, che lo risulti davvero, e che le cellule di Stamina non siano altro che un pastrocchio, addirittura dannoso per la salute dei pazienti. In questo caso, chi deve pagare pagherà. Resterebbero comunque alcune domande inevase.
Perchè alcuni pazienti sembrano stare meglio? E, soprattutto, perchè gli scienziati non sono mai andati a verificare questi presunti miglioramenti? Di che cosa avevano paura? Di scoprire forse che la realtà a volte si ribella alla teoria? No, non credo. Credo invece che spesso la teoria basti a se stessa. E che altrettanto spesso sia troppa la distanza tra essa e la realtà.
C'è chi parla della "sofferenza" altrui stando chiuso in laboratorio. E ci sono luminari della medicina che non si accostano ai pazienti. Chi ha avuto in sorte una patologia grave sa di che cosa parlo. Certo, a volte la freddezza, il silenzio, il distacco sono forme di legittima autodifesa per i medici che operano sui casi estremi, ma chi li vive sulla propria pelle può scambiare questi atteggiamenti per disumanità. Se poi le lezioni sulla "sofferenza" arrivano da docenti, storici e biochimici, gente cioè rispettabilissima ma che non sta sul campo di battaglia, bè...
Arrivati a questo punto (comunque finisca, finirà male) che cosa mi ha insegnato la vicenda Stamina?
Le istituzioni, le agenzie, le commissioni, i cattedratici e i Grandi Maestri scendano dal piedistallo, escano da convegni, uffici e laboratori, si confrontino con le lacrime delle famiglie, si sporchino le mani e coltivino il dubbio. Alcuni lo fanno, certo. Ma sono ancora troppo pochi. Chi lo ha fatto, per esempio, con Celeste e Sofia, le altre "vittime" di Vannoni? A quanto pare, magari con inesattezze ed errori, soltanto i giornalisti. E loro, i depositari della Verità?
Bacioni!
Ju.
IL LUPO DI WALL STREET
E così questo era il famoso Lupo di Wall Street.
Uscendo dal cinema in una notte provinciale, ascolto e mi ascolto fare i commenti più scontati. "Dura mezz'ora di troppo". "Però è una festa cinematografica e ha saputo usare tutti i possibili linguaggi visivi". "Con lui DiCaprio è davvero cresciuto". " E che coraggio farsi vedere con una candela tra le chiappe". "Troppa coca, troppo sesso". "Ma è questo che si compra chi ha troppi soldi? Non hanno ancora inventato niente di meglio?". "E il potere?". "Tutti quelli che l'hanno lo usano per ottenere coca e sesso". "Si, però la storia del film ti dimostra che fine si fa". "Manco tanto brutta: quello che si è rivenduto i diritti della sua storia di truffatore, mentre le sue vittime..."
PAUSA PUBBLICITARIA.
La sola voce nuova della narrativa internazionale: Jennifer Egan. Tutti i suoi libri, da Minimum Fax.
Cammino controvento e penso che c'è qualcosa che non torna. E' nel modo in cui ci raccontano la storia.
Ci indicano il dito che indica la luna e noi guardiamo il dito, non per inclinazione ma per educazione.
Metti che io torno a casa e ho un bambino di dieci anni. Questo mi domanda:"Di che cosa parlava il film?" Io rispondo:"Di un signore che diventa cattivo perchè vuole troppe cose e per averle se ne frega di tutte le regole. Ma alla fine lo prendono e lo mettono in prigione". Quel bambino crederà che esiste un sistema. Al suo interno possono generarsi delle anomalie per colpa di un virus, quello dell'avidità, che può essere isolato. Il sistema prevede infatti degli anticorpi, che individuano le cellule infette, ne bloccano lo sviluppo e consentono all'organismo di risanarsi. Che favoletta.
E pensare che due scene del film raccontano la verità. Nella prima DiCaprio, nei panni di Jordan Belfort, spiega alla sua squadra di broker come intortare il cliente. Prende il telefono e convince un qualsiasi postino o elettricista a investire i risparmi in azioni spazzatura. Nel farlo mima i gesti osceni e, appena riappeso, insulta quello che poco prima era un amico da chiamare ossessivamente per nome.
Ora: il dito è questo broker fuori controllo, perfettamente consapevole che sta proponendo investimenti senza un dopodomani.
Ma la luna è la persona all'altro capo del telefono, sono le migliaia di persone all'altro capo del telefono. Se i Belfort del mondo avessero infarloccato un risparmiatore a testa sarebbe diverso. Lo hanno fatto con migliaia ciascuno, milioni in totale.
Un coscienzioso artigiano e padre di famiglia riceve una telefonata da uno sconosciuto che gli promette rendite del 50% su titoli mai sentiti nominare e gli affida il portafoglio? Davvero? Non è solo una scena del film. E' accaduto: una, cento, un milione di volte. Madoff praticava lo schema di Ponzi. Il suo seguace dei Parioli pure. Interessi semestrali in doppia cifra. E ci sono caduti a frotte. Gente istruita, persone altolocate.
Mai sentito Ponzi? Allora vi meritate Alberto Sordi. E vi meritate Vanna Marchi. Ho visto sfilare al processo le "vittime" di Nostra Signora delle Alghe. Le spedivano migliaia di euro per avere del sale da sciogliere in acqua. Lo scopo della pozione non era guarire un parente terminale: in quel caso ogni credulità sarebbe stata scusabile. Era ottenere una vincita al lotto. Ma se lo meritavano il Mago do Nascimento!
Se l'avidità appartenesse soltanto al fantasioso personaggio di Gordon Gekko (il protagonista di Wall Street) potrebbe essere, come lui sostiene, "una cosa buona". Perchè sarebbe estirpabile, dando un esempio. Se appartiene a milioni di persone, diventa un difetto della specie. Non la si combatte arrestando Jordan Belfort o Vanna Marchi. Bisognerebbe dire, a tutti i cresciuti bambini di cinque anni, la verità (ma davvero non la conoscono già?)
Scorsese lo fa, nell'altra scena chiave del film. La mette però all'inizio, cosi non sembra la morale, ma un trascurabile prologo offuscato dal "lieto fine". DiCaprio-Belfort va a pranzo con il suo mentore, impersonato da Matthew McConaughey. Tra un martini e l'altro quello gli rivela i fondamenti del sistema. Non ci sono regole nè strategie. Non ci sono virus o anticorpi. Nè buoni nè cattivi. E' tutto fasullo. E' soltanto aria. Nella versione originale usa un termine slang reso famoso da un altro film, Donnie Brasco. Al Pacino mostra a Johnny Depp un gioiello e quello gli dice:"Fugazi", fasullo. "It's all fugazi", spiega il mentore di Belfort. Lo dice sorridendo, muovendo le mani come braccia come se svolazzasse sopra il Mar dei Fugazi. "Il Nasdaq sta risalendo verso la storica quota 5.000". "Le nuove Ipo hanno fatto boom". "Due cucchiai di zucchero in un bicchiere di lavanda, poi misura la lunghezza del riflesso e giocati la cifra sulla ruota di Venezia". "Fugazi, fugazi, it's woozy, it's wazy, fairy dust". Polvere magica, residui di una favola senza lieto fine.
Belfort, Madoff, Ponzi, la Borsa, il casinò di Campione, la libera iniziativa in libero mercato, gli organi di controllo, il job act, the other job. Fugazi. Polvere senza magia.
All'ingresso di Wall Street andrebbe messo un cartello di pericolo. L'indicazione non dovrebbe essere: attenti al lupo. Piuttosto: attenti alle pecore.
Bacioni!
Jù.
Uscendo dal cinema in una notte provinciale, ascolto e mi ascolto fare i commenti più scontati. "Dura mezz'ora di troppo". "Però è una festa cinematografica e ha saputo usare tutti i possibili linguaggi visivi". "Con lui DiCaprio è davvero cresciuto". " E che coraggio farsi vedere con una candela tra le chiappe". "Troppa coca, troppo sesso". "Ma è questo che si compra chi ha troppi soldi? Non hanno ancora inventato niente di meglio?". "E il potere?". "Tutti quelli che l'hanno lo usano per ottenere coca e sesso". "Si, però la storia del film ti dimostra che fine si fa". "Manco tanto brutta: quello che si è rivenduto i diritti della sua storia di truffatore, mentre le sue vittime..."
PAUSA PUBBLICITARIA.
La sola voce nuova della narrativa internazionale: Jennifer Egan. Tutti i suoi libri, da Minimum Fax.
Cammino controvento e penso che c'è qualcosa che non torna. E' nel modo in cui ci raccontano la storia.
Ci indicano il dito che indica la luna e noi guardiamo il dito, non per inclinazione ma per educazione.
Metti che io torno a casa e ho un bambino di dieci anni. Questo mi domanda:"Di che cosa parlava il film?" Io rispondo:"Di un signore che diventa cattivo perchè vuole troppe cose e per averle se ne frega di tutte le regole. Ma alla fine lo prendono e lo mettono in prigione". Quel bambino crederà che esiste un sistema. Al suo interno possono generarsi delle anomalie per colpa di un virus, quello dell'avidità, che può essere isolato. Il sistema prevede infatti degli anticorpi, che individuano le cellule infette, ne bloccano lo sviluppo e consentono all'organismo di risanarsi. Che favoletta.
E pensare che due scene del film raccontano la verità. Nella prima DiCaprio, nei panni di Jordan Belfort, spiega alla sua squadra di broker come intortare il cliente. Prende il telefono e convince un qualsiasi postino o elettricista a investire i risparmi in azioni spazzatura. Nel farlo mima i gesti osceni e, appena riappeso, insulta quello che poco prima era un amico da chiamare ossessivamente per nome.
Ora: il dito è questo broker fuori controllo, perfettamente consapevole che sta proponendo investimenti senza un dopodomani.
Ma la luna è la persona all'altro capo del telefono, sono le migliaia di persone all'altro capo del telefono. Se i Belfort del mondo avessero infarloccato un risparmiatore a testa sarebbe diverso. Lo hanno fatto con migliaia ciascuno, milioni in totale.
Un coscienzioso artigiano e padre di famiglia riceve una telefonata da uno sconosciuto che gli promette rendite del 50% su titoli mai sentiti nominare e gli affida il portafoglio? Davvero? Non è solo una scena del film. E' accaduto: una, cento, un milione di volte. Madoff praticava lo schema di Ponzi. Il suo seguace dei Parioli pure. Interessi semestrali in doppia cifra. E ci sono caduti a frotte. Gente istruita, persone altolocate.
Mai sentito Ponzi? Allora vi meritate Alberto Sordi. E vi meritate Vanna Marchi. Ho visto sfilare al processo le "vittime" di Nostra Signora delle Alghe. Le spedivano migliaia di euro per avere del sale da sciogliere in acqua. Lo scopo della pozione non era guarire un parente terminale: in quel caso ogni credulità sarebbe stata scusabile. Era ottenere una vincita al lotto. Ma se lo meritavano il Mago do Nascimento!
Se l'avidità appartenesse soltanto al fantasioso personaggio di Gordon Gekko (il protagonista di Wall Street) potrebbe essere, come lui sostiene, "una cosa buona". Perchè sarebbe estirpabile, dando un esempio. Se appartiene a milioni di persone, diventa un difetto della specie. Non la si combatte arrestando Jordan Belfort o Vanna Marchi. Bisognerebbe dire, a tutti i cresciuti bambini di cinque anni, la verità (ma davvero non la conoscono già?)
Scorsese lo fa, nell'altra scena chiave del film. La mette però all'inizio, cosi non sembra la morale, ma un trascurabile prologo offuscato dal "lieto fine". DiCaprio-Belfort va a pranzo con il suo mentore, impersonato da Matthew McConaughey. Tra un martini e l'altro quello gli rivela i fondamenti del sistema. Non ci sono regole nè strategie. Non ci sono virus o anticorpi. Nè buoni nè cattivi. E' tutto fasullo. E' soltanto aria. Nella versione originale usa un termine slang reso famoso da un altro film, Donnie Brasco. Al Pacino mostra a Johnny Depp un gioiello e quello gli dice:"Fugazi", fasullo. "It's all fugazi", spiega il mentore di Belfort. Lo dice sorridendo, muovendo le mani come braccia come se svolazzasse sopra il Mar dei Fugazi. "Il Nasdaq sta risalendo verso la storica quota 5.000". "Le nuove Ipo hanno fatto boom". "Due cucchiai di zucchero in un bicchiere di lavanda, poi misura la lunghezza del riflesso e giocati la cifra sulla ruota di Venezia". "Fugazi, fugazi, it's woozy, it's wazy, fairy dust". Polvere magica, residui di una favola senza lieto fine.
Belfort, Madoff, Ponzi, la Borsa, il casinò di Campione, la libera iniziativa in libero mercato, gli organi di controllo, il job act, the other job. Fugazi. Polvere senza magia.
All'ingresso di Wall Street andrebbe messo un cartello di pericolo. L'indicazione non dovrebbe essere: attenti al lupo. Piuttosto: attenti alle pecore.
Bacioni!
Jù.
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