IL CUORE, GLI AFFETTI, LE VERITA' NASCOSTE

"E' una storia seria, con quel tipo?", chiede l'ex marito all'ex moglie, in tribunale, un istante prima di sancire anche legalmente la loro separazione.
"Se non fosse una storia seria, non aspetterei un figlio da lui", risponde lei, sicura, e appare fiera e felice per la notizia che finalmente ha trovato la maniera di comunicare all'ex.
Siamo dentro Il passato di Asghar Farhadi, il film che più mi ha commossa e incantata negli ultimi anni, escluso dalla cinquina degli stranieri da Oscar - assenza che, personalmente, ha reso un pò meno grande la bellezza di quella serata.
Siamo a Parigi, siamo in Iran. Ma siamo anche nelle nostre case. Nelle pieghe dei nostri cuori. Nelle false promesse con cui ci convinciamo, quando si tratta di elaborare un trauma. Un fallimento. Una separazione.
In pochissime parole: Ahmad ( l'ex marito ) torna da Teheran a Parigi perchè Marie ( l'ex moglie ) vuole firmare la separazione per essere libera di sposare Samir. Con Marie vivono le due figlie, una bambina luminosa e un'adolescente buia, avute da una relazione precedente a quella con Ahmad, ma che Ahmad ha cresciuto. Con Samir vive suo figlio, il piccolo Fouad, mentre sua moglie vegeta in coma profondo dopo aver ingoiato una bottiglia di detersivo.
Marie e Samir aspettano, insieme, un altro figlio, per l'appunto, e stanno dipingendo di fresco le mura della casa di Marie, perchè sia nuova e pronta ad accogliere la famiglia allargata che si sta formando.
Peccato che Marie, dopo quattro anni, abbia ancora bisogno di litigare con Ahmad, appena le viene incontro, all'aeroporto. Peccato che Ahmad, in quella casa si senta ancora in diritto di riparare un lavandino, se si rompe. Peccato che le sue cose siano ancora tutte lì, nella rimessa, dove le ha lasciate. Peccato che Samir si allergico alla vernice fresca.
Come lo siamo tutti. Tutti: se, anzichè prendere coscienza delle crepe sul muro, ci passiamo subito su un nuovo colore. Ci affidiamo ai vapori di una lavanderia, dove non a caso lavora Samir, perchè un lavaggio forte compia il miracolo.
Ci affidiamo alla pioggia dei giorni, che non a caso nel film viene giù scrosciante, perchè il tempo faccia da solo quello che per noi è troppo faticoso fare.
Respirare.
Guardarci dentro, anzichè affianco. Capire davvero che cosa è successo. Fra noi e l'altro, fra noi e noi, fra l'altro e se stesso.
Non è una passeggiata, certo. Anzi: è un'arrampicata dura, è una discesa agli inferi. E' un faccia a faccia con le verità scomode, con gli aspetti più pelosi di noi, con le voragini che abbiamo dentro, con le vertigini. E allora, pur di evitarci tutto questo, proviamo a farla franca.
Ci andiamo giù di rimozione.
Accumuliamo amori, non ci curiamo delle macchie ostinate che non vanno via, ripetiamo schemi, attribuiamo le nostre mancate elaborazioni ai poveracci che incontriamo lungo la strada.
Ma il passato, remoto o prossimo che sia, mica è scemo. Più pensiamo di fregarlo, più ci frega.
E allora basta sentire, distrattamente, l'odore di un profumo. Quello giusto, quello sbagliato: quello. Per risvegliarci, anche se siamo in coma, fosse solo il tempo di un sorriso, o di una lacrima.
Vincere l'Oscar per la Miglior Gestione del Proprio Passato, o comunque finire in una qualche cinquina, sconosciuti perfetti amici di questo blog, forse significa proprio questo.  Far sì che il passato non impedisca al presente di essere uguale a se stesso. Che non gli impedisca di essere davvero vostro.
Magari ammaccato, crepato, ancora non riverniciato. Ma vostro. Dunque libero.
Sinceramente disponibile a tutto quello che di meraviglioso il futuro potrà disegnarci su.

Ju.

E' QUASI MAGIA JHONNY

Qualcuno forse pensa che non lo riguardi ciò che è accaduto a Roma circa venti giorni fa, nei dintorni e all'interno dello Stadio Olimpico. Pistolettate, feriti, un uomo in fin di vita, scontri con spranghe e catene, e poi gli ultrà che dettano legge e le forze dell'ordine che si inchinano, i fischi all'inno nazionale e le cosidette autorità in tribuna che non fanno un plissè...Una giornata di ordinaria follia calcistica, si direbbe. Come ce ne sono state tante. Roba che riguarda qualche centinaio, o migliaio, di sottoproletari mascherati con i mefisto e i caschi integrali, o tutt'al più ha a che fare con quei mattI di tifosi "normali" che ancora si ostinano ad andare allo stadio, invece di starsene a casa, sul divano, a godersi in santa pace la partita o a fare altro, tipo leggere "un buon libro", o andare a letto presto, come Robert De Niro in C'era una volta in America.
E invece non è così. Quella "roba" che è successa riguarda tutti noi. Lo sport non c'entra, non c'entra neppure la "fede" calcistica. Quella "roba" è il sintomo più evidente, in qualche modo la sintesi perfetta, di quanto siamo disastrati come Paese, di quanto siamo arretrati in termini di educazione civica e convivenza civile. Pensateci un pò. Guardate con attenzione le foto di quell'energumeno tutto tatuato che chiamano Genny 'a Carogna ( poverino, in realtà si porta addosso il soprannome del padre, dev'essere una famiglia di fini intellettuali), andate a vedervi i filmati sul web mentre come un direttore d'orchestra comanda a gesti un intero settore pieno di ultrà, poi scende dai cancelli divisori sui cui era appollaiato per "trattare" ( la ormai famosa trattativa Stato-Curva), infine fa segno col pollice alzato ai responsabili della sicurezza che, ok, si può giocare. L'ha deciso lui.
L'ha deciso lui, capite? Per questo è vergognoso che il Presidente del Senato Pietro Grasso e il premier Matteo Renzi non se ne siano andati, per marcare la distanza tra le istituzioni che rappresentano tutti noi e lo schifo di spettacolo che stava per andare in scena, in cui lo Stato, il governo, il Prefetto, la Polizia e i vertici del calcio si sono piegati ai diktat di un manipolo di deliquenti abituali. Da troppi anni mi faccio ormai le stesse domande: perchè ciò che non è minimamente permesso da nessuna parte è tollerato se non incoraggiato tra le mura di uno stadio di calcio? Perchè lì si possono commettere reati? Perchè si sopporta che vengano sparati razzi, botti e bombe carta? Perchè ci si rassegna agli striscioni o ai cori razzisti? Perchè si consente questa sorta di extraterritorialità? Le Questure li conoscono, sanno perfettamente chi sono, immagini tv e fotografie li ritraggono e li rendono riconoscibili: perchè non li prendono e non li sbattono in galera? Perchè negoziano con loro?
Non sono mai andata allo stadio. E oggi mi guardo bene dall'andarci con mio nipote, che ha quasi otto anni. Una volta dentro, ancora ancora. Ma è il fuori, l'antistadio che fa paura, sia prima che dopo le partite. Poliziotti in assetto di guerra sotto luci livide ( altro che Luci a San Siro, caro Vecchioni ), camionette e blindati, il terreno disseminato di bottiglie e rifiuti di ogni genere, gruppetti di tifosi che corrono qua e là, urlano slogan, e ti sfiorano, ti urtano, gente che tenta di arrampicarsi per entrare gratis, cancelli e tornelli manco fossimo al confine messicano di Tijuana...Ma come è possibile? Com'è possibile che non siamo ancora riusciti a correggere tutto questo? Com'è possibile che una serata di svago assomigli a un'incursione dietro le linee nemiche?
Certo, come si dice, il pesce puzza dalla testa. Qualche giorno fa, Piero Fassino, sindaco di Torino, tifoso della Juventus, un politico che qualcuno vedrebbe bene come successore di Giorgio Napolitano, ha mostrato il dito medio ai supporter del Torino che lo contestavano. Poi ha tentato di smentire, ma è venuto fuori un video che lo inchioda. Dell'errore di Grasso e Renzi ho già scritto. Mentre il ministro dell'Interno, Angelino Alfano, fa sapere che "sta pensando" a prolungare il Daspo ( il Divieto di accedere alle manifestazioni sportive ) a vita. Sta pensando? Come sta pensando? In Spagna, il tizio che ha tirato una banana in campo è stato prima arrestato ( sì, arrestato, per aver tirato una banana ) e poi escluso per sempre dagli stadi. E' così difficile? Dobbiamo "pensarci" sopra? Anche Renzi ha annunciato di voler "lasciar finire il campionato e poi, tra luglio e agosto, pensiamo a come restituire il calcio alle famiglie". Pensate, pensate. Intanto Genny 'a Carogna, Gastone, Diabolik, Sandokan, il Bocia, il Barone, er Mortadella, er Mafia e perfino Guglielmo il Farmacista e tutti i capi e capetti ultrà di tutti i colori d'Italia agiscono. E agiscono non certo nell'ombra, anzi: alla luce dei riflettori.

Ju.



TORNANDO A CASA

Lo pensavo mentre tornavo a casa in macchina, e per un certo momento sono rimasta ferma a un semaforo rosso. L'ho pensato mentre cantavo con Baglioni "Strada facendo". Guardate che è incredibile: se pensate alla sorte che accomuna la gran parte delle principesse dei nostri tempi viene da pensare addirittura a una specie di malefico sortilegio: sono quasi tutte, ciascuna a modo suo, infelici, sole, tragiche nei loro profili di vita, maschere con la corona in testa e la pena nel cuore. Fanno eccezione le teste rosa coronate del nord Europa, dalla Danimarca alla Norvegia, alla Svezia, che paiono immuni alla reale sorte.
Prendete Charlene di Monaco, esempio sconcertante nella sua ieratica infelicità. Bella, giovane, scolpita dallo sport, ha sposato a 33 anni nel luglio 2011 lo scapolo più ambito del mondo, Sua Altezza Serenissima Alberto di Monaco, ora Principe Sovrano di un impero di meravigliosa bellezza e immense fortune. L'ha sposato che lui era già uomo di 53 anni, dunque solido, si immagina, e marito convinto. E invece fin dal primo giorno di nozze, anzi dalla vigilia delle nozze, un velo di malcelata inquietudine ha oscurato lo sguardo di Charlene la sudafricana: pare non si volesse nemmeno sposare, a stare alle voci che si rincorsero allora, scossa forse da dicerie di presunte e mai dimostrate paternità del marito; poi il "sì" l'ha detto, però nella Corte d'onore del Palazzo di Monaco è apparsa bellissima ma assente, come addolorata, una statua di cera. Troppo pesante il confronto con l'indimenticata Grace? Forse. Troppo assillante l'incalzante pretesa mondiale di un figlio per assicurare ad Alberto la discendenza? Magari. Ma ci deve essere qualcos'altro che rattrista Charlene tanto da renderla sfuggente perfino ai suoi sudditi, sfuggente perchè davvero in perenne fuga, a quanto sia lecito vedere a noi gente normale, da importanti impegni ufficiali, da cerimonie strapubbliche, insomma dal fianco e dal braccio del marito regnante. Che ci faceva sola, anzi accompagnata da un gruppo di attempati amici, ai Caraibi, sopra le righe e smarrita, il bicchiere in mano, le movenze scomposte e disadatte a una principessa del suo rango? Perchè il Principato non riluce più di sfavillii e feste memorabili, di invidiabile e da sempre invidiata felicità?
La padrona di casa è una principessa triste. Il segreto che Charlene nasconde nel cuore lo sa di certo solo lei. Un segreto stregato che mi pare tanto simile a quello che tormentò Lady Diana, sposa ragazzina dell'erede al trono d'Inghilterra, e da subito infelice a quel suo Carlo Altezza Reale Principe di Galles che ha sempre diviso con l'amante di lui, Camilla. La favola di Diana è stranota. Meno noto, forse, è che pure Camilla, da quando ha poi sposato Carlo e ricevuto in cambio il titolo di duchessa di Cornovaglia, non appare più ridanciana come ai vecchi e scandalosi tempi. C'è chi dice perfino che Carlo dorma in una stanza tutta sua, lui che quando erano amanti la raggiungeva di nascosto dentro il baule di un'auto per non farsi sorprendere dai fotografi. E Kate Middleton, per restare in Inghilterra? Sposa dall'aprile 2011 di William, duca di Cambridge, e da allora duchezza, ha messo al mondo sì l'erede al trono George, bambolotto reale, e appare sempre sorridente. Però anche troppo magra, in bilico su una continua altalena di su e giù, troppo stanca forse, troppo impreparata forse, lei borghesissima, alla vita di corte, troppo strapazzata da Sua Maestà la Regina che la bacchetta in continuazione sui vestiti e acconciature e disinvoltura sui sudditi...Anche la principessa Letizia di Spagna pare che questi ultimi tempi colpita dal melefico sortilegio delle altre sue "colleghe". Con il marito, il principe Felipe ed erede al trono, sono musi lunghi e sempre più rare occasioni pubbliche. Si dice che Letizia, in odor di anoressia da anni, forse mai ripresasi dalla morte della sorella, sia ora stufa di un suocero che non l'ha amata mai, e che ora voglia il trono.
Chissà qual è il segreto greve di tanta comune infelicità. Eppure hanno tutto, pensavo. Temo che la risposta sia banale: tutto è niente se non c'è un briciolo di sana normalità. Tutto è niente se non ti fa battere il cuore e guardare al futuro con incantate aspettative.

Ju.

CIAO AMORE CIAO

Il 13 aprile 2006, mentre eri all'ospedale per i soliti controlli, ti eri sentito male e ti avevano ricoverato. Il medico con cui parlammo disse che era convinto che non ce l'avresti fatta, che la situazione era molto critica. Passarono due giorni e tu ti riprendesti, miracolosamente, come disse quello stesso medico.
La domenica che venni a trovarti eri fuori, nel giardino dell'ospedale, seduto su una panchina. Indossavi un pigiama azzurro e il tuo viso, anche se provato dalla malattia, appariva meno teso e stanco del solito. Quando arrivai mi chiedesti di fare due passi. Era primavera, l'aria era calda e il giardino pieno di fiori. Mentre camminavamo nessuno di noi parlò e ad un tratto, come se tutta la paura di perderti fosse arrivata in quel momento, ti abbracciai come una innamorata timida che all'improvviso trova tutto il coraggio del mondo. Non so quanto tempo siamo rimasti stretti, in piedi vicino all'aiuola, nel sole di quel pomeriggio di aprile.
Al termine della visita mi avevi voluto accompagnare al cancello e mentre scendevo lungo il viale mi sono voltata, e tu eri ancora lì che mi guardavi camminare. Quando hai alzato la mano per salutarmi mi sono dovuta trattenere per non correre da te. Ho ricambiato il tuo saluto e poi ho continuato a camminare, come un automa, con le lacrime che mi rigavano il viso.
Ho sempre pensato che noi ci siamo congedati quel giorno, in forma privata, lontano dagli occhi di tutti.
Un congedo d'amore nella stagione più leggera dell'anno.

( Fine)
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Ju.

LUCE GUIDA

Ero attaccata alla rete del rettilineo dopo il Tamburello, in piedi sul muretto di cemento. Prima di entrare, un bagarino aveva venduto a Damiano - il fratello dieci anni più vecchio di me che mi aveva portato lì a cavallo della sua moto, facendomi guidare per tre quarti del viaggio - due biglietti del giorno prima. Era il 1994, un caldo 1° maggio, mi trovavo a Imola per assistere al mio primo gran premio di Formula 1 e avevo da poco compiuto diciassette anni.
Fin lì, era stato un fine settimana molto oscuro. Il venerdì la Jordan di Barrichello era volata, letteralmente, contro la rete di recinzione della variante bassa, il sabato Roland Ratzenberg, alla sua prima gara, si era schiantato a 300 all'ora sul muretto della curva Villeneuve. Uno era coperto di contusioni e con il setto nasale rotto, l'altro era morto.
Ayrton Senna era per la sessantacinquesima volta in pole position. Chi gli era vicino sostiene che in quei giorni un'ombra rassegnata e impaurita gli piegeva lo sguardo e il volto in espressioni che non erano sue. Molti credevano che la ragione fosse incastrata tra le lamiere delle vetture di Barrichello e Ratzenberg, altri nella sua, quella Williams fino alla stagione precedente imbattibile, la cometa che a detta di chiunque lo avrebbe riportato all'unico posto che gli spettava: il primo. Eppure di quell'auto non riusciva a venire a capo. L'eliminazione di buona parte dell'elettronica l'aveva resa un cavallo imbizzarrito, l'abitacolo era troppo stretto e Senna aveva dovuto rinunciare alla misura del suo volante, molto più grande degli altri. Ma c'era di più, era come se avvertisse qualcosa di definitivo, come se tutto improvvisamente avesse perso senso. Il sabato, registrando un commento del circuito per un canale francese, aveva concluso con un saluto ad Alain Prost e confessato che sentiva la sua mancanza. Sapeva che il pilota francese il giorno seguente sarebbe stato in cabina di regia. "Un saluto speciale al mio caro, il nostro caro amico Alain Prost. Ci manchi molto". Proprio a Prost, il suo grande nemico, l'uomo con cui si era litigato per anni i campionati del mondo e i favori della McLaren, l'uomo con cui si era vicendevolmente sbattuto fuori in due seguenti edizioni del gran premio di Suzuka. Prima della partenza, fermo in prima fila, Senna si sfilò il casco e lo tenne sul cupolino della sua Williams. Non lo aveva mai fatto. Se riguardate le registrazioni di quei momenti, lo potete vedere appoggiare la nuca al retro dell'abitacolo, sospirare profondamente, scuotere la testa.
Quel 1° Maggio, il Gran Premio non voleva partire. Da dove ci trovavamo, appena prima della Villeneuve, vedemmo sfilare le auto per il giro di prova, poi una lunga catena di giri dietro alla safety car. J.J Letho, rimasto fermo alla partenza, era stato violentemente tamponato da Pedro Lamy. Sembrava guardarli tutti negli occhi, quel gran premio, dire "ragazzi, lasciate perdere, oggi i pianeti non sono con voi".
Una volta sola li vedemmo sfilare a tavoletta, Ayrton in testa e Schumacher dietro. Poi l'attesa, l'urlo dei motori in lontananza, noi che ci attacchiamo alla rete ancora il ricordo del metallo sulle mani, i cavi di ferro che mi rigano il volto per vedere meglio. E quel proiettile lanciato verso il muro, i pezzi che saltano in giro come fuochi d'artificio, l'alettone che in fondo al serpentone di macchine viene sollevato da terra come un coriandolo. Poi il silenzio. Un intero circuito automobilistico ammutolito.
Immagino che certe cose le intuisci tuo malgrado. Le ambulanze, i medici, le voci sommesse che passano tra la gente, l'elicottero.
Ayrton è ricordato soprattutto per la sua maniacale dedizione e concentrazione. Era simpatico, era bello, piaceva a tutti. Credo che Ayrton sia diventato parte di quella minuscola manciata di amici i cui contorni si dissolvono lentamente fino ad assumere più la sembianza di fratelli.
Forse Ayrton voleva vivere la vita, tutto qui, e se possibile farla vivere anche agli altri. Ecco ciò che forse ognuno vedeva in Ayrton. Ciò che tutti vedevano meno era lo sguardo ombroso e rassegnato di chi di tanto in tanto gli appariva in volto, lo stesso che obbliga me in tante occasioni a trascinarmi fuori a distrarmi e lo stesso che rivedo ogni volta nelle registrazioni degli occhi di Senna prima della partenza di Imola, quel 1° maggio 1994.
Che c'entra Ayrton con me?,  che nel 1994 avevo solo sette anni ed ho solo immaginato di essere ad Imola, quel giorno, con mio fratello. Questa la semplice domanda che mi faccio da anni, mentre mio malgrado vedo i nostri volti sovrapporsi nella mia testa. Che c'entrano la concentrazione e il talento e la dedizione dell'uno con la mia sinistra leggerezza? Per qualche brevissimo istante, fino a poche settimane dopo il gran premio, qualcuno accennò alla possibilità che Senna fosse andato a sbattere apposta contro il muretto del Tamburello. Non fu così: si ruppe il piantone dello sterzo, malamente modificato e risaldato nottetempo per rendere più comodo l'abitacolo. Tra l'altro, a ucciderlo fu un braccetto della sospensione, proiettata dall'angolazione dello schianto dritta verso il suo casco. Per il resto, il corpo di Ayrton non presentava alcuna frattura o contusione: se non fosse stato per quel braccetto sarebbe uscito dall'abitacolo con le sue gambe.
Quindi, alla fine dei conti, restano semplicemente due vite, due vite che a modo loro - almeno per alcuni attimi - intravedono ciò che ognuno insegue: tutto l'arcobaleno dei colori, la sensazione che il mondo ti ama, di essere uno dei felicissimi risultati dell'evoluzione. Figlio non tanto dei tuoi genitori, ma dell'umanità. Proiettato verso il più luminoso dei futuri possibili. Improvvisamente consapevole, però, che forse quel futuro è già passato.
Ad Ayrton, forse, è stato semplicemente concesso il grande privilegio di uscire di scena prima che tutto si sgretoli.

Ju.

GIACOMO TI SAREBBE PIACIUTO

Ne sono sicura. Sì, ti sarebbe piaciuto. I tipi così li adoravi, quelli che se ne fregano del mondo intero, che hanno sempre tutti addosso e poi dalla tasca destra tirano fuori una matita ed eccoti servito il mondo, lì su un pezzo di carta, solo per te. Tu gli avresti detto che ti piace l'inverno e ti saresti fatto disegnare la città in certe sere fredde, con le luci che si riflettono sull'asfalto lucido di pioggia. E a te non avrebbe detto di no, tu le sapevi chiedere, le cose. Ne sono sicura, gli avresti chiesto la città, solo per te, su un foglio di carta, e alla fine avresti detto che era molto bravo, con gli occhi scintillanti per l'ammirazione. Con il cuore. La odio, quest'espressione, ma per le cose che ti riguardano non ne so trovare una migliore.
Erano proprio queste le cose che ti piacevano: le persone non comuni, le sorprese, le cose insolite. Non ne avevi paura e con uno così non avresti perso tempo. Tu saresti stato gentile e basta, e poi l'avresti sommerso di domande, senza sciocchi pregiudizi e timori. Magari l'avresti pure invitato al cinema a vedere Rio 2 o a fare un giro. Come quella volta che ti dissi che secondo me uno era carino e mi hai detto invitalo a pranzo, come se fosse la cosa più normale del mondo. Ti avevo risposto seccata che allora non ti piacevo più, che ci vogliono i modi, con le persone - proprio io, la grande esperta-, che non è che si può fare sempre come vuoi tu. A volte ti entusiasmavi così tanto per le cose, le persone, e avevi quel modo così ingenuo di dimostrarlo che non di rado mi ero vergognata di te, soprattutto quando c'erano le mie amiche. Io volevo che fossi un ragazzo come tutti gli altri, uno che sta in disparte, e invece sembrava che volessi mettercela tutta per dimostrare proprio il contrario e sembrare diverso. In quei momenti ti odiavo. Quando le mie amiche se ne andavano litigavamo sempre e tu rispondevi alle mie critiche sbuffando, come se io fossi la persona più noiosa di questa terra. Ma cosa ho fatto, continuavi a ripetere, cosa ho detto, e più mi arrabbiavo più mi facevi passare per una pazza furiosa. Finito di litigare, i giorni dopo non sopportavo nemmeno che mi chiedessi come era andata a scuola. Tu in realtà facevi solo finta, non te la prendevi mai. Anche quando sbucava il discorso di mia madre e io ti rovesciavo addosso tutte le mie idiozie, preferivi tacere e chiuderti in te stesso invece di rispondermi. Per un attimo ti rabbuiavi e forse rivivevi istanti dolorosi e lontani di cui io non avrei mai saputo nulla, ma alla fine vinceva sempre la tua parte migliore. La rabbia si arrendeva alla dolcezza, alla tua allegria, e tornavi quello di sempre, un pò incasinato, maledettamente affettuoso.
Se incontrassi ora uno con il tuo carattere, diventerebbe il mio migliore amico. Ne sono sicura, e sarei più indulgente con lui di quanto lo ero con te.
La tua allegria mi piaceva, anche se a volte la respingevo fingendo di trovarla stupida e inutile. La mia rabbia invece mi sembrava profonda, giustificata.
Mi manca tantissimo quell'allegria, ora, proprio come l'amico che non ho mai avuto.
( Continua... )

Bacioni!

Jù.

NEI TUOI OCCHI

Sono trascorsi quasi dieci anni dalla tua morte e a volte sul mio viso non vedo altro che un' espressione assente.
Adesso vivo da sola, cucino poco, lavo, insomma, faccio le cose che non sapevo fare prima, ma a volte mi sento ancora come se qualcuno mi avesse portato via tutto, una che ha subìto una violenza inaudita: il volto cupo, le lacrime alle porte degli occhi, le labbra piegate in una smorfia amara. Quando torno a casa mi sforzo di essere gentile con me stessa e faccio finta che qualcuno mi chieda come sia andata al lavoro, non mi sento ridicola. In fondo, ridicola non lo sono mai stata.
Adesso che nemmeno lei c'è più le cose che facevo prima sembrano prive di senso, come recitare un copione che conosco a memoria, le improvvisazioni ormai sono cosa rara.
Vedermi triste a volte mi fa male, mi fa sentire ancora più vulnerabile, più sola. Il fatto che ci sia la mia famiglia e i miei amici non migliora la situazione. Una persona che hai amato fino a poco tempo fa non la sostituisci con niente e anche se ho tanta gente che mi vuole un mondo di bene non è la stessa cosa e tu lo sai benissimo.
Certe volte ti penso e ti immagino seduto in cima a un tetto dopo un tremendo nubifragio, le cose che amavi sommerse dall'acqua e dal fango, privo del desiderio di venire salvato, pieno della rabbia di essere sopravvissuto. A volte mi sento maledettamente triste, e non è quella tristezza che puoi plasmare per farla assomigliare a qualcos'altro, qualcosa di più dolce, più leggero: è una cosa simile alla pietra, non la scalfisci, serve solo a non farti muovere. Vorrei aiutarmi in qualche modo, ma non riesco a fare niente, anzi, preferisco ignorarmi. La mia angoscia è lo specchio di quella di tanti anni fa, e io non voglio vedere, non cadere in quello specchio stregato. E allora provo a fare finta di niente, strisciando lungo le pareti della mia solitudine, facendo attenzione a non incrociare il mio sguardo negli specchi di casa.
Tu dicevi sempre che io assomigliavo a una contessa musona. Mi chiamavi così quando tornavi in camera e mi trovavi alla finestra, prigioniera dei miei pensieri. Eri sempre tu quello che allontanava le ombre e rompeva il silenzio. Ricordo ancora quando sentivo la gomma delle tue Silver sul pavimento e tu entravi: ti fermavi, mi guardavi, spargevi la tua voce ovunque, riprendevi i discorsi interrotti, facevi incontrare le parole, poi ti toglievi le scarpe, ti sedevi vicino a me come a raccogliere i tuoi e i miei pensieri, e mi guardavi.
In quei momenti stavamo insieme dentro i tuoi occhi e ci accorgevamo, io e te, di quanto eravamo simili.
( Continua...)

Bacioni!

Jù.