#WMA15

Capita di non dormire, la notte.
A me è successo di recente perchè mi trovavo in albergo, la stanza sopra un locale alla moda con gente in strada, bicchiere di birra in mano, a parlare di chissà cosa.
Allora mi sono vestita e sono scesa ad ascoltare meglio quello che mi giungeva come un brusio indistinto e fastidioso, tra i rumori dei motorini e i clacson delle auto. Mi sono improvvisata antropologa del "popolo della notte".
Immersa in una massa di giovani con la caratteristica dei giovani di oggi: quella di avere un'età estremamente elastica (come elastico è il mondo che ci circonda) tra i venti e i cinquant'anni. La prima frase che ho sentito, detta da un elegante quarantenne ad un'amica, è stata "Alla fine mi ha tolto l'amicizia su Facebook". La conversazione continuava su questioni personali che non c'è motivo di riportare qui, e che io stessa stento a ricordare. Ma è stata l'inizio di una strana esperienza. Tutti i dialoghi che intercettavo avevano a che fare con Facebook. O perlomeno, Facebook in qualche modo faceva capolino nei discorsi.
Quando Mark Zuckerberg, solo una decina di anni fa, divenne famosissimo e ricchissimo per lo straordinario impatto sociale del suo nuovo social, nessuno e nemmeno lui stesso nascose quanto il "Libro delle facce" (traduciamolo così) si proponesse innanzitutto come strategia telematica per "rimorchiare". "
"Rimorchiare", significa poi, nello sviluppo dei fatti, un sacco di cose: intessere relazioni, vederle trasformare e morire. Ma oltre al rimorchio c'è un'altra funzione, parimenti importante, che è quella di registrare la nostra rete di relazioni, il suo andamento. A un paio di lustri dal suo esordio, Facebook è diventato modalità soverchiante del nostro, avrebbe detto un noto filosofo dello scorso secolo, "essere nel mondo".
Tornando alla notte da cui ero partita, rievocando me sola in mezzo a una massa di persone parcheggiate in mezzo alla strada, mi sono sentita improvvisamente sola. Più sola del solito. Più sola di una persona che sta semplicemente da sola, in una sorta di solitudine collettiva, da "decentramento antropologico".
Tutti in strada, a fare le ore piccole per parlare di quello che succede "là". Un "là indefinito" e onnipervasivo, dove ci si incontra con estrema facilità e con estrema facilità ci si abbandona. In una specie di mondo rovesciato, ho avuto l'impressione di essere, assieme a tutti, fuori luogo, a commentare quello che avviene nel "mondo reale odierno", che è piuttosto nei computer, nei tablet e nel telefonini di (quasi) tutti. Un senso di spaesamento...Viviamo dunque in un mondo in cui siamo perennemente connessi (e ne viviamo la prepotente invasività ogni volta che un social, per manutenzione o chissà cosa, "salta" per qualche ora, creando piccoli panici mondiali).
Ma mi sono chiesta quanto poi, nel frattempo, siamo effettivamente inter-connessi. La differenza, grammaticalmente, sta in un prefisso. Nei fatti, in una delle grandi sfide del nostro tempo: cosa succede se ci incontriamo nel mondo reale più che altro per commentare quello che facciamo in quello virtuale?


   CANZONI CONSIGLIATE: Canzone delle osterie di Fuori Porta, Francesco Guccini + Un guanto, Francesco De Gregori. 
La Storia della poesia italiana che si fa canzone.

#CANNES2015

"Che bambine smarrite e ormai pure marcie siamo", sospiro al classico pranzo domenicale fra Senza Famiglia. Siamo i soliti sette a cui chi segue questo blog potrebbe cominciare ad affezionarsi. C'è il Riflessivo, c'è l'Intensa, la Luminosa, il Vorrei Essere Jessie J, l'Amazzone, l'Ex Fidanzato e ci sono io. La Guastafeste.
Tanto Guastafeste che, anzichè godere del pollo al curry che ha preparato l'Intensa e di questa strampalata primavera, punto l'attenzione su di noi.
"Perchè dici così?", abbocca subito all'amo il Riflessivo.
"Perchè vi osservavo, ci osservavo. E mi chiedevo se troveranno mai pace, persone sbrindellate come noi".
"In effetti, dovete ammetterlo: alla vostra età quasi tutti hanno un posto da chiamare casa e hanno formato una famiglia", sentenzia Vorrei Essere Jessie J.
"Perchè ti chiami fuori, scusa?" gli chiediamo tutti, più o meno in coro.
"Perchè io voglio essere fantastico, mica innamorato e felice": Lui.
"Parli da uomo ferito, e lo sai": la Guastafeste.
"Stronza": l'Ex Fidanzato.
"Eccerto, secondo te è sempre meglio dirsi bugie e avallare quelle degli altri, per quieto vivere": la Guastafeste.
"Sentite", interviene per fortuna, l'Amazzone, "ognuno di noi, a modo suo, ci ha provato. Forse abbiamo fallito. Ma forse invece le cose semplicemente finiscono. Senz'altro però i nostri trent'anni, o giù di lì, sono pieni di strappi, di bruciature".
Tocca all'Intensa: "Ogni separazione con l'altro ci ha separato un pò anche dentro, non siamo più un blocco unico, siamo tanti pezzi. Siamo a pezzi".
Ce l'ho fatta: ho rovinato questa bella domenica.
"Eppure", dice la Luminosa. E d'istinto ci aggrappiamo a quell'eppure: "Avete mai sentito parlare del kintsugi?".
No. Ma la Luminosa, che colleziona corsi improbabili, da qualche settimana ne frequenta uno di ceramica giapponese. Dove ha scoperto il kintsugi. Altrimenti detta l'antica arte dell'irreparabile bellezza. Un vaso cade e si frantuma? Perfetto: " Dimostra solo la natura di ogni cosa, di ogni persona".
Tutti, fosse solo vivendo, ogni giorno ci ammacchiamo un pò, tutti potenzialmente "siamo a pezzi": ma non è che a quel punto il gioco finisce. Anzi. Il gioco comincia. Perchè, grazie al kintsugi, gli artigiani giapponesi rinsaldano con la lacca gli utensili spaccati, poi riempiono i punti di rottura con oro liquido, o in polvere, così che un piatto o un vaso non si limiti a tornare ad essere se stesso: ma diventi molto, molto più prezioso e trovi davvero la possibilità di essere un oggetto unico, forte di quelle crepe, forte di quelle fragilità evidenziate dall'oro.
Rimaniamo in silenzio, ognuno a tu per tu con le sue cicatrici, con le rughe che ha attorno agli occhi e al cuore. Ma soprattutto con la possibilità di rendere onore a quelle cicatrici, a quelle rughe.
Guardo l'Ex Fidanzato e mi chiedo se anche io come lui avrei potuto occuparmi con più cura delle nostre sbeccature, ma la sua presenza a questo pranzo, tutto sommato, già mi sembra un tentativo, magari goffo, di kintsugi. Poi il pensiero, inevitabilmente, spazia.
Anzichè rottamare, divorziare, rimuovere, ficcare polvere e cocci sotto al tappeto, ed essere quindi destinati a ripetere le stesse cazzate, a cadere negli stessi tranelli del nostro incoscio e a rompere di nuovo nell'esatto punto in cui ci siamo già rotti: non sarebbe più giusto provarci tutti, come individui, come famiglie e come società, a ripararci con l'oro?
Certo che sì. Certo che sarebbe più giusto.
Perchè, semplicemente, in armonia con la natura di ogni cosa, di ogni cosa, di ogni persona.


   CANZONE CONSIGLIATA: We found love, cover di #JessieJ. 
Questo è un tempo in cui le categorie aiutano le persone a semplificare i sentimenti, come se i sentimenti fossero materia semplice. 


La Jù.

#POPSTORY

Il cappuccino, non so perchè, lo fanno tiepido. Il cappuccino è caldo, dovrebbe essere caldo, ma è sempre invariabilmente tiepido. Per averlo caldo dovrei dire "un cappuccino caldo"; ma una frase del genere non è sufficiente, non basta affatto, perchè stai semplicemente dicendo che vuoi il cappuccino come si fa di solito e non quello freddo. Ma il cappuccino come si fa di solito, quello caldo, lo fanno tiepido.
Allora, la formula che si usa più frequentemente è "un cappuccino bollente". Questo dovrebbe essere chiarificatore, e lo è. E infatti anche io, come quasi tutti, ho adoperato questa formula, per un pò. Ma non si sa perchè, questa frase dà sui nervi al barista. Soprattutto, quando dici "bollente", si incazza.
Ti guarda negli occhi con aria di sfida. Vuole dimostrare che tu il cappuccino bollente non lo riuscirai a bere, e allora lui adesso te lo fa davvero bollente, così vediamo. E infatti lo fa ancora più bollente di quanto tu possa immaginarlo, in modo che tu non solo non riesci a berlo, ma non riesci nemmeno ad avvicinare le labbra alla tazza, e se lo fai ti ustioni. Intanto, il cameriere ti guarda molto soddisfatto. Come se volesse dire: adesso voglio vedere se romperai più il cazzo tu e 'sto cappuccino bollente. Quindi la volta successiva non lo chiedi bollente, e ti danno il cappuccino tiepido, che per loro è caldo. Non se ne esce.
La formula che alla fine, dopo vari tentativi, ho trovato, è: "Un cappuccino ben caldo", sottolineando quel ben, ma in modo non eccessivo, non tronfio, un pò timido, altrimenti il barista si innervosisce anche qui e dice: adesso te lo faccio vedere io se è ben caldo o no.
E' evidente però che con questa frase stai dicendo che non lo vuoi tiepido e non lo chiedi bollente. E' una formula anche un pò goffa da dire, ma che può funzionare. Quando funziona sono felice: ma anche questa funziona solo qualche volta.
Ho un innaturale e morboso attaccamento al tubetto del mio dentrificio. Una specie di fedeltà, che sulle prime è rivolta al tipo di dentrificio, ma poi si trasferisce sul singolo tubetto. Anche perchè non è stato semplice scegliere questo tubetto di dentrificio al supermercato.
Sono tutti così incoraggianti, risolutivi: quello che c'è scritto a proposito di carie, gengive, sbiancanti, placca è esattamente quello che ti serve e che risolverà per sempre la questione dei tuoi denti.
Però, ad un certo punto, bisogna scegliere. Ed è difficilissimo. Sai che se risolvi la placca non risolvi il sanguinamento delle gengive, se risolvi lo sbiancamento perdi di vista le carie...E così, quando ne scegli uno, sai che hai perso tante altre possibilità di guarigione definitiva. Quindi, ti affezioni morbosamente a quello che hai scelto, per convincerti che è quello giusto.
Il mistero intimo comincia a materializzarsi man mano che il dentrificio si consuma.
Pur avendo il suo sostituto già pronto nell'armadietto accanto allo specchio, il mio legame con lo specifico tubetto si fa morboso nel momento in cui la quantità di dentrificio all'interno va verso la fine. L'atteggiamento che ho si fa ossessivo. Il rapporto tra me e il dentrificio diventa una sfida, comincio a premere il tubetto nei modi più improbabili in attesa che venga fuori una piccola quantità, come se passare a quello nuovo, a un altro, fosse impensabile. Faccio finta che sia per non sprecare, ma la verità è che non riesco a staccarmi dal mio tubetto, e per questo motivo lo spremo, lo piego, torco, accartoccio - tutto, pur di non abbandonarlo per sempre. Ogni mattina in cui bisogna rassegnarsi al cambio, come Rossella O'Hara afferro il nostro tubetto pronunciando il mio "domani è un altro giorno", comincio a torturarlo per amore, per rimandare a domani la sua fine.
Un atto di fedeltà che probabilmente trascuro per il resto della giornata nei confronti degli esseri umani.
Stamattina alla fine mi sono arresa, e ho preso dall'armadietto il dentrificio nuovo.  


   CANZONE CONSIGLIATA: Tutto l'oro del mondo, #Noemi. 
Le sottrazioni d'amore non hanno mai prestito. E se la forza nasce dal perdono, allora io credo nel perdono.



#DIMARTEDI

C'è chi dice che l'amore sia per natura un tiranno.
E che sia normale, quando si ama, sottomersi a una forza dispotica che imprigiona dal di dentro, cancellando ogni separazione tra sè e l'altro.
Ma di quale amore stiamo parlando? Che rapporto può esserci tra amore e tirannia?
In realtà, nessuno. A meno di non ridurre l'amore a un sentimento patologico fatto di sottomissione e gelosia, annullamento di sè e sacrificio dell'altro. Un sentimento, cioè, che con l'amore-riconoscimento-libertà non c'entra niente.
Non perchè ognuno debba sentirsi libero di fare tutto ciò che gli passa per la mente, come se l'altro non esistesse. Quando si vive con un'altra persona, è la stessa presenza che ci limita: una parola che contrasta il silenzio, uno sguardo che chiede accoglienza, un gesto che vuole conforto.
Semplicemente perchè non c'è amore senza libertà di essere come si è; e quindi senza bisogno di sforzarsi, di cambiare, di correggersi. Insomma, il contrario della tirannia. Ossia di tutta quella serie di atteggiamenti che, in nome dell'amore, ci impediscono di essere noi stessi, costringendoci a recitare un ruolo che non ci appartiene.
Pensiamo all'amore dei genitori. Chi ama veramente i figli? Coloro che proiettano su di loro una determinata immagine, aspettandosi che i bimbi si conformino alle proprie aspettative, oppure quella madre e quel padre che riconoscono l'alterità dei figli e che non impongono loro alcun modello rigido di identificazione?
Io non ho dubbi. Solo chi prende sul serio la presenza altrui - fatta talvolta di dissenso, talvolta di domande scomode, talvolta anche di capricci - ama veramente. Anche semplicemente perchè prendere sul serio l'altro e accettarlo per come è non è mai facile. Anzi.
Per riuscire a farlo, a volte è necessario essere capaci di mettersi tra parentesi, senza lasciarci destabilizzare da scelte che non si sarebbero mai fatte, da parole che non si sarebbero mai pronunciate, da modi di comportarsi o pensare che possono essere lontani mille miglia dai propri. E quindi anche "lasciar stare", "lasciare andare", "lasciare fare", "lasciare esistere".
Semplicemente "lasciare". Che è l'esatto contrario del controllo e della tirannia.
Certo, quando ci si ama si devono a volte trovare compromessi. "Mettersi un punto in bocca", come dice mia nonna, perchè spesso la voglia di contraddire o dire di "no" è forte. Ma talvolta è proprio "lasciando fare" che si permette all'altro di starci liberamente accanto.
Non c'è amore senza la consapevolezza che l'altro non ci apparterrà mai completamente, esattamente come noi non gli apparterremo mai del tutto. Anche se a forza di condividere il presente ci si accorge che è proprio accanto a "lui" o a "lei" che ci si sente riconosciuti, accettati, accolti. Anche se a volte si è insopportabili, e proprio non si capisce come l'altro possa lasciar correre le nostre manie e le nostre ansie.
Altro che tirannia allora. Altro che ripudio d'indipendenza e sacrificio.
L'amore regala libertà. La libertà di non fingere. La libertà di essere fragili. Talvolta anche la libertà di essere rompiballe.
Lei che ti dice "ti amo" anche quando avresti solo voglia di scomparire.
Io che rispondo "non è vero" anche quando quelle parole mi danno la forza di continuare.
Lei che replica "sei sempre la solita spiritosa".
Io che faccio "no" con la testa.
E poi tutto da capo. Prima di sorridere e di ricominciare.
Liberi, appunto.


   CANZONI CONSIGLIATE:  Universi paralleli, Emanuele Dabbono + Romanzo storico, Erica Mou.
Due Amici che mi incoraggiano sempre, che a volte mi sfidano, spesso mi ascoltano. 
A chi l'amore lo sa dare e a quelli che sanno riceverlo. 


#TUTTOACCESO

Il drin del telefono, il bip della segreteria, il brum brum del motore.
Nel corso della storia abbiamo sempre trovato parolette, spesso onomatopeiche, per descrivere, e quindi esorcizzare, la nostra interazione con le macchine. E più inquietanti queste sono, più l'onomatopea sarà leziosa - e viceversa.
Tutto questo non è mai stato tanto vero come oggi, con il ping, l'onomatopea dell'era hi-tech. Ubiquo ma modesto, minimale ma ostinato, il ping è un fascio di contraddizioni. Rimanda il gioco del ping pong, analogicissimo, ma anche alle scatole nere degli aerei. I pionieri dell'Internet descrissero con "ping" il modo, l'istante in cui un computer chiede al server se è online (la prima connessione, "pong" ovviamente la risposta). E fa ping il lander Philae, che lo scorso autunno, staccatosi dalla sonda Rosetta, atterrava sulla cometa 67P/ Churyumov- Gerasimenko.
Secondo l'Oxford English Dictionary , il termine "ping" è stato usato per la prima volta nel 1833, per indicare un suono acuto e inaspettato, come il fischio di un proiettile. Ma è con la Seconda guerra mondiale che il ping conquista la moderna accezione di suono elettronico: col sonar. Usato sulle navi da guerra per individuare i sottomarini dei nemici - e non a caso, nello slang della marina Usa, l'addetto al sonar si chiamava "ping man". E' allora che nasce la domanda implicita del ping: "Dove sei?", "Sei lì?", "Ci sei?".
"Non era un sistema perfetto", chiosa il New York Magazine, che alla storia del ping aveva dedicato un lungo articolo: "Balene, correnti oceaniche, campane di bordo, venivano scambiate di continuo per sottomarini". Molti anni dopo, durante un'altra guerra, questa senza conflitti militari, e su un sottomarino più avanzato, Sean Connery chiederà al suo vice in Caccia a ottobre rosso "one ping only", un impulso singolo, per confermare a Jack Ryan la volontà di disertare, e chiedergli aiuto. Tom Clancy, dal cui bestseller del 1984 era stato tratto il film, aveva già capito tutto.
Perchè il ping è il nostro disperato bisogno di contatto. Ed è ironico e appropriato insieme che l'onomatopea dell'alta tecnologia, quella che meno sembra dipendere dall'uomo, più di ogni atra indichi connessione umana. E se in tempo di guerra era foriero di minaccia, oggi, quando cade un aereo, il ping è l'ultima speranza dei dispersi. Gli incidenti di Los Roques, dei due voli malesi: per tutti, la marina americana ha usato il towed pinger locator, robot subacqueo atto a captare il ping d'emergenza di un velivolo precipitato in mare. Negli ospedali, poi, il ping delle macchine che monitorano i parametri biomedici rassicura che il paziente è ancora in vita. Forma di comunicazione il cui contenuto è una preghiera. "Per favore, rispondi", implora il ping. "Io sono qui". Richiesta e affermazione di esistenza.
C.S Lewis diceva che leggiamo per sapere di non essere soli: per lo stesso motivo oggi facciamo ping.
Come spesso accade, poi, col gergo dell'hitech, anche il ping è entrato nel linguaggio quotidiano.
Il web magazine Slate, nella rubrica sull'evoluzione lessicale, ricorda che nell'Urban Dictionary, il primo uso dell'inglese "ping me" in luogo di "contattami" risale al 2004. Oggi che non ci parliamo quasi più, che una relazione si consuma tra una stellina e un cuoricino, quell'uso è dappertutto. Interazione scarna e minimamente impegnativa, vaga ma graziosa. Una sorta di emoji orale.
Siamo affamati di contatto umano ma ci spaventa più di quello con le macchine, così lo infiocchettiamo. Il ping, lo scambio più piccolo possibile ma "aperto", cattura l'ambiguità dei rapporti moderni.
Certo, alla fine tutto smette di fare ping. Lo scenario peggiore, per un aereo disperso e per noi, è il silenzio. Il rischio che non ci sia nulla da sentire, o che, quando siamo noi stessi a fare ping, nessuno ad ascoltarci.
Il suono, al contrario, è speranza. Il ping, osserva il New York Mag, è fiducioso. In semplici impulsi elettrici esprime i nostri impulsi umani più profondi. Dice, "C'è qualcuno là fuori?". E, "Resisti, ti troverò".

      CANZONE CONSIGLIATA: Angoli di cielo, Tiromancino. 
Perchè il silenzio di certi cuori, ha un suono bellissimo. 


La Jù. 



#GIUBILEO

Caro Blog,
oggi ho letto Trevor e mi è piaciuto parecchio, perchè in modo delicatissimo dice le cose come stanno, come le penso, come in questi ultimi due anni mi sono trovata più volte a dirle anch'io.
Trevor queste cose le scrive mentre le vive; non fa della teoria, mostra la pratica.
E' sbagliato andarsene in giro a pretendere che qualcuno renda pubblica la sua sessualità se lui/lei non se la sente.
Secondo me ha ragione. Io non voglio convincere nessuno a fare coming-out. Penso che il coming-out non sia solo il momento in cui lo dici ai tuoi genitori, a tuo fratello, alle tue sorelle, ai tuoi amici; penso che innanzitutto sia il percorso durante il quale lo dici a te stessa, fai i conti con questa consapevolezza, ti accetti; è una strada lunga, intima, personalissima e dunque priva di regole o imposizioni. Credo che ognuno debba scegliere i propri tempi in autonomia, senza pressioni esterne; e penso anche che nel frattempo dovrebbe godersi una fase di sperimentazione, che è straordinaria, e che molti chiamano adolescenza, anche se tutti sperano duri molto più a lungo, perchè è troppo bello vivere quando tutto ti accade per la prima volta.
Io penso ci si metta una vita intera a diventare bambini. Quelli che con l'intento di ferirmi mi urlano "Jussin, ma quando cresci?!" non sanno quanto in realtà mi rendano felici: per me vale un pò lo stesso quando, seppure usando una parola orrenda e offensiva, mi danno della ricchiona, perchè io sono felice di essere omosessuale.
Però sul coming-out so una cosa che prima non sapevo e ci tengo a dirtela. Alla fine del 2013, era una domenica, torno a casa molto tardi (era già lunedì, ma non dirlo al mio datore di lavoro) e scopro che un ragazzino si è ammazzato per questioni di omofobia. Io ho grande rispetto per chi si suicida, però penso che la propria identità sessuale non possa minimamente essere un motivo per decidere di farla finita.
E' come uno che si ammazza perchè è biondo, o mancino, o perchè hanno finito il suo panino preferito in paninoteca, o perchè lo prendono in giro perchè è grasso. E poi penso anche che per ammazzarsi c'è sempre tempo, e se uno non fa in tempo ci pensa il Tempo, perchè l'unica certezza è che moriremo tutti: biondi, mancini, omofobi, gay, etero, ricchi, poveri, simpaticissimi, stronzi, tutti; e probabilmente ci accadrà in un attimo di distrazione e quando meno ce lo aspettiamo, quindi nell'attesa conviene stare bene e cercare di essere felici, noi e tutti gli altri.
Il suicidio di quel ragazzo mi ha fatto sentire così impotente e disperata che non mi era venuto in mente nulla di più intelligente che mettermi a piangere. Poi, per una volta, invece di vomitare la mia rabbia tra le pagine di questo blog, avevo scritto una lettera, credo perchè presuntuosamente avevo pensato che se avessi potuto parlare con quel ragazzo gli avrei fatto del bene. E allora l'unica era trovare il modo per parlare a quei giovani che faticosamente scelgono di essere vivi.
Ho scritto che essere omosessuale è bellissimo, che dobbiamo fortificarci e smetterla di vederlo come un problema, ho scritto che dobbiamo far capire ai cosidetti non-omofobi, che ci accettano ma in realtà hanno sempre quello sguardo di comprensione misto a compatimento quasi a voler sottolineare che noi non saremo felici nè avremo una vita piena come i nostri fratelli, che le cose non stanno affatto così; ho scritto che gli omofobi sono certamente persone che hanno dei problemi e quindi andrebbero aiutate -loro, non noi- e con un sacco di carezzine, perchè stanno davvero male; ho scritto che ci si innamora di chi ci s'innamora. Punto.
Ecco, la cosa che non sapevo è quanto fare coming-out sia foriero di energia vitale. Bè, ero molto stupida, perchè a pensarci bene, come potrebbe essere altrimenti? Fare coming-out significa urlare al mondo chi sei, cosa sogni e desideri, chi sono le persone che ami, significa prendere la propria vita in mano e cominciare a viverla. La tua vita vera, l'unica che hai, non quella che chi ti sta attorno ha disegnato per te ma con le proprie aspettative. Come potrebbe questa dichiarazione fondamentale non cambiarti la vita?
Io penso che il coming-out non sia una questione riservata esclusivamente alle lesbiche, alle persone transessuali, ai gay, no: penso che sia di tutti. Uno che lavora alle Poste da vent'anni e invece sogna di fare lo scrittore, dovrebbe fare coming-out. Uno che studia Economia e invece desidera ardentemente gestire un bar, dovrebbe fare coming-out. Forse anche per questo essere omosessuale è bellissimo, perchè ti costringe a capire prima e in maniera più urgente che tu non sei quello che gli altri hanno proiettato su di te, che tutti siamo, in un modo o nell'altro, destinati a deludere le aspettative di chi ci sta intorno, per il semplice fatto che quelle sono le loro aspettative, spesso erronee, e non la nostra vita vera.
Tu sei tu, e non quello che gli altri pensano che tu sia o vorrebbero che tu fossi. Che poi scritta così sembra una frase da sussidiario per insegnare i tempi verbali agli stranieri.
Di una cosa non ho dubbi: il mio coming-out più difficile è stato andare da mio padre e dirgli che io, al contrario di ciò che tutta la mia famiglia si aspettava da quando ho tre anni, non avrei fatto l'insegnante, bensì avrei provato a vivere delle mie parole.
Poi Trevor nel suo diario scrive un'altra cosa: Non è importante se io sia davvero gay o no. 
E io di nuovo sono d'accordo. La vera cosa che invidio alla gioventù di oggi è che loro, ho la sensazione, si stanno dando il tempo di capire: vivono, si innamorano senza porsi limiti di sorta. Sembra quasi di vederli attraversare la vita senza escludere niente, rassicurandosi così: "E che ne so di cosa sono io? Io sono anche quello che sto diventando; fatemi vivere e col tempo lo capirò". A me sembra un vivere migliore del nostro, profondamente più saggio. Poi a un certo punto smettono di farlo ma non per scelta loro, bensì per colpa nostra, di chi gli sta intorno, di chi detta regole antiche perchè la novità, anche se migliorativa, fa sempre paura. Come anche la libertà.
Il bello di Trevor è che non è solo un libro, è un progetto: il Trevor Project, appunto. Perchè è importante che uno non si senta solo, anche se poi le scelte della propria vita le prenderà in autonomia. E quindi c'è anche un numero di telefono al quale potersi rivolgere.
Una volta una mia ex fidanzata mi aveva detto: "Jù, com'è doloroso amare". E' vero, spesso lo è, ma preservarsi dall'amore, negarlo, relegarlo fra le cose non fondamentali, non mi sembra proprio una strada percorribile. Trevor si butta a capofitto nella vita e onestamente non trovo altre soluzioni possibili, per vivere e per trovare il proprio amore. Anche perchè, come mi ha detto una mia amica: gay va bene, single no.
Adesso devo andare, caro Blog, perchè scrivere qui è bellissimo, ma vivere poi è più bello.

   CANZONE CONSIGLIATA: Somebody to love, The Queen. 
Cerco la Regina. Una donna dalla vista lunga che preferisca l'unicità alla bellezza. 

La Jù. 


#ESSERIUMANI

Anni fa mi ero persa in un mondo che non esiste. Come tanti. Era il 2008.
Quel mondo si chiamava, e si chiama, Second Life, e per un pò fu la novità del momento. Tutti ne parlavano. Così mi sono messa davanti al computer e ci sono entrata. All'inizio ho dovuto crearmi un'identità. L'operazione era abbastanza complicata. Dovevo decidere innanzitutto se ero maschio o femmina e poi scegliermi un corpo, assemblandomi. Dovevo insomma diventare una persona, per quanto virtuale. "Persona", in latino, significa "maschera" ed è termine attinente al teatro. Già nella vita reale, tutti, ogni giorno, recitiamo un ruolo. Su Second Life quel ruolo me lo sono creata in circa un'ora. Una volta stabilita la mia identità e la mia fisionomia, in quel mondo dovevo iniziare a viverci. Uno dei grandi vantaggi era dato dall'assenza delle normali attività fisiologiche.  Essendo un mondo virtuale, non era necessario mangiare, dormire, lavarsi e svolgere altre attività a cui quotidianamente tutti dobbiamo sottoporci per le regole, dettate dalla biologia, a cui siamo sottoposti. Ma era anche bello il fatto che, nella virtualità, non solo la biologia fosse messa sotto scacco, ma anche la fisica.
Su Second Life infatti si può volare e teletrasportarsi da un posto all'altro. Il fatto di volare mi intrigava parecchio. Ho provato subito a farlo. Pensavo fosse un'esperienza emozionante. Invece, ne rimasi subito delusa. Il fatto che non fosse reale aveva un certo peso. Anche il teletrasporto non era granchè. Potevo fare tantissime cose con estrema facilità. Anche quelle che nella vita reale si possono desiderare ma poi realizzarle è molto impegnativo, oppure improbabile se non impossibile.
Ad esempio decidere di trasferirmi in una bellissima isola dove vivere senza lavorare e godere soltanto del sole e del mare. Così per qualche mese, ogni giorno, entravo in quel mondo e cercavo di ambientarmi.
Mentre qualche altro milione di persone in tutto il mondo lo facevano insieme a me. In breve divenne una imprescindibile irrealtà. Grossi gruppi musicali iniziarono a tenere i loro concerti, aziende multinazionali aprivano uffici. Un noto politico italiano decise di tenere lì un comizio.
Come nel mondo reale, anche in quel mondo virtuale a un certo punto entrava in gioco una "cosa" che si chiama "soldi". Ho messo tra virgolette sia la parola "cosa" che la parola "soldi" per evidenziarne il paradosso della virtualità. Una cosa virtuale è una cosa? Dei soldi virtuali sono dei soldi? La risposta, ovvia, è sì: virtualmente.
Ma torno alla mia esperienza su Second Life. Ho girato per un pò, ho visto un paio di concerti, ho conosciuto un pò di persone. E poi ho visto delle mostre d'arte contemporanea. Una volta ho provato ad addormentarmi su una panchina di un parco veramente molto bello, tra infiniti tipi di piante. Ero un pò stanca di un mondo virtuale. Qualche giorno dopo sono tornata e ho semplicemente guardato me stessa su quella panchina. Poi non ci sono andata più.
L'altro giorno, dopo sette anni, per curisità, sono tornara. Mi sono cercata e mi sono trovata. Non riuscivo a capire dov'ero. Second Life ha ancora i suoi seguaci. Pochi, ma li ha. Continua a esserci, lì, in un non si sa dove. Attraverso una quantità mostruosa di informazioni custodite da server.
Tutto questo per dire che abbiamo una fame inesauribile di realtà. Che nessuna tecnologia potrà mai soddisfare.

                  CANZONI CONSIGLIATE: E' una vita, Nesli + EsseriUmani, Marco Mengoni. 
La vita è una continua ricerca di se stessi. Cerchiamo noi stessi anche negli altri, per non perderci, per trovarci, per vivere appieno.

La Jù.