#ILSENSODELVIAGGIO

Da qualche millennio l'umanità va avanti raccontandosi storie. Non fraintendetemi, non credo che il collante del mondo siano le bugie, penso proprio ai racconti, alle fiabe, narrazioni apparentemente irreali e invece piene di vita, di insegnamenti, di messe in guardia. A Cappuccetto Rosso la mamma dice di stare attenta al lupo-pedofilo, i tre porcellini insegnano l'importanza del lavoro, come la storia della cicala e della formica, e così via. Non c'è fiaba che non serva a qualcosa. Così come le leggiamo ora sono state imbellettate da Charles Perrault, dai fratelli Grimm, da Hans Christian Andersen, da molti autori per l'infanzia, ma quasi tutte hanno radici antiche, popolari: erano il modo di educare alla vita, alle sue luci e alle sue ombre, quando le scuole non esistevano e nessuno sapeva leggere e scrivere.
Mi limito a questi nomi ma potremmo evocare i favolisti greci e romani o quelli medioevali, di cui abbiamo più o meno memoria. Persino i filosofi quando volevano parlare a un pubblico più vasto ricorrevano alle fiabe. Voltaire, ad esempio, per indicare la via alla felicità in un mondo di "sfighe" narra la storia di Zadig. E cosa sono Pinocchio o Alice nel paese delle meraviglie? Pensavo a questi consolidati anticorpi temendo fossero ormai depotenziati da WhatsApp e i suoi fratelli. Poi ho letto la storia del brutto anatroccolo Mika, figlio e mito della generazione cresciuta con Internet, i social network e i talent show. Sentendolo parlare di sè, di quando i bulli gli tiravano le lattine di Coca Cola all'ingresso della scuola di Londra costringendolo a una forma di autismo tra i viali di Hyde Park, e di come si è riscattato grazie a una madre interessata a lui, alla sua realizzazione, ai suoi desideri e non a quello che diceva la gente o qualche insegnante, ho capito che nessuna tecnologia può decidere i nostri destini. Sì, ci può condizionare, ma noi siamo soprattutto noi stessi e le persone che ci stanno intorno. Il giovane, tecnologico, famoso Mika racchiude tutto nella frase: "La bellezza si provoca con la bellezza". E viceversa. Allora ho scomodato un mio vecchio professore con qualche anno di esperienza in più chiedendogli di spiegarmi perchè nel mondo si producono tante (incomprensibili) disuguaglianze. Divari che sembrano destinati ad aumentare in maniera intollerabile: quest'anno, negli Usa, il reddito medio dell'1% dei più ricchi è 30 volte superiore al reddito medio del restante 99%. Immaginatevi se lo paragonassimo al 50% della popolazione meno abbiente. In situazioni come queste, nella Storia, sono maturati sconvolgimenti sanguinosi. Alcuni economisti hanno elaborato una formula semplice per definire la "felicità" in economia: si ottiene quando aumenta il nostro reddito in maniera più che proporzionale rispetto a quello di chi ci sta intorno. Ciò significa che anche il benessere degli altri deve migliorare. In caso contrario siamo "infelici" perchè l'invidia di cui siamo circondati ci mette in pericolo. Sembrerebbe una formula facile da applicare: basterebbe moderare l'ingordigia di chi ha già tutto. Ma come possiamo constatare ogni giorno, non è così che va il mondo. Perchè? La risposta è sempre la stessa: homo homini lupus, l'uomo è un lupo per l'uomo. E la finanziarizzazione dell'economia mostra zanne sempre più affilate e voraci.
Eccoci tornati alle antiche fiabe.
Evidentemente hanno insegnato poco.


   CANZONI CONSIGLIATE: Il mio paese in maschera, Emanuele Dabbono + Generazione Boh, Fedez + C'est ma terre, Christhophe Maè.
Vedrai l'albero dei giusti e le ingiustizie radicarsi. Ma se hai paura, stringimi. 

#LIBRI

A Milano, la Libreria del Corso chiude. L'altro ieri mi è arrivata una mail che diceva di usufruire dei "punti fedeltà" sulla mia tessera entro il 2 novembre.
Settimana scorsa sono uscita di casa e sono andata in corso Buenos Aires 39 nella speranza che fosse un allarme invece di un funerale.
Però poi sono entrata in libreria come si entra in chiesa; col cappello in mano, se avessi il coraggio di portare il cappello.
L'unica cosa che sono riuscita a proferire, col tono della cospirazione, è stata: "Ho ricevuto la mail". I commessi avevano tutti gli occhi lucidi. Annuivano con la definitività delle decisioni prese. La Libreria del Corso chiude.
Al mio secondo "Mi dispiace tantissimo", la mia amica libraria è esplosa: "Ti spiace, Ju? Anche a me, e non perchè sarò un'esodata, ma perchè non farò mai più la libraria dopo 25 anni che consiglio scrittori che ho letto. Da giorni assistiamo alla processione dei clienti "tantissimo dispiaciuti".  E in quest'anno di crisi durissima? Dove eravate quando avevamo bisogno?".
Mi sono vergognata come un cane, sentita una schifezza, scoperta piena di colpa. Uscendo ho pure visto uno dei libri di una mia amica scrittrice in bella mostra e mi sono sentita ancora peggio. 
Perchè io compro anche online, certo, e vado a caccia di sconti e compro usato; però poi per farmi ispirare, consigliare, anche solo fare due passi, le librerie mi mancano terribilmente. Per un istante penso che forse comprare online è non dover mai dire "mi dispiace".
Ieri un'amica libraia mi ha mandato un lungo messaggio che inizia così: "La libreria attraversa un momento di difficoltà...".
Ho proseguito con un groppo in gola e una sola certezza: "Ecco, chiude anche la Ubik di Parma, non attendere la fine dell'sms per sentirti una schifezza".
E invece il messaggio era una richiesta: "Aiutateci! Oppure siamo spacciati". Ecco, questa volta c'è un pò di tempo, stavolta si possono fare delle cose per salvare questa libreria. Non ultimo, andare lì a comprare dei libri, godere del servizio di migliaia di bravissimi librai che sono tutti, chi più chi meno, strozzati dalla crisi, in procinto di chiudere, ma fermi nella loro missione di "spacciatori di sapere".
Io oggi so di questa libreria di Parma, ma ognuno di noi sa di molte altre librerie prese nella morsa della grande distribuzione, dell'online e del drastico calo di vendite dell'intero settore cultura.
So bene che ci sono problemi più urgenti che riguardano la fame, la salute, l'affitto e tante altre cose, però l'impoverimento culturale ha solo minori conseguenze nell'immediato: sul lungo periodo lo pagheremo a prezzo salatissimo e con molto, moltissimo dolore. Sapere le date di quando scoppiano le guerre o le bombe è importante, riconoscere le vigilie delle tragedie è più difficile ma può anche essere più utile evitarle o limitarne i danni.


   LIBRI CONSIGLIATI: Il bambino che imparò a colorare il buio, Billy Mills & Nicholas Sparks + Anna, Niccolò Ammaniti.
Un raggio di luce buona vi arrivi dove sentite freddo. 

 

#CHILHAVISTO

Quante cose dobbiamo conservare? E di quante cose abbiamo bisogno per ricordare? E quante devono essere di continuo a portata di mano? L'era di Internet ci ha obbligato a tenere tutto: anche la mail più insignificante, la fotografia casuale, magari mossa e scura scattata quasi per gioco, parole scritte in fretta in una nota sullo smartphone, il video di cinque secondi che non sai neppure perché lo hai fatto. E poi tutti i copia e incolla di qualsiasi cosa che leggiamo e pensiamo potrebbe servirci, e le foto che non sono le nostre, quelle che troviamo sul web e ci colpiscono. Conserviamo tutto quello che possiamo mettere tra le nostre cose, con un movimento delle dita sul mouse o sullo schermo touch. E questo è il nostro mondo. Un mondo digitale di informazioni continue. Conserviamo tutto perché non esiste più lo spazio o, per dirla in modo paradossale, perché non c'è né troppo. Fare pulizia su un computer è un gesto più simbolico che reale. Le cose della nostra vita si possono tenere per sempre, se uno lo vuole. Diecimila mail non pesano nulla e neppure centomila fotografie. Se non fossero posta elettronica e immagini digitali avremmo bisogno di cantine e di solai. Non buttiamo niente perché non c'è la necessità. Ma non buttare via non significa conservare.
Se io non butto niente, per un facilissimo ragionamento logico, non conservo nulla. Conservare è avere cura, è scegliere le cose da tenere e scartare quello che non serve, è decidere cosa portarsi con sé e cosa invece non può entrare nel proprio spazio privato. Uno spazio privato che può essere una casa, ma anche una borsa.
Le immagini del potere di un tempo hanno sempre mostrato gli uomini importanti con una borsa di documenti, forse anche con degli oggetti personali.
L'espressione comune era: non si separa, o nei casi drammatici, non si separava mai dalla sua borsa. Tutti sappiamo di quella di Aldo Moro, di quella leggera di Enrico Cuccia, di quella sparita di Paolo Borsellino. La borsa era uno spazio, dove mettere cose importanti da portare con sé. Oggi, se va bene, dentro quello spazio c'è un luogo ulteriore, che è più ampio dell'interno della borsa: perché è quello di un tablet, di un portatile, di vari smartphone, collegati a un cloud, che si portano dietro tutto e che rendono la borsa non più un'unità di luogo ma una tasca come un'altra dove mettere una cosa che ti porta altrove, e ti permette di consultare e leggere tutto, ti mostra l'universo, l'infinito, il possibile, sempre. Non ho quelle fotografie con me, non ho quei documenti con me, devi aspettare che torni a casa per ritrovarli e vederli...è frase sempre più rara.
Ma in questa fede verso l'infinito, in questa idea ingenua per cui oggi siamo in grado di essere al centro della terra e ai confini dell'universo, oltre l'orizzonte degli eventi, e in questa fede digitale dove tutto si crea e nulla si distrugge arriva Vint Cerf, Chief Internet Evangelist di Google, un uomo molto competente e importante e dice: il digitale non è eterno. Domani tutti i documenti che teniamo sui nostri dispositivi potrebbero diventare illeggibili. Le mail, le foto, i video e quant'altro.
Se tenete a una foto: stampatela. La sappiamo da anni. Lo sanno anche i bambini. Il figlio di una mia amica, di soli sette anni, non capiva cosa fosse quel piccolo simbolo che si trova nel programma word, ovvero l'icona per salvare il testo dopo che l'hai scritto. Raffigura un floppy disk stilizzato ma il figlio della mia amica non ha mai visto un floppy disk, perché non esistono più. E sono esistiti soltanto per pochi anni. Dentro il nostro piccolo universo abbiamo preteso di metterne un infinito che non sappiamo di cosa sia fatto. Ci siamo illusi che conservare equivalga a ricordare. E abbiamo dimenticato cosa significhi davvero saper ricordare.


  CANZONI CONSIGLIATE: Walden, Clark Kent & Phone Booth + Alfonso, Levante + Talk about you, Mika.
La musica ha per me il potere di accelerare la creatività, di spingere le emozioni in territori sconosciuti, vicino alle sorgenti magiche dove tutto diventa fantastico.

#AMORECRIMINALE

"Heathcliff sono io", confida alla domestica che l'ha cresciuta, ma soprattutto al suo cuore agitato, la Catherine di Cime tempestose, nella pagina più straordinaria del più straordinario trattato sull'inevitabilità e la potenza di certi amori che sia mai stato scritto.
Non ci è dato sapere se Heathcliff e Catherine abbiano mai fatto l'amore ma, da quello che scrive Emily Bronte, pare proprio di no. Non si scambiano neanche un bacio, ognuno dei due sposerà un'altra persona e con un'altra persona avrà dei figli. Eppure, quando il marito impedirà a Catherine di continuare a frequentare Heathcliff, Catherine ne morirà.
E, nonostante questo, Heathcliff continuerà a cercarla, con la selvaggia intensità del trovatello che è stato e che a tre anni scopre in quella bambina, istintivamente, la prima e unica possibilità di non sentirsi perso nel mondo. Perché, anche se una famiglia lei ce l'ha, Catherine è come lui, è abitata dai suoi stessi lampi, dal suo stesso furore. Perché Catherine è lui.
Malgrado questo, proprio per questo, è meglio per loro, e per chi li circonda, che i due vengano separati.
Che mettano su famiglia con qualcuno in grado di contenere quei lampi, quel furore.
Peccato che, a tu per tu con il suo placido marito, Catherine non si senta per niente al riparo da se stessa: ma, anzi. Sia più che mai inquieta e in balia dei suoi mostri.
Heathcliff certo non avrebbe potuto e non potrebbe mai darle serenità: è irrazionale quanto lei, e inoltre è violento, è sadico, vendicativo. Ma, come un medico che, per individuare dov'è il nostro misterioso problema, ci spinge con forza l'addome (fa male qui?), lo stomaco (e qui?) e il petto (qui? fa male?), riesce a fare qualcosa di diverso e forse di più importante rispetto a metterla illusoriamente in salvo.
Le rivela dov'è il suo misterioso problema.
Dov'è che fa male.
Se c'è una cosa che in questi ventotto anni ho imparato sull'amore è che non tutti possono permettersi il lusso di una storia bella, che rafforzi la parte più luminosa di noi e le consenta di esprimersi al meglio.
Bisogna avere la fortuna di non avere troppi lampi, dentro.
Di non avere (la coscienza di avere) troppo buio.
Oppure bisogna rimboccarsi le maniche, ed essere talmente determinati da sfidare e provare a controllare - però prima di tutto da soli, perché è solo da soli che ci si mette davvero in salvo - quel temporale.
Amy Winehouse sicuramente non aveva quella fortuna, e purtroppo non ha avuto il tempo per trovare quella determinazione, che arriva quasi sempre in soccorso quando si è toccato realmente il fondo.
Se fosse sopravvissuta a quella maledetta notte, io mi ostino a credere che ce l'avrebbe fatta. Che lo schiaffo di quel rischio l'avrebbe risvegliata e che le avrebbe permesso, passo dopo passo, di tornare faticosamente, e una volta per tutte, dal buio.
Ma è andata come è andata. E l'amore che ha segnato la sua breve vita, così disperata e così eccezionale, non poteva che essere come è stato quello con Blake Fielder.
Un amore disperato, un amore eccezionale.
Un amore senza nessun carnefice, ma fra due vittime, ognuna di se stesso.
Un amore nato da piccoli, come quello fra Catherine e Heathcliff: perché a nove anni Blake si taglia le vene per convincere sua madre a lasciare il patrigno, e a quella stessa età Amy assiste allo sgretolarsi della sua famiglia. Anche se si incontrano più in là con gli anni, insomma, sono stati chiamati tutti e due prima del tempo a rinunciare all'infanzia, e sono destinati così a trascinarsela dietro e dentro, a rimanere bambini marci anziché diventare un uomo e una donna.
Un amore dunque infinito: perché le storie d'amore belle finiscono quando, semplicemente e terribilmente, finisce l'amore.
Mentre le storie d'amore sbagliate finiscono quando smettiamo di essere sbagliati noi.
Cioè mai fino in fondo.
Amy era evidentemente Blake: che i morti riposino in pace.
Blake è e sarà sempre Amy: i vivi hanno già il loro tormento.
Smettiamola, almeno noi, di infierire.


   CANZONI CONSIGLIATE: Back to black, Amy Winehouse + 20Sigarette, Marco Mengoni.
Nella vita non raccogli ciò che semini, raccogli ciò che curi.




#TIENIMIILPOSTO

Tendiamo spesso a mettere assieme la distanza con la solitudine. Ovvero un concetto spaziale a uno interiore. Tendiamo a pensare che andarsene, distanziarsi, sia un modo dell'abbandono, del voler restare soli, del prendersi una pausa. La distanza è una forma di solitudine, la distanza è freddezza, la freddezza è esporsi alle intemperie, è rinunciare al calore umano; quello dell'abbraccio, quello dell'esserci, del partecipare alla vita con la propria esistenza. La freddezza non è silenzio, non è distanza. Il silenzio è calore, partecipazione, è un esserci senza il verbo, senza il linguaggio, senza l'argomentare. Restammo in silenzio, uno accanto all'altro, non c'era bisogno di dire nulla, è una frase che ricorre in mille romanzi buoni e cattivi che abbiamo letto.
E vicinanza è un corpo accanto all'latro, è lo stesso campo visivo. La condivisione è la condivisione di uno spazio attorno, di un territorio, della terra, della città, del proprio mondo. Ed è per questo che la condivisione si fa interiore, perché assimila quel che c'è e lo comprende con altri.
Tutte queste parole che ho usato - distanza, freddezza, silenzio, condivisione, vicinanza, territorio, calore - hanno subito un trauma senza precedenti. Il trauma del disorientamento, quello del distacco dal luogo fisico per entrare nel mondo del web che non ha territori se non virtuali, che non ha terre comuni, che non ha condivisioni fisiche e reali.
Essere disorientati significa non trovare il modo per raggiungere un luogo, ma il web non disorienta, non indica luoghi geografici, non ha a che fare con il tempo, con la luce e con la notte, è indifferente allo scorrere delle ore, e non prevede luoghi comuni, ovvero di conoscenza comune. E' come essere astronauti che passeggiano nel vuoto dello spazio. Non c'è forza di gravità, e tutto attorno non è illuminato da nulla. E' il buio dell'universo. In questo spazio, che non è uno spazio, la distanza e la solitudine sono qualcosa che ha a che fare con il silenzio. Perché il silenzio nel web è un vuoto, è assenza. Per questo non essere sui social, non postare, non commentare, non scrivere genera spesso un'angoscia, un sentimento di paura. La paura di non esistere, di non essere più.
Non c'è niente di virtuale nello stare sui social. Questa parola abusata è un errore. Le amicizie, i seguaci sui social non sono una sostituzione irreale delle amicizie vere, dei rapporti concreti. Gli utenti stanno imparando che il linguaggio è decisamente sufficiente per stabilire connessioni che permettono comunicazione e comprensione, scambio di suggestioni e narrazioni di sé. Il punto non è il non vedersi, non si è soli perché si parla con qualcuno dall'altra parte del mondo che magari non si conoscerà mai.
Si è soli perché il web non permette il silenzio, non permette la condivisione di un luogo fisico e non permette l'orientamento. Per andare all'etimologia del termine, il rivolgersi a oriente, il trovare l'origine delle cose, il punto dove il sole sorge. Bauman ha parlato di solitudine affollata. Non aveva torto, ma non è soltanto questo. Non palesarsi sul web è un non esserci, è un farsi dimenticare, le parole sui social non hanno scie che restano, e hanno una memoria leggera, quasi inconsistente. La solitudine affollata è soprattutto una folla smemorata che scambia l'oblio con il silenzio, la distanza con il nulla, il non ritrovarsi come un'assenza di parola o voce. Il trauma è questo. Non sono i corpi che non possono riconoscersi, sono i luoghi che non si sanno dire e non si possono pensare.
Tutti i romanzi epistolari sono fatti di passioni, interiorità, ma soprattutto ricordi, memorie e passato. La condivisione è tutta nei luoghi e nei mondi attraversati assieme. Senza l'oriente non si può ritrovare niente. Senza orientarsi c'è una solitudine disperante dentro un mare di silenzio.
Per questo i social sono e diventano una droga di parole, che danno la sensazione di esserci nel mondo, senza più sapere cosa sia il mondo.

 
  CANZONI CONSIGLIATE: I lived, One Republic.
Di questi tempi la vita è lo sport più estremo.





#SANLORENZO

Ogni tanto capita.
Ignoro se succeda a tutti indistintamente o soltanto a qualcuno. Mi domando con che frequenza accada agli altri o se per alcuni, particolarmente sensibili o sfortunati, sia una condizione strutturale, con cui convivere ogni giorno.
Arriva piano, quasi impercettibile, come una marea che, all'inizio, lambisce i piedi con subdola dolcezza e poi sale, fino a raggiungere le ginocchia, la vita, la pancia, il petto, il collo, gli occhi. E ci si ritrova ad annaspare, increduli ed inermi.
Ultimamente mi sorprende spesso, questa marea infida, e ancora oggi mi chiedo se mai riuscirò a liberarmene, almeno per una volta, o se sarà sempre lì, nascosta, muta, ad attendermi dentro gli anfratti della mia quotidianità - l'intercapedine tra l'armadio e il muro, la cesta dei giornali da conservare, il cassetto delle pentole in cucina -, pronta a dilagare e a travolgermi nuovamente.
E' difficile stabilire con esattezza cosa la scateni e perché. Forse la stanchezza, i troppi sì pronunciati per incoscienza o per incapacità di dire no, una notizia che fa trasalire, una distesa di giorni uguali a lastricare il futuro prossimo, la consapevolezza delle responsabilità, un insolito, persistente mal di vivere, il desiderio che si fa urgenza di confidarsi con chi non c'è più, amici che si confidano con te in cerca di consigli e tu che non riesci a confidare loro quello che a te sta succedendo, la mancanza di leggerezza, il poco tempo, tutto questo unito alla sindrome di Pollyanna che diceva, dalle pagine dello stupido libro per fanciulle di cui era protagonista, che bisogna essere sempre felici perché esiste sempre una sventura peggiore della tua.
E' capitato ieri. E ancora boccheggio. Mi sono svegliata con la lucida consapevolezza di non farcela. "Non farcela a fare cosa?". Semplice: tutto. E, come una marea, mi ha travolta l'ansia. Ma non un'ansia circoscritta, legata ad un evento, a una prova, a uno scoglio da superare oltre il quale tirare il fiato e ricominciare di slancio. Piuttosto una generalizzata paura dei giorni a venire e delle incognite, degli affanni e delle fatiche che li riempiranno. E mi sono ritrovata in mutande, all'alba, seduta sul terrazzino, di fronte a un cielo coperto che rifletteva l'immagine di una tizia pallida, con i capelli spettinati e lo sguardo spento.
"Come siete brutte, tu e tutta quell'angoscia disegnata in faccia", ho detto io. "Sarai bella tu, sciattona tremebonda e inetta", ha risposto la disperata dentro lo specchio. Ho perso l'appetito, l'energia e la bussola, fagocitata dal mio ombelico e dal terrore di stare al mondo.
Non so se esista un antidoto, capace di scacciare quella marea che aggroviglia i sensi e li paralizza.
In mancanza della ricetta di una panacea universale anti-mostri, ho cercato la mia personale via d'uscita dalla pozzanghera di catrame. Se avessi potuto sarei scappata lontano, lasciando a casa tutto e la tizia malmostosa nello specchio. Impossibilitata alla fuga, ho deciso di chiamare un'amica, anche se non telefonavo a lei da mesi, inghiottita com'ero dallo stupido vortice dei miei affanni. "Ehi, ciao. Come stai? Io non mi sento molto bene. Ti va se ci vediamo e ti racconto?". Ha detto di sì.
La tizia pallida si è messa il rosso e le lacrime sulle guance, ha domato i capelli spettinati e si è data una calmata, per gratitudine verso quel sì e per amor proprio.
E ha funzionato. Avere accanto propri simili, preferibilmente coetanei, anch'essi periodicamente lambiti da quella stessa marea, è un efficace antidoto. Riconoscersi, condividere lati oscuri e luminosi delle rispettive esistenze, ritrovarsi uguali nelle paure e nelle energie, devastati e splendidi nell'arco di una stessa giornata, è un toccasana portentoso.
Perché a volte, nello specchio, oltre alla propria immagine stropicciata e atterrita, è necessario scorgere quella altrui, così simile e confortante da farti da zattera e metterti al riparo da ogni marea.


   CANZONI CONSIGLIATE: La donna cannone, Francesco De Gregori + Non importa veramente, Niccolò Agliardi.
Ma io bacio ancora le ferite, per far andare via il dolore, anche se ormai non credo più che faccia effetto.




#FRIENDSHIPDAY

Tanto tempo fa ero una bambina pallida, sempre più magra di quanto non fosse opportuno, timidissima, paurosa, molto diligente, grafomane e curiosa come una scimmia. Vivevo in un mondo dai confini e dai costumi troppo laschi per i miei gusti. Volevo certezze e prevedibilità mentre mi pareva che niente, intorno a me, avesse le forme squadrate e la morbidezza avvolgente di cui avevo bisogno.
Un giorno, all'uscita dall'asilo, mio padre si dimenticò di venirmi a prendere. O forse pensò che fosse il turno della nonna. Rimasi lì, seduta su una microseggiola di legno e metallo, mentre gli altri bambini, dotati di congiunti scrupolosi e ben organizzati, sciamavano fuori dalla classe gialla, alla volta di focolari accoglienti e solidi. Possedevo un ego traballante, sempre pronto a identificarsi con i derelitti del mondo - piccola fiammiferaia in primis - e quel funesto episodio rischiò di affossarlo per sempre.  "Perchè tu non stai a casa ma vai in fabbrica tutti i giorni? E, se proprio vuoi lavorare, perchè non sei la bidella della mia scuola? O la custode? O la cuoca che alla mensa ci versa la minestra? Questi sì che sono mestieri adatti alla madre di una bambina piccola!", tormentavo quotidianamente mia mamma.
Da figlia di genitori meravigliosi custodi di una famiglia tradizionale, ambivo al conformismo, a una normalità senza sorprese e mi facevano tristezza i genitori separati e in carriera perchè i loro figli ambivano al papà e alla mamma di Silvia Moscone che aveva i capelli biondi lunghi e la villetta con il giardino, oltre che il camper di Barbie.
Il mondo, tanto tempo fa, era un luogo insidioso, inospitale e impervio. Un posto che mi faceva rabbrividire. Poi sono cresciuta, mi si sono allargati le spalle e lo sguardo, ho imparato ad apprezzare il valore delle diversità e ho smesso di farmi venire la tristezza per i bambini dei genitori separati.
Ho smesso di desiderarmi differente, di ambire a mete che non mi somigliavano, di sentirmi sbagliata e in imbarazzo. Ho imparato ad accettare gli spigoli e le storture della mia famiglia e ad apprezzarne la varietà e lo spessore. Ho smesso di giudicare, di recriminare, di rimproverare, di desiderare di essere un'altra e ho imparato, a mia volta ad accogliere, rassicurare, consolare e spiegare che va tutto bene, anche se il mondo non è come lo disegneremmo.
Funzionano così, gli anni che passano. Ed è per questo che crescere, e a volte persino invecchiare, ci fa un gran bene.
Mi sono affrancata dai miei modelli di bambina, me ne sono inventati altri solo miei, ho imparato la gratitudine anche verso chi non era come avrei desiderato. Mi sono trovata a lasciare andare il mio fidanzato e a raccogliere tutti i miei cocci sul pavimento.
Eppure c'è una cosa che mi atterisce, mi scuote, mi rimpicciolisce, mi disarma e mi paralizza, oggi come ai tempi in cui mi coccolavo nel rassicurante focolare a tinte pastello. Si tratta del dolore di mia madre. Già. Lei che ho conosciuto carrarmato, roccia, quercia, non può cambiare mai. La sua naturale, fisiologica, legittima fragilità mi getta in uno stato di agitazione quasi isterica. Ancora oggi lei, ai miei occhi, è deputata a darmi conforto, a risolvere i problemi, a prendermi per mano quando inciampo e a tirarmi su. Lei non può vacillare perchè, nella mia coscienza bislacca e immatura, è la mia colonna, l'unica a cui mi possa appoggiare, la sola capace di accogliere e sciogliere i miei affanni.
A pensarci bene, pur non sognandola più cuoca, lei, nella mia testa ma soprattutto nella mia pancia, è rimasta la stessa di allora.
Forse si diventa grandi solo quando si riesce a guardare in faccia la fragilità dei propri genitori senza farsi prendere dal panico, quando non si pretende più di essere al centro esatto dei loro interessi e dei loro pensieri, quando si imparano l'indulgenza e l'accoglienza, quando i ruoli si smantellano e diventano fluidi. Fino ad allora, no. Sono solo chiacchiere e distintivi. 


   CANZONI CONSIGLIATE: E non hai visto ancora niente, Jovanotti + The Boxer, Mumford & Sons + Love Love Love, Avalanche City.
Gli occhi, non il sorriso. La felicità si vede lì.