Mia madre non si chiama Anna. Non si chiama Bruna. Non Carla. Mia madre non si chiama Agata. Non ha un cappotto grigio. Mia madre non porta i guanti. Non ha un cappotto nero. Mia madre non porta la sciarpa se non d'inverno. Non ha una giacca arancio come le altre. Non ne possiede nemmeno una celeste. Il nome di mia madre non è nemmeno Bianca. Sul nome da metterle erano incerti tra due, poi se ne scelse un terzo, quello della mia bisnonna. Mia madre ha più di cinquant'anni e ha visto le Brigate Rosse sulle montagne vicino a casa. Ma tutto il mondo è paese.
Mia madre è la migliore tra tutte le madri da me conosciute, anche se io non sono a mia volta la migliore tra le figlie. Non avendo nome Alessandra, le persone e gli animali non la chiamano Sandra. Ho visto in foto la madre di mia madre, che si chiamava Teresa.
Mio padre dice che mia madre ha vissuto due volte. Perchè ha avuto una vita intensa. E' come se avesse fatto due volte tutto quello che ha fatto, e ogni volta in modo diverso. E' come se, invece di due figli, ne avesse fatti quattro. E' come se avesse quattro orecchie. E' come se gli fosse cresciuto il doppio dei capelli che ha. E' come se la sua infelicità e la sua felicità fossero durate quanto l'intera sua vita. Oppure come se, vivendo il doppio degli anni, conoscesse due volte la gente che conosce. O conoscesse anche la gente che non conosce. Mio nipote le va vicino quando dorme.
Talvolta telefona l'altra metà delle sue amiche. Non le telefonano quasi mai quelle che lei vorrebbe. Quelle, le vede passare in piazza. Allora le ferma. Da come le guarda, credo le vogliano davvero bene. Passano in bicicletta, oppure, la domenica, a piedi. Molte vengono dai paesi vicino al mio. Se passiamo da quelle parti, mia madre mi ferma e mi presenta a questa e a quella.
Sono tutte un pò vecchie, arrivano al paese a fatica, e ancor più a fatica tornano a casa. Di ciascuna mia madre dice qualcosa di bello, ma lo fa quando ormai me ne sono già andata, così riesco a sentire solo le prime parole. Le altre si perdono chissà dove.
Di Maria, questo il suo nome, posso dire cose in successione temporale, oppure parlare delle sue domande, delle sue scarpe. Dell'orlo dei suoi pantaloni. Del suo grande interesse per i particolari.
Mi sembra però, ed è questo il complimento più bello che una figlia possa fare a sua madre, che lei viva tutti i momenti della sua giornata pensando. Così che le sue azioni, discusse e ridiscusse dentro di lei, portano con sè una grande saggezza.
I suoi movimenti, uno più veloce dell'altro, sembrano il compimento di un lunghissimo processo di astrazione.
Più volte, alla sera, ho sorpreso mia madre con gli occhi e tutta la faccia da bambina. Con ancora tutto da imparare.
Sta iniziando la sua terza vita.
Alegra&Bacioni.
Jù.
Incontri, sensazioni, appunti e aria di città mentre sono impegnata in altri progetti. Convinta che se Beethoven era sordo, Shakespeare era un altro, Chaplin non aveva i baffi, Einstein fu bocciato e Monet era daltonico, siamo tutti passeggeri di un viaggio che resta.
EVERY TEARDROP IS A WATERFALL
Io piango per le cose più impreviste. Mi commuovo facile. Cerco di resistere ma mi si inumidiscono le ciglia ai matrimoni, anche a quelli dei parenti più lontani, naturalmente ai funerali e, se capito per sbaglio, piango anche alle cerimonie di perfetti sconosciuti. Deve essere la forza del rito studiato appositamente per aprire le cateratte dell'umanità, le mie in particolare.
Sono la cavia prediletta dei film costruiti per farti sciogliere in lacrime esattamente dove è previsto dagli sceneggiatori. Il mio imprinting è stato Dumbo: ho singhiozzato più di una volta per l'elefantino con le orecchie troppo grandi e ancora adesso mi avvicino al dvd con molta precauzione. Ma ho anche rotto gli argini sul finale di Toy Story 3, quando Andy e Woody si salutano per sempre: impossibile resistere.
All'inizio è un piccolo sussulto, solo un nodo alla gola, ma poi se vedo qualcun altro che si commuove accanto a me è la fine e parte l'alluvione. Piango volentieri ogni volta che rivedo Billy Elliot. Non lo faccio solo per Billy e il suo sogno ma anche per tutta la sua vita sfortunata, per le incomprensioni con suo padre, per quell'equivoco che ti cambia la vita con una deviazione fatale.
Quando si piange come fontane è bene farlo da soli, in privato o al massimo con un ristretto gruppo di amici di provata lacrima. Evitate le situazioni pubbliche e gli insolenti che fanno i duri e poi si sciolgono di nascosto per banalità come Love Story.
Non mi vergogno di questa attitudine, anzi, esternando la mia debolezza ho scoperto di non essere sola. C'è un esercito di persone che non desidera altro che lasciarsi andare alla commozione, e anche parecchi uomini oggi confessano tranquillamente di essere soggetti a questa sindrome.
Ogni occasione è buona: si piange a una nascita, leggendo un libro, pensando a un bel ricordo lontano, ma io mi commuovo fino alle lacrime per molto meno. Mi succede alle premiazioni, quando gli attori o i registi ringraziano la famiglia e in particolar modo la moglie, "Senza di lei non sarei mai riuscito a conquistare questo ambìto riconoscimento".
Anche se so benissimo che dietro a questa frase ce n'è una molto più lunga: tra le righe vogliono dire che se non la ringraziano quella li uccide perchè ha sopportato mugugni, giornate nere a fare caffè e panini mentre l'artista ciabattava per casa senza ispirazione.
Io mi commuovo quando riscolto le canzoni beat italiane degli anni Sessanta. Non per i testi ma solo per come suonano i dischi. C'è tutta l'innocenza di una registrazione con pochi microfoni, solchi grossi tracciati sul vinile, fatti per essere scavati come una zappa dalla puntina del giradischi. Lontano mille miglia da ogni sofisticazione contemporanea, che neanche le chiama più canzoni ma tracce "Hai ascoltato la terza traccia?" e già la parola mi fa venire in mente ombre, fantasmi, qualcosa di irreale che può vagare nell'aria o scomparire per sempre. A risentirli oggi i complessi, così si chiamavano i gruppi musicali dell'epoca, fanno tenerezza perchè sembrano arrivare dalla preistoria della musica e mi fa piangere quel desiderio di modernità e futuro che erano sicuri di rappresentare. Invece è andato tutto diversamente da come si immaginavano e cantavano. "Sha-la-la-la-la-la piangi con me, domani forse cambierà, vedrai." Forse, ma anche no, e infatti...sconsigliato vivamente ascoltare le stesse canzoni nei programmi televisivi di revival, interpretate dagli stessi musicisti invecchiati che sono costretti a ricantare all'infinito lo stesso ritornello di quell'estate, incoraggiati dal giovane presentatore abbronzato che sadicamente continua a dirgli che sono rimasti gl stessi. Non è vero, loro lo sanno e il pubblico anche. Qui si piange, ma non di commozione.
Mi succede di struggermi un pò tutte le volte che si spezza il tempo alla fine dell'estate: c'è un giorno preciso in cui si capisce che quella stagione è andata e subdolamente ne parte un'altra. Potrà tornare il bel tempo ancora per molti giorni, ma non sarà più lo stesso. Tutti ancora a fare il bagno, a rosolarsi in spiaggia, ma qualcosa è cambiato per sempre, è finito un momento che non tornerà, perchè la prossima sarà sicuramente un'altra estate e mi viene da piangere senza un motivo reale ma solo per l'idea dei cambiamenti inevitabili, non perchè è brutto ma proprio perchè è bello.
Invece, stranamente, non sopporto i cuccioli di peluche. Fanno tenerezza a tutti ma non a me. Non so perchè ma mi danno ai nervi, e con loro tutte le persone che se li tengono in macchina, sulla scrivania, come portachiavi o addirittura in bella mostra sul letto. Mi verrebbe da sbudellarli con un cacciavite in un film horror. E poi ridere di loro.
Alegra&Bacioni!
Jù.
Sono la cavia prediletta dei film costruiti per farti sciogliere in lacrime esattamente dove è previsto dagli sceneggiatori. Il mio imprinting è stato Dumbo: ho singhiozzato più di una volta per l'elefantino con le orecchie troppo grandi e ancora adesso mi avvicino al dvd con molta precauzione. Ma ho anche rotto gli argini sul finale di Toy Story 3, quando Andy e Woody si salutano per sempre: impossibile resistere.
All'inizio è un piccolo sussulto, solo un nodo alla gola, ma poi se vedo qualcun altro che si commuove accanto a me è la fine e parte l'alluvione. Piango volentieri ogni volta che rivedo Billy Elliot. Non lo faccio solo per Billy e il suo sogno ma anche per tutta la sua vita sfortunata, per le incomprensioni con suo padre, per quell'equivoco che ti cambia la vita con una deviazione fatale.
Quando si piange come fontane è bene farlo da soli, in privato o al massimo con un ristretto gruppo di amici di provata lacrima. Evitate le situazioni pubbliche e gli insolenti che fanno i duri e poi si sciolgono di nascosto per banalità come Love Story.
Non mi vergogno di questa attitudine, anzi, esternando la mia debolezza ho scoperto di non essere sola. C'è un esercito di persone che non desidera altro che lasciarsi andare alla commozione, e anche parecchi uomini oggi confessano tranquillamente di essere soggetti a questa sindrome.
Ogni occasione è buona: si piange a una nascita, leggendo un libro, pensando a un bel ricordo lontano, ma io mi commuovo fino alle lacrime per molto meno. Mi succede alle premiazioni, quando gli attori o i registi ringraziano la famiglia e in particolar modo la moglie, "Senza di lei non sarei mai riuscito a conquistare questo ambìto riconoscimento".
Anche se so benissimo che dietro a questa frase ce n'è una molto più lunga: tra le righe vogliono dire che se non la ringraziano quella li uccide perchè ha sopportato mugugni, giornate nere a fare caffè e panini mentre l'artista ciabattava per casa senza ispirazione.
Io mi commuovo quando riscolto le canzoni beat italiane degli anni Sessanta. Non per i testi ma solo per come suonano i dischi. C'è tutta l'innocenza di una registrazione con pochi microfoni, solchi grossi tracciati sul vinile, fatti per essere scavati come una zappa dalla puntina del giradischi. Lontano mille miglia da ogni sofisticazione contemporanea, che neanche le chiama più canzoni ma tracce "Hai ascoltato la terza traccia?" e già la parola mi fa venire in mente ombre, fantasmi, qualcosa di irreale che può vagare nell'aria o scomparire per sempre. A risentirli oggi i complessi, così si chiamavano i gruppi musicali dell'epoca, fanno tenerezza perchè sembrano arrivare dalla preistoria della musica e mi fa piangere quel desiderio di modernità e futuro che erano sicuri di rappresentare. Invece è andato tutto diversamente da come si immaginavano e cantavano. "Sha-la-la-la-la-la piangi con me, domani forse cambierà, vedrai." Forse, ma anche no, e infatti...sconsigliato vivamente ascoltare le stesse canzoni nei programmi televisivi di revival, interpretate dagli stessi musicisti invecchiati che sono costretti a ricantare all'infinito lo stesso ritornello di quell'estate, incoraggiati dal giovane presentatore abbronzato che sadicamente continua a dirgli che sono rimasti gl stessi. Non è vero, loro lo sanno e il pubblico anche. Qui si piange, ma non di commozione.
Mi succede di struggermi un pò tutte le volte che si spezza il tempo alla fine dell'estate: c'è un giorno preciso in cui si capisce che quella stagione è andata e subdolamente ne parte un'altra. Potrà tornare il bel tempo ancora per molti giorni, ma non sarà più lo stesso. Tutti ancora a fare il bagno, a rosolarsi in spiaggia, ma qualcosa è cambiato per sempre, è finito un momento che non tornerà, perchè la prossima sarà sicuramente un'altra estate e mi viene da piangere senza un motivo reale ma solo per l'idea dei cambiamenti inevitabili, non perchè è brutto ma proprio perchè è bello.
Invece, stranamente, non sopporto i cuccioli di peluche. Fanno tenerezza a tutti ma non a me. Non so perchè ma mi danno ai nervi, e con loro tutte le persone che se li tengono in macchina, sulla scrivania, come portachiavi o addirittura in bella mostra sul letto. Mi verrebbe da sbudellarli con un cacciavite in un film horror. E poi ridere di loro.
Alegra&Bacioni!
Jù.
VORREI DIRVI UN SACCO DI COSE ADESSO
Ho scritto uno di quei blog che non diresti. Infatti il giorno dopo averlo aperto sono stata quasi ricoverata in ospedale. Avevo la febbre a trentanove e un'infezione alle regioni meridionali dello stomaco che mi strappava ululati mannari. Eppure la sera prima stavo benissimo.
Era soltanto l'inizio. Da quel giorno mi sono piovuti addosso i resoconti di alcune vite ammalate, per le quali la farmacia ero io. Pare si chiami empatia. Le persone si specchiano in storie autentiche, apparecchiate a romanzo senza neanche il filtro della vergogna, e si sentono autorizzate a rivelare la loro. Non ai propri cari, ma all'amica di carta in cui riconoscono la compagna di sofferenze e rimonte esistenziali. Ne ho ricevute di ogni genere. Alcune, considerato il tema, persino divertenti. Mi ha scritto un'amica dell'adolescenza: "Anche io come te ho perso la persona con la quale pensavo di passare il resto della mia vita". E mi racconta di quanto gli manchi.
Un'altra mail arrivava da una località di villeggiatura che anni prima era approdata in cronaca nera per l'incendio di un albergo conclusosi con la morte del propietario. L'autore della mail raccontava che quell'uomo era suo padre. Aveva fatto uscire clienti e collaboratori con una scusa, poi aveva dato fuoco alle pareti di legno e si era rifugiato in mansarda ad aspettare la fine. Di lì a pochi mesi anche la madre era morta di crepacuore e il mio amico di carta si era ritrovato da solo in mezzo alle ceneri di una vita intera. Aveva usato i risparmi del padre per ricostruire l'albergo nello stesso luogo in cui sorgeva un tempo. Nell'opera di rinascita, non soltanto edilizia, gli era stata accanto una ragazza. Ma appena l'esistenza aveva ripreso a fluire in modo ordinato, ecco che era comparso Belfagor.
Nel romanzo di Massimo Gramellini Fai bei sogni, Belfagor è il nome che da bambino Massimo da al mostro che abita dentro di noi. Uno spiritaccio animato da buone intenzioni, in realtà pernicioso, perchè pur di tenerci lontano dalla sofferenza ci chiude in una gabbia di paure. Paura di vivere, di amare, di credere nei propri sogni. Il mio interlocutore era stato indotto a scappare dalla sua ragazza. Con la codardia tipica dei maschi quando vogliono sbarazzarsi delle femmine, non aveva avuto la forza di lasciarla. Perciò aveva fatto di tutto per farsi lasciare da lei e, dopo sforzi considerevoli, c'era riuscito.
Quando gli avevano detto del mio blog, aveva tenuto per un mese il link senza aprirlo. Gli incuteva timore. "Ma una notte, mi scriveva alla fine della mail, "una notte in cui rivoltavo nel letto come un pescecane nella rete, accendo la luce e comincio a leggere le tue storie. Sono arrivato al quinto post e ho capito che stavi parlando con me. Fuori aveva cominciato ad albeggiare. Così ho chiuso il blog e, indossata una felpa sopra il pigiama, sono andato sotto le finestre della mia ex. Le ho suonato, lei si è affacciata. Mi vuoi ancora?, ho urlato. Non ha risposto, ma ha aperto il portone".
Con Machissenefrega! ho aperto un portone da cui sono entrate carezze, confessioni e ringraziamenti. Un muretto di gratitudine a cui è dolce appoggiarsi quando fa buio. Perchè da quel portone, oltre alle carezze, è entrato anche qualche ceffone. Era prevedibile. Se alzi il velo sui tuoi tormenti più intimi, ti esponi alle critiche di chi trova insopportabile la sincerità perchè ne teme il contagio. Ma se fin dall'inizio sapevo benissimo a quali rischi mi sarei esposta con questo blog, cosa mi aveva spinto a iniziarlo? Semplice. Quando una ha ricevuto in sorte una storia e gli strumenti per raccontarla, non è giusto che la tenga soltanto per sè. Da molto tempo desideravo ricordare a un pò di persone che la vita ha un senso e che dobbiamo affrontarla "nonostante", senza lasciarci parallizare dai "se". Ma certe prediche sarebbero suonate false in bocca a una centralinista percepita come una privilegiata. Soltanto la confessione spietata delle mie disgrazie e delle mie debolezze avrebbe reso credibile il messaggio, anzi il messaggio di speranza che intendevo dare.
Per non avere più paura di soffrire è indispensabile liberarsi dal dolore. Milioni di persone provano a farlo ogni giorno, prodigandosi in preghiere e buone azioni oppure stordendosi con droghe ed esperienze estreme. Ma i ricordi dolorosi non si possono eliminare. Quello che si può eliminare è il dolore associato ai ricordi.
Oggi riesco a pensare al mio ex fidanzato senza più provare dolore perchè ho accettato intimamente una verità indimostrabile: che tutto ciò che accade è sempre giusto e perfetto. Che il dolore è qualcosa che ci capita addosso non per sfortuna, ma per concederci l'opportunità di conoscere la parte irrisolta di noi. Se da quando nasci a quando muori nella tua vita non è cambiato tutto o almeno qualcosa, significa che la vita non ti è servita a niente.
Bacioni!
Jù
Era soltanto l'inizio. Da quel giorno mi sono piovuti addosso i resoconti di alcune vite ammalate, per le quali la farmacia ero io. Pare si chiami empatia. Le persone si specchiano in storie autentiche, apparecchiate a romanzo senza neanche il filtro della vergogna, e si sentono autorizzate a rivelare la loro. Non ai propri cari, ma all'amica di carta in cui riconoscono la compagna di sofferenze e rimonte esistenziali. Ne ho ricevute di ogni genere. Alcune, considerato il tema, persino divertenti. Mi ha scritto un'amica dell'adolescenza: "Anche io come te ho perso la persona con la quale pensavo di passare il resto della mia vita". E mi racconta di quanto gli manchi.
Un'altra mail arrivava da una località di villeggiatura che anni prima era approdata in cronaca nera per l'incendio di un albergo conclusosi con la morte del propietario. L'autore della mail raccontava che quell'uomo era suo padre. Aveva fatto uscire clienti e collaboratori con una scusa, poi aveva dato fuoco alle pareti di legno e si era rifugiato in mansarda ad aspettare la fine. Di lì a pochi mesi anche la madre era morta di crepacuore e il mio amico di carta si era ritrovato da solo in mezzo alle ceneri di una vita intera. Aveva usato i risparmi del padre per ricostruire l'albergo nello stesso luogo in cui sorgeva un tempo. Nell'opera di rinascita, non soltanto edilizia, gli era stata accanto una ragazza. Ma appena l'esistenza aveva ripreso a fluire in modo ordinato, ecco che era comparso Belfagor.
Nel romanzo di Massimo Gramellini Fai bei sogni, Belfagor è il nome che da bambino Massimo da al mostro che abita dentro di noi. Uno spiritaccio animato da buone intenzioni, in realtà pernicioso, perchè pur di tenerci lontano dalla sofferenza ci chiude in una gabbia di paure. Paura di vivere, di amare, di credere nei propri sogni. Il mio interlocutore era stato indotto a scappare dalla sua ragazza. Con la codardia tipica dei maschi quando vogliono sbarazzarsi delle femmine, non aveva avuto la forza di lasciarla. Perciò aveva fatto di tutto per farsi lasciare da lei e, dopo sforzi considerevoli, c'era riuscito.
Quando gli avevano detto del mio blog, aveva tenuto per un mese il link senza aprirlo. Gli incuteva timore. "Ma una notte, mi scriveva alla fine della mail, "una notte in cui rivoltavo nel letto come un pescecane nella rete, accendo la luce e comincio a leggere le tue storie. Sono arrivato al quinto post e ho capito che stavi parlando con me. Fuori aveva cominciato ad albeggiare. Così ho chiuso il blog e, indossata una felpa sopra il pigiama, sono andato sotto le finestre della mia ex. Le ho suonato, lei si è affacciata. Mi vuoi ancora?, ho urlato. Non ha risposto, ma ha aperto il portone".
Con Machissenefrega! ho aperto un portone da cui sono entrate carezze, confessioni e ringraziamenti. Un muretto di gratitudine a cui è dolce appoggiarsi quando fa buio. Perchè da quel portone, oltre alle carezze, è entrato anche qualche ceffone. Era prevedibile. Se alzi il velo sui tuoi tormenti più intimi, ti esponi alle critiche di chi trova insopportabile la sincerità perchè ne teme il contagio. Ma se fin dall'inizio sapevo benissimo a quali rischi mi sarei esposta con questo blog, cosa mi aveva spinto a iniziarlo? Semplice. Quando una ha ricevuto in sorte una storia e gli strumenti per raccontarla, non è giusto che la tenga soltanto per sè. Da molto tempo desideravo ricordare a un pò di persone che la vita ha un senso e che dobbiamo affrontarla "nonostante", senza lasciarci parallizare dai "se". Ma certe prediche sarebbero suonate false in bocca a una centralinista percepita come una privilegiata. Soltanto la confessione spietata delle mie disgrazie e delle mie debolezze avrebbe reso credibile il messaggio, anzi il messaggio di speranza che intendevo dare.
Per non avere più paura di soffrire è indispensabile liberarsi dal dolore. Milioni di persone provano a farlo ogni giorno, prodigandosi in preghiere e buone azioni oppure stordendosi con droghe ed esperienze estreme. Ma i ricordi dolorosi non si possono eliminare. Quello che si può eliminare è il dolore associato ai ricordi.
Oggi riesco a pensare al mio ex fidanzato senza più provare dolore perchè ho accettato intimamente una verità indimostrabile: che tutto ciò che accade è sempre giusto e perfetto. Che il dolore è qualcosa che ci capita addosso non per sfortuna, ma per concederci l'opportunità di conoscere la parte irrisolta di noi. Se da quando nasci a quando muori nella tua vita non è cambiato tutto o almeno qualcosa, significa che la vita non ti è servita a niente.
Bacioni!
Jù
TORNO A CASA CON ERICA MOU
Quando qualche tempo fa mi hanno parlato di E' di Erica Mou, ho storto un pò il naso. L'ho tenuto storto per parecchi giorni, e non perchè non mi stesse simpatica o perchè il titolo del suo cd non mi fosse piaciuto, anzi. Il mio naso s'è storto automaticamente proprio per il motivo contrario: perchè succede a volte che sei talmente affascinata, legata, coinvolta con qualcosa o con qualcuno al punto da faticare a parlarne, quasi per non rovinare una magia che stai immaginando, ma che nel silenzio diventa un pò più reale. Poi, di colpo, una sera il mio naso è ritornato dritto: una sera come tante, al tavolino di un bar che conosco fin troppo bene, coccolata da un buon bicchiere di spritz, accanto ad una persona che guardi negli occhi e già sorridi, riuscendo a capire e sentire cosa pensa veramente. Quella sera come tante fai una semplice domanda: "Ti va di venire a sentire Erica Mou insieme a me?", e di fronte a te si apre un mondo, si schiudono confini, si allargano gli argini. Ti trovi immersa in un mare di parole, pensieri, catapultata nella vita di chi ti sta di fronte, mentre nei suoi occhi vedi che questo nome ha toccato una corda che a volte fa, nel bene o nel male, perdere il controllo.
Proprio quella sera come tante, guardando negli occhi quella persona che mi piace, ho capito che se due che si vogliono un bene dell'anima possono parlarne per un tempo indefinito mentre i loro occhi si riflettono nello spritz, questo è stato e continua ad essere "il cd di tutti". Forse allora non dovevo essere io a parlare del cd di Erica, ma dovevo lasciare che gli altri ne parlassero, scoprissero quali vite avesse portato a galla, quanti occhi facesse luccicare, quali paure avesse fatto sparire o riaffiorare. Scoprire il semplice motivo per cui questo cd vale. Così ho passato giorni a fare una delle cose che mi riesce meglio: ascoltare la gente, ed entrare per un attimo nel loro mondo.
E' è il cd di tutti quelli che hanno ascoltato distrattamente la canzoncina di sottofondo dello spot dell'Enel, distrattamente ne sono rimasti incuriositi, e svogliatamente non si aspettavano nulla di più di una sorta di cantilena americaneggiante. Di tutti quelli che hanno scoperto o riscoperto cos'è la sorpresa, di chi si lascia ancora sorprendere da qualcosa. Il libro di quelli che già dalle prime canzoni si rendono conto dove li porterà una musica, ma anche di quelli che se ne accorgono solo una volta che il cd è finito, e ci ripensano dopo. Di chi canta tutto d'un fiato, a volte senza rispettare i respiri, e a volte torna indietro perchè ha perso una strofa. E' di quelli che cantando sono riusciti ad entrare pian piano nelle "viscere della protagonista", di quelli che volevano risolvere a tutti i costi la vigliaccheria della vita, ma nell'adolescenza si sono ritrovati immersi in un malessere, e si sono autobaciati le ferite nelle fasi della propria crescita.
E' è di chi conosce il significato dei vuoti affettivi, di chi li ha toccati con mano, di chi si sente a disagio anche solo ogni tanto e di chi non è proprio sempre consapevole, di se stesso e del mondo. Di chi, prima o dopo averlo ascoltato, ha provato a pensare, mescolando un pò di tenerezza. Il cd di quelli che vivono da troppo tempo in un posto da cui vorrebbero scappare via, anche solo per ritrovare una sorta di sorriso, un riflesso in un bicchiere di tè. Di chi, proprio come Erica, in questo momento della vita si sente un pò a mollo nella vasca da bagno del tempo, e sta accarezzando il significato della parola "ripartire". E' di chi ama la sincerità, le storie semplici, di chi ancora convive con una malinconia e per quella malinconia si sente solo. Di tutti quelli per cui il tempo è un'enorme confusione, e mentre ascoltavano Nella vasca da bagno del tempo hanno chiamato Erica, almeno una volta, "amica mia".
Insieme ad altre persone preziosissime, con Erica la mia vita ha ricominciato a risorgere. Con coraggio e serietà e anche con quella leggerezza da non confondere con superficialità, Erica mi ha fatto capire che per rinascere devi morire, devi celare per difendere, svelare per conoscere, realizzare per crescere, incontrare una Storia e metabolizzarla e raccontarla, perdonare per ricordare, separarsi per vivere, vivere per amare l'Altro da Sè.
Questo è il cd di tutte le persone che l'hanno ascoltato, comprato; di quelli che ascoltandolo e comprandolo hanno continuato ad ascoltare e comprare cd, in un Paese che non ascolta più, che non spende più per la musica, che non vede più nella musica un luogo di cultura, e così si impoverisce e vive nell'ignoranza. E' il cd di quelli che si sono sentiti autorizzati a partecipare emotivamente alla vita di Erica, che ora possono dire di conoscerla da vicino. Di tutti quelli che dopo Nella vasca da bagno del tempo hanno ascoltato è, e magari hanno detto: "meglio l'altra", ma anche il cd di tutti quelli che, per paura, E' non lo ascolteranno mai. Questo è il cd di chi ama la storia della vita, o meglio ama conoscere il modo in cui la vita rappresenta a se stessa la propria storia, che diventa così una narrazione di pensieri ed emozioni. E' di tutti quelli che, come me, hanno sentito la canzone a Sanremo e nel giro di un'ora hanno spulciato su ebay per rincorrere la copia del cd. Di tutti quelli che lo hanno comprato o lo compreranno prima di un viaggio, così da divorarlo nelle ore in treno, in autobus, in aereo. Ma anche di tutti quelli che lo hanno divorato stando fermi, in città o sulla spiaggia, in un letto o sull'ipod, magari cercando il proprio riflesso in un bicchiere di spritz.
E' anche il cd di chi non smette di fare riflessioni e domande.
E' la storia di chi è un pò nostalgico, o ci si è riscoperto ascoltandolo. Per un tempo passato che non ritorna più, per un palloncino che vola in alto.
Questo è il cd di chi lo ha comprato perchè La Jù gliel'ha consigliato vivamente, o di chi sceglie in base a cosa c'è sulla copertina, o di chi compra i cd in base al periodo che sta vivendo, e tra le canzoni cerca le risposte alle domande a cui da solo non riesce a rispondere.
Il cd di tutti quelli che cercano la felicità continuamente, perchè non l'hanno ancora trovata o perchè rimbalzano da una parte all'altra delle loro anime, e magari vivono a momenti. E' il libro di chi dice spesso "è impossibile", ma si lascia affascinare da un piccolo splendido pensiero o da possibilità mai concretizzate. Il cd di chi ripone tutto nell'amore, di chi ci ripone troppo o troppo poco. E' di quelli che seduti al tavolo di un bar si lasciano stare almeno per un'ora, hanno mondi infiniti dentro agli occhi e si riflettono nello spritz.
Questo è il cd di tutti. Di chi torna dal lavoro con il naso un pò più dritto con la voglia di scriverne, e di chi sente caldo mentre scrive, o mentre ne parla. Di tutti quelli che ancora combattono con qualche tipo di dolore, con qualche tipo di vuoto. E' il cd di chi ama sognare, di chi, dopo averlo ascoltato, ha detto almeno una volta a qualcuno di caro "vorrei dirti un sacco di cose adesso", prima di tornare a casa. Il cd di chi sa ascoltare, di chi non sa dire solamente "io,io,io e poi ancora io...", di chi entra nella vita delle persone, a volte per rimanerci e a volte per dire addio, o arrivederci. Di chi ama farsi compagnia e stare accanto a qualcuno ma senza perdere la propria identità. Il cd di chi, seduto al tavolino di un bar, si lascia stare anche solo per un momento, tra il suo riflesso in un bicchiere e due occhi dentro cui vivono altre storie.
Il Solito Enorme Bacione a Tutti.
Jù.
Proprio quella sera come tante, guardando negli occhi quella persona che mi piace, ho capito che se due che si vogliono un bene dell'anima possono parlarne per un tempo indefinito mentre i loro occhi si riflettono nello spritz, questo è stato e continua ad essere "il cd di tutti". Forse allora non dovevo essere io a parlare del cd di Erica, ma dovevo lasciare che gli altri ne parlassero, scoprissero quali vite avesse portato a galla, quanti occhi facesse luccicare, quali paure avesse fatto sparire o riaffiorare. Scoprire il semplice motivo per cui questo cd vale. Così ho passato giorni a fare una delle cose che mi riesce meglio: ascoltare la gente, ed entrare per un attimo nel loro mondo.
E' è il cd di tutti quelli che hanno ascoltato distrattamente la canzoncina di sottofondo dello spot dell'Enel, distrattamente ne sono rimasti incuriositi, e svogliatamente non si aspettavano nulla di più di una sorta di cantilena americaneggiante. Di tutti quelli che hanno scoperto o riscoperto cos'è la sorpresa, di chi si lascia ancora sorprendere da qualcosa. Il libro di quelli che già dalle prime canzoni si rendono conto dove li porterà una musica, ma anche di quelli che se ne accorgono solo una volta che il cd è finito, e ci ripensano dopo. Di chi canta tutto d'un fiato, a volte senza rispettare i respiri, e a volte torna indietro perchè ha perso una strofa. E' di quelli che cantando sono riusciti ad entrare pian piano nelle "viscere della protagonista", di quelli che volevano risolvere a tutti i costi la vigliaccheria della vita, ma nell'adolescenza si sono ritrovati immersi in un malessere, e si sono autobaciati le ferite nelle fasi della propria crescita.
E' è di chi conosce il significato dei vuoti affettivi, di chi li ha toccati con mano, di chi si sente a disagio anche solo ogni tanto e di chi non è proprio sempre consapevole, di se stesso e del mondo. Di chi, prima o dopo averlo ascoltato, ha provato a pensare, mescolando un pò di tenerezza. Il cd di quelli che vivono da troppo tempo in un posto da cui vorrebbero scappare via, anche solo per ritrovare una sorta di sorriso, un riflesso in un bicchiere di tè. Di chi, proprio come Erica, in questo momento della vita si sente un pò a mollo nella vasca da bagno del tempo, e sta accarezzando il significato della parola "ripartire". E' di chi ama la sincerità, le storie semplici, di chi ancora convive con una malinconia e per quella malinconia si sente solo. Di tutti quelli per cui il tempo è un'enorme confusione, e mentre ascoltavano Nella vasca da bagno del tempo hanno chiamato Erica, almeno una volta, "amica mia".
Insieme ad altre persone preziosissime, con Erica la mia vita ha ricominciato a risorgere. Con coraggio e serietà e anche con quella leggerezza da non confondere con superficialità, Erica mi ha fatto capire che per rinascere devi morire, devi celare per difendere, svelare per conoscere, realizzare per crescere, incontrare una Storia e metabolizzarla e raccontarla, perdonare per ricordare, separarsi per vivere, vivere per amare l'Altro da Sè.
Questo è il cd di tutte le persone che l'hanno ascoltato, comprato; di quelli che ascoltandolo e comprandolo hanno continuato ad ascoltare e comprare cd, in un Paese che non ascolta più, che non spende più per la musica, che non vede più nella musica un luogo di cultura, e così si impoverisce e vive nell'ignoranza. E' il cd di quelli che si sono sentiti autorizzati a partecipare emotivamente alla vita di Erica, che ora possono dire di conoscerla da vicino. Di tutti quelli che dopo Nella vasca da bagno del tempo hanno ascoltato è, e magari hanno detto: "meglio l'altra", ma anche il cd di tutti quelli che, per paura, E' non lo ascolteranno mai. Questo è il cd di chi ama la storia della vita, o meglio ama conoscere il modo in cui la vita rappresenta a se stessa la propria storia, che diventa così una narrazione di pensieri ed emozioni. E' di tutti quelli che, come me, hanno sentito la canzone a Sanremo e nel giro di un'ora hanno spulciato su ebay per rincorrere la copia del cd. Di tutti quelli che lo hanno comprato o lo compreranno prima di un viaggio, così da divorarlo nelle ore in treno, in autobus, in aereo. Ma anche di tutti quelli che lo hanno divorato stando fermi, in città o sulla spiaggia, in un letto o sull'ipod, magari cercando il proprio riflesso in un bicchiere di spritz.
E' anche il cd di chi non smette di fare riflessioni e domande.
E' la storia di chi è un pò nostalgico, o ci si è riscoperto ascoltandolo. Per un tempo passato che non ritorna più, per un palloncino che vola in alto.
Questo è il cd di chi lo ha comprato perchè La Jù gliel'ha consigliato vivamente, o di chi sceglie in base a cosa c'è sulla copertina, o di chi compra i cd in base al periodo che sta vivendo, e tra le canzoni cerca le risposte alle domande a cui da solo non riesce a rispondere.
Il cd di tutti quelli che cercano la felicità continuamente, perchè non l'hanno ancora trovata o perchè rimbalzano da una parte all'altra delle loro anime, e magari vivono a momenti. E' il libro di chi dice spesso "è impossibile", ma si lascia affascinare da un piccolo splendido pensiero o da possibilità mai concretizzate. Il cd di chi ripone tutto nell'amore, di chi ci ripone troppo o troppo poco. E' di quelli che seduti al tavolo di un bar si lasciano stare almeno per un'ora, hanno mondi infiniti dentro agli occhi e si riflettono nello spritz.
Questo è il cd di tutti. Di chi torna dal lavoro con il naso un pò più dritto con la voglia di scriverne, e di chi sente caldo mentre scrive, o mentre ne parla. Di tutti quelli che ancora combattono con qualche tipo di dolore, con qualche tipo di vuoto. E' il cd di chi ama sognare, di chi, dopo averlo ascoltato, ha detto almeno una volta a qualcuno di caro "vorrei dirti un sacco di cose adesso", prima di tornare a casa. Il cd di chi sa ascoltare, di chi non sa dire solamente "io,io,io e poi ancora io...", di chi entra nella vita delle persone, a volte per rimanerci e a volte per dire addio, o arrivederci. Di chi ama farsi compagnia e stare accanto a qualcuno ma senza perdere la propria identità. Il cd di chi, seduto al tavolino di un bar, si lascia stare anche solo per un momento, tra il suo riflesso in un bicchiere e due occhi dentro cui vivono altre storie.
Il Solito Enorme Bacione a Tutti.
Jù.
L'ULTIMA RIGA DELLE FAVOLE
Non ricordo cosa stessi facendo quel giorno.
So che era un giorno qualunque per milioni di persone, alle prese con la vita fatta di lavoro, sorrisi, lacrime, sport, belle notizie, altre brutte. Un amore che nasce e uno che finisce, il primo bacio, un compito in classe andato male, un altro andato bene, una serata al cinema.
Attimo dopo attimo, respiro dopo respiro.
Un giorno qualunque, non per me. Quel giorno della mia prima vita per me sarebbe stato l'ultimo.
La lancetta dei minuti e delle ore passa, i giorni diventano mesi e i mesi, anni. E io sono ancora qui.
Vento leggero ma fa freddo. Alcune anzine passeggiano tranquillamente, un cane al guinzaglio, un gruppo di bambini in bicicletta. Li guardo. Poi sposto gli occhi altrove e sospiro.
Lui era la persona con cui credevo di passare il resto della mia vita. E io troppo grande per piangere, troppo piccola per perdere un amore.
Qualche fotogramma impresso nel cuore e nella memoria, qualche sguardo, il suono lontano della sua voce, mentre mi accarezzava o mi sussurava di passargli l'acqua. Il suo amore per me, quello sì, lo ricordo bene, mi è rimasto dentro. Lo sento e mi accompagna ogni giorno.
Ho conosciuto la nuova Jù nei racconti di mia madre, una gigante lei. Si è presa sulle spalle una come me, distrutta, sfinita e sfiduciata e mi ha accompagnato nellla mia nuova vita, da sola.
Ho conosciuto la nuova Jù nei racconti delle mie zie, nei ricordi di chi mi ha voluto bene anche quando me lo meritavo meno, che l'ha vista milioni di volte negli occhi e nell'anima, che l'ha frequentata, che sapeva leggere i suoi sguardi.
Ho conosciuto così una ragazza normale, con i suoi difetti, i suoi pregi, il suo sorriso, quello sì.
Sono cresciuta al Nord ma il mio cuore è maturato a Sud, perchè ho sempre seguito quel respiro latente della mia anima per essere diversa, per continuare a vivere. Perchè questo continuo a fare, più o meno consapevolmente, nel corso della mia vita. Ho cercato di vivere e far vivere il meglio di me.
Molti mi chiedono come sia perdere un fidanzato, se ho mai odiato Dio, se ho conservato qualcosa di lui, se ho perdonato, se. Quel giorno è stato e io non posso farci nulla. Non posso dimenticarlo perchè da quel giorno in poi la mia vita non è stata più la stessa, perchè certe cose ti vivono dentro per l'intera esistenza, fino alla fine.
Non posso dimenticarlo ma sono andata oltre, sono cresciuta, potevo ancora vivere e l'ho fatto.
Molti si sono riempiti la bocca di parole su di me senza conoscermi. Mi hanno descritto con superficialità, mi hanno distrutto, svestendomi del mio abito di ragazza. Molti mi ricordano spesso che lui non c'è più mentre a me a volte mi rincuora ricordarmi come mi ha amata in quei mesi, per farlo vivere ancora un attimo.
Il tempo poi, fa sempre il suo lavoro. Scioglie nel suo scorrere la patina in superficie e lascia emergere quello che c'è sotto.
Quando sei una ragazzina non hai la maturità per capire certe cose, non hai l'esperienza per governare gli impeti della tua anima, vivi tutto intensamente, senza moderazione. Vorresti tutte le attenzioni per te, vorresti che tutti capissero, che tutti ti ascoltassero, che tutti ricordassero.
Poi cresci e comprendi che nulla si ferma, nessuno ti aspetta. Che ognuno è impegnato nel difficile compito di vivere la propria vita, la propria storia. Magari si allontana, si distrae, ma non per questo ti lascia solo oppure dimentica. Basta un incontro, uno sguardo, un sorriso per capirsi di nuovo e dare il senso giusto ai comportamenti e alle persone.
A volte ho avuto la sensazione di essere un errore.
La sua assenza è stata enorme.
Ha significato una sedia vuota il giorno del mio compleanno, quando con lo sguardo cercavo quello che non potevo più avere. Ha significato non avere un porto sicuro di cui una ragazza ha bisogno nelle avventure della vita, nei tentativi di diventare donna. Sentirsi stringere forte al petto per non andare via, festeggiare insieme la vittoria dell'Italia ai mondiali, giocare a bowling e vederlo preoccupato per me. I rimproveri, i consigli, gli incoraggiamenti.
Di lui, per un pò, mi è mancato tutto. Un amore col contagocce che non ha avuto la forza colorata di un amore che dura per tutta la vita.
E' un pensiero latente che riaffiora ogni volta che arriva il brutto tempo e che ti lascia, per un attimo, nell'illusione che nulla sia cambiato.
Adesso continuo a crescere, i miei amici, il mio lavoro, ma ogni volta che mi fermo accade qualcosa di strano: ho la sensazione di non essere un errore, ho la sensazione di essere viva.
Una sera ero a cena con mio cugino al quale stavo raccontando gli enormi sbagli fatti, le difficoltà, i dubbi, la mia vita insomma. Mi guardò e sorrise, dicendomi di non aver paura di fare la mia strada, di cercare il mio equilibrio, di fare quello che sentivo perchè "avrai il tempo per tornare indietro, se lo vorrai."
Non è stato facile perchè la vita non è un film, come diceva qualcuno.
Molta gente si è rimpieta la bocca di parole, ha fatto finta di ascoltare e poi ha girato le spalle lasciandomi sola. Ma poi ho incontrato tante belle persone, ho scoperto nuovi amici che hanno saputo starmi accanto, che hanno scelto di ascoltarmi senza mai illudermi. Loro hanno imparato a conoscermi e a volermi bene come Jù e non come "la ragazza di".
Ora sono più tranquilla, quel demone smanioso che mi vive dentro sembra riposare un pò e ho avuto voglia di scrivere un pò di più questa sera. Ho voluto raccogliere un pò di pensieri e ricordi, ascoltarmi.
Ho voluto scrivervi ancora una volta di me, di come sono stata in una vita precedente, senza eccessi, senza invenzioni, senza lapidazioni inutili.
Ho voluto raccontarvi quello che per tutti è stato un periodaccio, mentre per me, è stata l'ultima riga delle favole.
IlSolitoEnormeBacioneATutti.
Jù.
So che era un giorno qualunque per milioni di persone, alle prese con la vita fatta di lavoro, sorrisi, lacrime, sport, belle notizie, altre brutte. Un amore che nasce e uno che finisce, il primo bacio, un compito in classe andato male, un altro andato bene, una serata al cinema.
Attimo dopo attimo, respiro dopo respiro.
Un giorno qualunque, non per me. Quel giorno della mia prima vita per me sarebbe stato l'ultimo.
La lancetta dei minuti e delle ore passa, i giorni diventano mesi e i mesi, anni. E io sono ancora qui.
Vento leggero ma fa freddo. Alcune anzine passeggiano tranquillamente, un cane al guinzaglio, un gruppo di bambini in bicicletta. Li guardo. Poi sposto gli occhi altrove e sospiro.
Lui era la persona con cui credevo di passare il resto della mia vita. E io troppo grande per piangere, troppo piccola per perdere un amore.
Qualche fotogramma impresso nel cuore e nella memoria, qualche sguardo, il suono lontano della sua voce, mentre mi accarezzava o mi sussurava di passargli l'acqua. Il suo amore per me, quello sì, lo ricordo bene, mi è rimasto dentro. Lo sento e mi accompagna ogni giorno.
Ho conosciuto la nuova Jù nei racconti di mia madre, una gigante lei. Si è presa sulle spalle una come me, distrutta, sfinita e sfiduciata e mi ha accompagnato nellla mia nuova vita, da sola.
Ho conosciuto la nuova Jù nei racconti delle mie zie, nei ricordi di chi mi ha voluto bene anche quando me lo meritavo meno, che l'ha vista milioni di volte negli occhi e nell'anima, che l'ha frequentata, che sapeva leggere i suoi sguardi.
Ho conosciuto così una ragazza normale, con i suoi difetti, i suoi pregi, il suo sorriso, quello sì.
Sono cresciuta al Nord ma il mio cuore è maturato a Sud, perchè ho sempre seguito quel respiro latente della mia anima per essere diversa, per continuare a vivere. Perchè questo continuo a fare, più o meno consapevolmente, nel corso della mia vita. Ho cercato di vivere e far vivere il meglio di me.
Molti mi chiedono come sia perdere un fidanzato, se ho mai odiato Dio, se ho conservato qualcosa di lui, se ho perdonato, se. Quel giorno è stato e io non posso farci nulla. Non posso dimenticarlo perchè da quel giorno in poi la mia vita non è stata più la stessa, perchè certe cose ti vivono dentro per l'intera esistenza, fino alla fine.
Non posso dimenticarlo ma sono andata oltre, sono cresciuta, potevo ancora vivere e l'ho fatto.
Molti si sono riempiti la bocca di parole su di me senza conoscermi. Mi hanno descritto con superficialità, mi hanno distrutto, svestendomi del mio abito di ragazza. Molti mi ricordano spesso che lui non c'è più mentre a me a volte mi rincuora ricordarmi come mi ha amata in quei mesi, per farlo vivere ancora un attimo.
Il tempo poi, fa sempre il suo lavoro. Scioglie nel suo scorrere la patina in superficie e lascia emergere quello che c'è sotto.
Quando sei una ragazzina non hai la maturità per capire certe cose, non hai l'esperienza per governare gli impeti della tua anima, vivi tutto intensamente, senza moderazione. Vorresti tutte le attenzioni per te, vorresti che tutti capissero, che tutti ti ascoltassero, che tutti ricordassero.
Poi cresci e comprendi che nulla si ferma, nessuno ti aspetta. Che ognuno è impegnato nel difficile compito di vivere la propria vita, la propria storia. Magari si allontana, si distrae, ma non per questo ti lascia solo oppure dimentica. Basta un incontro, uno sguardo, un sorriso per capirsi di nuovo e dare il senso giusto ai comportamenti e alle persone.
A volte ho avuto la sensazione di essere un errore.
La sua assenza è stata enorme.
Ha significato una sedia vuota il giorno del mio compleanno, quando con lo sguardo cercavo quello che non potevo più avere. Ha significato non avere un porto sicuro di cui una ragazza ha bisogno nelle avventure della vita, nei tentativi di diventare donna. Sentirsi stringere forte al petto per non andare via, festeggiare insieme la vittoria dell'Italia ai mondiali, giocare a bowling e vederlo preoccupato per me. I rimproveri, i consigli, gli incoraggiamenti.
Di lui, per un pò, mi è mancato tutto. Un amore col contagocce che non ha avuto la forza colorata di un amore che dura per tutta la vita.
E' un pensiero latente che riaffiora ogni volta che arriva il brutto tempo e che ti lascia, per un attimo, nell'illusione che nulla sia cambiato.
Adesso continuo a crescere, i miei amici, il mio lavoro, ma ogni volta che mi fermo accade qualcosa di strano: ho la sensazione di non essere un errore, ho la sensazione di essere viva.
Una sera ero a cena con mio cugino al quale stavo raccontando gli enormi sbagli fatti, le difficoltà, i dubbi, la mia vita insomma. Mi guardò e sorrise, dicendomi di non aver paura di fare la mia strada, di cercare il mio equilibrio, di fare quello che sentivo perchè "avrai il tempo per tornare indietro, se lo vorrai."
Non è stato facile perchè la vita non è un film, come diceva qualcuno.
Molta gente si è rimpieta la bocca di parole, ha fatto finta di ascoltare e poi ha girato le spalle lasciandomi sola. Ma poi ho incontrato tante belle persone, ho scoperto nuovi amici che hanno saputo starmi accanto, che hanno scelto di ascoltarmi senza mai illudermi. Loro hanno imparato a conoscermi e a volermi bene come Jù e non come "la ragazza di".
Ora sono più tranquilla, quel demone smanioso che mi vive dentro sembra riposare un pò e ho avuto voglia di scrivere un pò di più questa sera. Ho voluto raccogliere un pò di pensieri e ricordi, ascoltarmi.
Ho voluto scrivervi ancora una volta di me, di come sono stata in una vita precedente, senza eccessi, senza invenzioni, senza lapidazioni inutili.
Ho voluto raccontarvi quello che per tutti è stato un periodaccio, mentre per me, è stata l'ultima riga delle favole.
IlSolitoEnormeBacioneATutti.
Jù.
CUORE IMPERFETTO
Ciao nonno,
lo so, non credere, lo so che cosa stai pensando: "Ma che cosa è saltato in mente a mia nipote di scrivermi una lettera! Perchè mi tormenta? Lo sa che voglio essere lasciato in pace. Non chiedo niente, mai chiesto niente a nessuno".
E' vero, lo so che cosa vuoi. Lo sai fin troppo bene tu, e da un certo momento in poi hai deciso di farti da parte. Niente domande, pochi consigli. Ti sei sforzato di accettare, anche se troppo tardi, il mio modo di essere, continuando a volermi bene come sapevi, come potevi.
Ma questa lettera non la scrivo per parlare di te. Questa lettera la scrivo per parlare di me.
Vorrei parlare di Jù, seconda figlia di genitori non più giovani che l'hanno cresciuta come un fiore raro, che hanno voluto per lei il panino a merenda, le vacanze al mare e sogni abbastanza ambiziosi.
Così ecco che Jù si ritrova in una bella casa, un giardino quasi enorme e, finalmente, un computer.
Jù è una tipa strana sin da piccola. A sei anni si lava e si veste da sola. E' testarda, ogni mattina si impunta, vuole mettere gli stessi jeans, la stessa maglia, le stesse scarpe. E' un problema lavarli e farli asciugare per il giorno dopo. E' un problema sostituire le scarpe vecchie con un paio identiche.
Avevo più o meno undici anni, nonno, quando ti sono scappata di mano, nessuno è più riuscito a capire cosa succedeva nella mia testa. Stavo pomeriggi interi rinchiusa in camera mia, da sola, a smontare e rimontare puzzle, una passione partita da una scatola di cinquecento pezzi arrivata a Natale da uno zio.
E tu? Tu per un pò ti sei illuso di essere indispensabile alla mia crescita. Ma papà c'era poco e quando c'era, leggeva. E io, era come se non ci fossi, o peggio come se facessi finta che nessuno ci fosse.
"Dove ho sbagliato?" E' questa la domanda che mamma ha fatto al dottor Poloni la prima volta che si è seduta davanti a lui, nel suo studio giallo e colmo di libri che all'inizio mi metteva a disagio. Da Poloni ci sono andata per un anno di fila, tutti i giovedì alle quattordici e trenta, quarantacinque minuti alla settimana.
Era come salire su uno di quei montacarichi che affondano nelle viscere delle miniere. Un viaggio nel buio, a cercare con il lanternino le mie colpe, i miei errori. Chiedevo a Poloni continue conferme sulle domande che come bolle salivano a galla, spiavo la sua faccia ed ero convinta che mi considerasse una pazza.
Il dottore non parla. Non parla mai. Parlo solo io. In un anno ho sentito la sua voce solo quando mi diceva "Buongiorno, si accomodi" e "Ci vediamo giovedì prossimo". Eppure anche quel silenzio è servito. Questo blog, a pensarci bene, e il coraggio di scriverlo, lo devo anche a lui.
Adesso capirai meglio perchè.
I pazienti di un analista non si incontrano tra loro nella sala d'attesa. O almeno così è successo a me. Tutte le volte aspettavo il mio turno in una stanza, con la porta chiusa. Da mesi, mentre me ne stavo lì, a volte impaziente di entrare, a volte con la voglia di scappare via, sentivo la voce dell'uomo che prima di me sedeva sulla poltroncina davanti a Poloni. Una voce fonda, molto pacata. Una bella voce. Di quell'uomo intravedevo anche la sagoma attraverso il vetro smerigliato della porta chiusa. Alto, dai movimenti fluidi e lenti come la sua voce.
Un giorno, sono in ritardo sull'orario della seduta, aspetto trafelata l'ascensore e appena la cabina si ferma sul pianterreno apro con impeto la porta e quasi investo il paziente bella-voce. Non ho dubbi che è lui. Istintivamente lo saluto e gli dico qualcosa del tipo "Adesso tocca a me".
Lui capisce al volo e sorride. Sorrido anch'io. E' così che ho visto papà, tuo figlio, in veste di paziente.
Tutto questo accadeva più o meno due anni fa.
Poi ho deciso di buttare all'aria la mia vita così regolare e programmata. Ho sofferto. Abbandonata nella mia stanza bunker, arrabbiata per essere "diversa".
Io non parlavo con nessuno, ma parlavo con me stessa, non ho mai smesso.
Mi ricordo quando attraverso la porta chiusa della mia stanza facevi commenti ad alta voce o ti affacciavi con una scusa. Io non rispondevo mai, ma ascoltavo. Macinavo, ragionavo e le mie rare battute penso ti facessero capire che dietro quell'atteggiamento scontroso si nascondeva una grande tenerezza.
Tu mi hai accolta come una benedizione. E io ho considerato un regalo del cielo l'amore che tu mi hai dimostrato ogni giorno, senza nessuna sottrazione.
La vita che avevo scelto fino a qualche tempo fa era piena di rinunce. Ero sola, non avevo amici, avevo perso un compagno, non credevo nell'amore. Erano rinunce grandi, rinunce che non portano da nessuna parte se non a un isolamento che con gli anni avrebbe rischiato di essere assoluto.
Ho avuto paura della tua morte, più di quanto ne abbia della morte stessa, perchè sapevo che quando non ci saresti stato più, non avrei più potuto contare sui tuoi preziosi insegnamenti.
Nonno, io non posseggo nulla. Non ho beni personali, se non un telefono e i regali dei miei amici ma sai qual è stata la vera ricchezza? L'umiltà che mi hai insegnato. La mia eredità è questa.
Ti abbraccio forte, ovunque tu sia.
Jù.
lo so, non credere, lo so che cosa stai pensando: "Ma che cosa è saltato in mente a mia nipote di scrivermi una lettera! Perchè mi tormenta? Lo sa che voglio essere lasciato in pace. Non chiedo niente, mai chiesto niente a nessuno".
E' vero, lo so che cosa vuoi. Lo sai fin troppo bene tu, e da un certo momento in poi hai deciso di farti da parte. Niente domande, pochi consigli. Ti sei sforzato di accettare, anche se troppo tardi, il mio modo di essere, continuando a volermi bene come sapevi, come potevi.
Ma questa lettera non la scrivo per parlare di te. Questa lettera la scrivo per parlare di me.
Vorrei parlare di Jù, seconda figlia di genitori non più giovani che l'hanno cresciuta come un fiore raro, che hanno voluto per lei il panino a merenda, le vacanze al mare e sogni abbastanza ambiziosi.
Così ecco che Jù si ritrova in una bella casa, un giardino quasi enorme e, finalmente, un computer.
Jù è una tipa strana sin da piccola. A sei anni si lava e si veste da sola. E' testarda, ogni mattina si impunta, vuole mettere gli stessi jeans, la stessa maglia, le stesse scarpe. E' un problema lavarli e farli asciugare per il giorno dopo. E' un problema sostituire le scarpe vecchie con un paio identiche.
Avevo più o meno undici anni, nonno, quando ti sono scappata di mano, nessuno è più riuscito a capire cosa succedeva nella mia testa. Stavo pomeriggi interi rinchiusa in camera mia, da sola, a smontare e rimontare puzzle, una passione partita da una scatola di cinquecento pezzi arrivata a Natale da uno zio.
E tu? Tu per un pò ti sei illuso di essere indispensabile alla mia crescita. Ma papà c'era poco e quando c'era, leggeva. E io, era come se non ci fossi, o peggio come se facessi finta che nessuno ci fosse.
"Dove ho sbagliato?" E' questa la domanda che mamma ha fatto al dottor Poloni la prima volta che si è seduta davanti a lui, nel suo studio giallo e colmo di libri che all'inizio mi metteva a disagio. Da Poloni ci sono andata per un anno di fila, tutti i giovedì alle quattordici e trenta, quarantacinque minuti alla settimana.
Era come salire su uno di quei montacarichi che affondano nelle viscere delle miniere. Un viaggio nel buio, a cercare con il lanternino le mie colpe, i miei errori. Chiedevo a Poloni continue conferme sulle domande che come bolle salivano a galla, spiavo la sua faccia ed ero convinta che mi considerasse una pazza.
Il dottore non parla. Non parla mai. Parlo solo io. In un anno ho sentito la sua voce solo quando mi diceva "Buongiorno, si accomodi" e "Ci vediamo giovedì prossimo". Eppure anche quel silenzio è servito. Questo blog, a pensarci bene, e il coraggio di scriverlo, lo devo anche a lui.
Adesso capirai meglio perchè.
I pazienti di un analista non si incontrano tra loro nella sala d'attesa. O almeno così è successo a me. Tutte le volte aspettavo il mio turno in una stanza, con la porta chiusa. Da mesi, mentre me ne stavo lì, a volte impaziente di entrare, a volte con la voglia di scappare via, sentivo la voce dell'uomo che prima di me sedeva sulla poltroncina davanti a Poloni. Una voce fonda, molto pacata. Una bella voce. Di quell'uomo intravedevo anche la sagoma attraverso il vetro smerigliato della porta chiusa. Alto, dai movimenti fluidi e lenti come la sua voce.
Un giorno, sono in ritardo sull'orario della seduta, aspetto trafelata l'ascensore e appena la cabina si ferma sul pianterreno apro con impeto la porta e quasi investo il paziente bella-voce. Non ho dubbi che è lui. Istintivamente lo saluto e gli dico qualcosa del tipo "Adesso tocca a me".
Lui capisce al volo e sorride. Sorrido anch'io. E' così che ho visto papà, tuo figlio, in veste di paziente.
Tutto questo accadeva più o meno due anni fa.
Poi ho deciso di buttare all'aria la mia vita così regolare e programmata. Ho sofferto. Abbandonata nella mia stanza bunker, arrabbiata per essere "diversa".
Io non parlavo con nessuno, ma parlavo con me stessa, non ho mai smesso.
Mi ricordo quando attraverso la porta chiusa della mia stanza facevi commenti ad alta voce o ti affacciavi con una scusa. Io non rispondevo mai, ma ascoltavo. Macinavo, ragionavo e le mie rare battute penso ti facessero capire che dietro quell'atteggiamento scontroso si nascondeva una grande tenerezza.
Tu mi hai accolta come una benedizione. E io ho considerato un regalo del cielo l'amore che tu mi hai dimostrato ogni giorno, senza nessuna sottrazione.
La vita che avevo scelto fino a qualche tempo fa era piena di rinunce. Ero sola, non avevo amici, avevo perso un compagno, non credevo nell'amore. Erano rinunce grandi, rinunce che non portano da nessuna parte se non a un isolamento che con gli anni avrebbe rischiato di essere assoluto.
Ho avuto paura della tua morte, più di quanto ne abbia della morte stessa, perchè sapevo che quando non ci saresti stato più, non avrei più potuto contare sui tuoi preziosi insegnamenti.
Nonno, io non posseggo nulla. Non ho beni personali, se non un telefono e i regali dei miei amici ma sai qual è stata la vera ricchezza? L'umiltà che mi hai insegnato. La mia eredità è questa.
Ti abbraccio forte, ovunque tu sia.
Jù.
L'AMORE PER CASO
E' cosa arcinota, ai confini con la banalità, notare come in amore la contraddizione ( e il sacrosanto diritto alla medesima ), i magoni di ogni tipo, le impennate della logica siano nutrimento quotidiano. Comunque a me pare che la più cocente, tra le infinite frustazioni in campo sentimentale, sia la consapevolezza che l'amore non è soltanto cieco, sordo e dotato di gravi turbe anche a livello neurologico, ma soprattutto è di una superficialità mostruosa: l'amore è scemo. Non sceglie mai: capita. A tutti, eh: in questo senso non credo si debbano fare distinzioni tra uomini e donne, omosessuali ed eterosessuali.
A ognuno di noi è capitato almeno una volta nella vita di ritrovarsi a dire a qualcuno, con tanto di "vibrato" nella voce: "Guarda io mi detesto, te lo giuro, non so cosa darei per innamorarmi di te, perchè tu sei perfetto, capisci? per me, almeno...Sei la persona più bella che conosco, mi piace tutto di te, le tue idee, la tua sensibilità, e poi con te sto bene, so che mi posso fidare, che mi capisci, con te risco a parlare" "E allora capisci che sto malissimo, non riesco a farmene una ragione, ma mi spieghi perchè è andata cosi? perchè mi sono innamorata di te, anzichè di quell'infame che mi rovina la vita?.."
Perchè l'infame in questione è bello. Tutto qui. O se preferite, perchè mi piace da impazzire, mi fa andare il sangue alla testa, quello che vi pare. Fatto sta che quella cosa lì - la passione il delirio l'innamoramento - è esattamente come la grazia santificante per i cattolici: o c'è, o non c'è. Non serve a niente far valere la ragione, la mozione degli affetti, valutare tutti i lati positivi, le affinità elettive, tutti gli elementi per cui una persona sarebbe perfetta come compagna di vita, niente: l'amore capita.
Io credo di aver toccato il fondo parecchi anni fa, quando mi sono resa conto che quello di cui mi ero innamorata non solo mi faceva stare male, ma non mi era neanche simpatico. Ma come si fa a ridursi così? Come è possibile una roba del genere? Poi, certamente, ogni tanto nella vita ti capitano delle botte di culo. E dopo, solo aver perso comunque il senno, il sonno, la ragione e i sentimenti per qualcuno, ti rendi conto che quella lì è anche la persona giusta, anzi, perfetta per te. E allora alè, felicità a mille, festeggiamenti, dichiarazioni di fedeltà. E magari, in questo tripudio ormonale, in questo delirio adrenalinico, hai anche la divina impudenza, l'infinita sfrontatezza di andare dalla tua amica bruttina e dirle: "Ah guarda che sto vivendo questo amore meraviglioso ma sono sicura che succederà prestissimo anche a te..." Che schifosa bugia. Che disgustosa ipocrisia. Lo sappiamo tutti perfettamente - lei per prima - che a lei non succederà mai una cosa del genere, perchè l'amore ha ferree leggi di mercato, e chi è tagliato fuori peggio per lui. A lei, con tutte le sue belle qualità, succederà probabilmente di perdere la testa per uno che non la vedrà nemmeno, perchè è tanto bella dentro, ma neanche a rivoltarla se ne accorgono. E lei - lei sì- a un certo punto dovrà mettersi a tavolino, ragionare, decidere, piuttosto che invecchiare completamente sola, di mettersi con uno come lei, senza passione ma con tanti lati positivi, tante belle qualità, tanto bello dentro anche lui, e insieme si faranno delle fantastiche endoscopie: ma la felicità no, niente, negata. Perchè l'amore non è affatto cieco, anche se a Sanremo spopola da un sacco di tempo; semmai è stupido, superficiale, ingovernabile e si lascia condizionare dalle mode, dai modelli estetici dominanti, dall'apparenza, dagli spot.
L'amore è cieco. Ma chi l'ha detto?
Il Solito Enorme Bacione a Tutti.
Jù.
A ognuno di noi è capitato almeno una volta nella vita di ritrovarsi a dire a qualcuno, con tanto di "vibrato" nella voce: "Guarda io mi detesto, te lo giuro, non so cosa darei per innamorarmi di te, perchè tu sei perfetto, capisci? per me, almeno...Sei la persona più bella che conosco, mi piace tutto di te, le tue idee, la tua sensibilità, e poi con te sto bene, so che mi posso fidare, che mi capisci, con te risco a parlare" "E allora capisci che sto malissimo, non riesco a farmene una ragione, ma mi spieghi perchè è andata cosi? perchè mi sono innamorata di te, anzichè di quell'infame che mi rovina la vita?.."
Perchè l'infame in questione è bello. Tutto qui. O se preferite, perchè mi piace da impazzire, mi fa andare il sangue alla testa, quello che vi pare. Fatto sta che quella cosa lì - la passione il delirio l'innamoramento - è esattamente come la grazia santificante per i cattolici: o c'è, o non c'è. Non serve a niente far valere la ragione, la mozione degli affetti, valutare tutti i lati positivi, le affinità elettive, tutti gli elementi per cui una persona sarebbe perfetta come compagna di vita, niente: l'amore capita.
Io credo di aver toccato il fondo parecchi anni fa, quando mi sono resa conto che quello di cui mi ero innamorata non solo mi faceva stare male, ma non mi era neanche simpatico. Ma come si fa a ridursi così? Come è possibile una roba del genere? Poi, certamente, ogni tanto nella vita ti capitano delle botte di culo. E dopo, solo aver perso comunque il senno, il sonno, la ragione e i sentimenti per qualcuno, ti rendi conto che quella lì è anche la persona giusta, anzi, perfetta per te. E allora alè, felicità a mille, festeggiamenti, dichiarazioni di fedeltà. E magari, in questo tripudio ormonale, in questo delirio adrenalinico, hai anche la divina impudenza, l'infinita sfrontatezza di andare dalla tua amica bruttina e dirle: "Ah guarda che sto vivendo questo amore meraviglioso ma sono sicura che succederà prestissimo anche a te..." Che schifosa bugia. Che disgustosa ipocrisia. Lo sappiamo tutti perfettamente - lei per prima - che a lei non succederà mai una cosa del genere, perchè l'amore ha ferree leggi di mercato, e chi è tagliato fuori peggio per lui. A lei, con tutte le sue belle qualità, succederà probabilmente di perdere la testa per uno che non la vedrà nemmeno, perchè è tanto bella dentro, ma neanche a rivoltarla se ne accorgono. E lei - lei sì- a un certo punto dovrà mettersi a tavolino, ragionare, decidere, piuttosto che invecchiare completamente sola, di mettersi con uno come lei, senza passione ma con tanti lati positivi, tante belle qualità, tanto bello dentro anche lui, e insieme si faranno delle fantastiche endoscopie: ma la felicità no, niente, negata. Perchè l'amore non è affatto cieco, anche se a Sanremo spopola da un sacco di tempo; semmai è stupido, superficiale, ingovernabile e si lascia condizionare dalle mode, dai modelli estetici dominanti, dall'apparenza, dagli spot.
L'amore è cieco. Ma chi l'ha detto?
Il Solito Enorme Bacione a Tutti.
Jù.
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