Forti nel senso di coraggiose, "muscolari", resistenti agli urti della vita. Solide. Ma forti anche nel senso di cool. Cioè veloci, "avanti", incoscienti, un pò pazze. Malate gravi di ottimismo. "Molecole d'acciaio, pistone, rabbia, guerra lampo e poesia", per dirla alla De Gregori. Figurarsi se si fanno abbattere dal pessimismo generale.
La mia vicina di casa, per esempio, ha 50 anni e un marito fiaccato dalla crisi. Fiaccato vero, perchè se ne sta proprio buttato sul divano in attesa che qualcosa arrivi. Hanno una piccola attività e i clienti scarseggiano e quando arrivano va a finire che non pagano. Per fortuna lavora lei. Per tutti e due. Anzi, per tutti e quattro. Perchè ha due figli che studiano, uno pure fuori sede, e sono soldi che se ne vanno. "Una fatica. Un'ansia a fine mese. Un pensiero che non ti dico. " Però, per festeggiare il suo mezzo secolo si è organizzata un mega-party in un locale, con quasi cento amici e musica anni Ottanta. Il conto è andato in rosso, "ma quante volte li compi 50 anni nella vita?". Poi c'è Monica, una lettrice fedelissima di questo blog, che mi ha scritto di essersi "innamorata come una ragazzina" di un uomo separato con due figli piccoli. Hanno una relazione mordi-e-fuggi, fatta di treni, tabella degli orari, tempo diviso tra i baci e la vita (quella vera, più fiatone che sospiri). Si definisce una "kamikaze del cuore", perchè ha messo in conto che potrà soffrire. E' già successo, succederà. Però non si risparmia, rischia. Il cuore è un muscolo che va allenato, alla felicità come al dolore. Il peggio che può capitargli è di restare immobile, battere solo per respirare. La pigrizia non paga in amore.
E poi c'è Anna Karenina, stakanovista delle emozioni, Sara, protagonista dell'ultimo libro della Comencini, cosi appassionata del suo lavoro da lasciare andare marito e figli, senza schivare i colpi di una scelta "contro natura". E ancora, le giovani donne indiane che scendono in piazza per fermare gli abusi. Occhi serrati e bocca chiusa, non gridano, non levano i pugni, non chiedono vendetta per le migliaia di coetanee e donne, vittime di violenza nell'indifferenza generale: semplicemente si raccolgono per le strade e nei cortei, per dire noi esistiamo, non vogliamo la guerra, vogliamo solo giustizia: "No rape", basta stupri.
E poi c'era Rita Levi Montalcini, tempra d'acciaio dentro un corpo da scricciolo. E' sopravvissuta alle leggi razziali, alle bombe, alla diffidenza di un ambiente quasi esclusivamente maschile quando, nel 36, si laureò in Medicina e poi si mise a fare ricerca, alla morte dell'amatissima sorella gemella. Nel suo curriculum, oltre al premio Nobel e alla carica di senatrice a vita, aveva una sfilza di lauree honoris causa, eppure si definiva "un'intelligenza mediocre". Ma con un "ottimismo epigenetico". Che, a occhio, è più ostinato di quello genetico-e-basta. E a me fa venire in mente l'erba matta. Provi a sradicarla, ma quella ricresce. "Spontanea, non organizzata, talvolta incolta, sempre intelligente".
Trovate un modo migliore per definire la forza delle donne?
Bacioni!
Jù.
Incontri, sensazioni, appunti e aria di città mentre sono impegnata in altri progetti. Convinta che se Beethoven era sordo, Shakespeare era un altro, Chaplin non aveva i baffi, Einstein fu bocciato e Monet era daltonico, siamo tutti passeggeri di un viaggio che resta.
DIVERSAMENTE GENITORI
Forse bisognerebbe partire da qui, da una definizione che ci è vagamente familiare, per sentirci rassicurati ( quando esiste un modo per dire qualcosa, allora vuol dire che c'è, che ha diritto di esistere) e non spaventarci troppo per questa nuova faccenda di cui tanto si parla: la famiglia gay.
Qualcosa che va oltre il coming out e il riconoscimento delle coppie di fatto, perchè travalica i confini e si appropria di un format della tradizione (la Famiglia, appunto, quella con la F maiuscola), rivoluzionandone gli addendi: non più lei + lui, ma lei + lei (o lui + lui) + un figlio. Un'ipotesi che tecnicamente presenta degli ostacoli, ma che di fatto esiste già.
Perchè poi, si sa, quando una cosa la desideri fortemente, un modo per ottenerla lo trovi sempre. Anche a costo di passare ore davanti al computer a caccia di un donatore di sperma o di chiedere a un amico etero di regalarti una sessione di sesso non protetto, o magari tentando la strada dell'utero in affitto, come usa tra le star. L'adozione meglio lasciarla stare, da noi non si può.
Per bypassare gli ostacoli burocratici si fa prima a fare da soli, andando in una clinica all'estero o ricorrendo a un sotterfugio, in pratica aggirando la legge. Una cosa che ci rende tutti più tranquilli- occhio non vede, coscienza non duole - ma non risolve il problema. Che rimane. E non serve far finta di niente.
Se centinaia di persone scendono in piazza in Francia per contestare o sostenere, in due schieramenti contrapposti e agguerritissimi, il progetto di legge che ammette i matrimoni gay (con tutti i prevedibili annessi e connessi, adozione compresa); se una sentenza della Cassazione in Italia afferma che "non ci sono certezze scientifiche o dati di esperienza" che provino il fatto che bambini allevati da genitori dello stesso sesso non possano avere una crescita equilibrata; se Jodie Foster, dopo anni di inattaccabile fairplay, sceglie la platea dei Golden globes per fare (finalmente) outing davanti ai due figli commossi, significa che la polvere sotto il tappeto è troppo alta. Dunque, è ora di togliere il tappeto. Anche se questo ci costringe a resettarci, ad aprire una nuova finestra nella camera ristretta delle nostre convinzioni, a fare piazza pulita di paure e pregiudizi. E pazienza se vanno a pallino anni e anni di psicanalisi, di complesso di Edipo e se ci toccherà ripensare i ruoli (il papà che detta le regole e la mamma che aiuta a trasgredirle), tanto i ruoli sono già in fase di smottamento per conto loro. Tanto più che la coppia etero non è di per sè garanzia di qualità.
Conosco genitori separati, con orientamenti sessuali standard, che hanno fatto polpette dell'equilibrio mentale dei propri figli tra battaglie legali e dispettucci da asilo nido.
Io credo che i figli vogliano sentirsi soprattutto voluti e amati. E se vivono in una casa in cui nella lavatrice finiscono solo reggiseni e niente boxer (o viceversa), in fondo, non è poi questa tragedia.
Bacioni.
Jù.
Qualcosa che va oltre il coming out e il riconoscimento delle coppie di fatto, perchè travalica i confini e si appropria di un format della tradizione (la Famiglia, appunto, quella con la F maiuscola), rivoluzionandone gli addendi: non più lei + lui, ma lei + lei (o lui + lui) + un figlio. Un'ipotesi che tecnicamente presenta degli ostacoli, ma che di fatto esiste già.
Perchè poi, si sa, quando una cosa la desideri fortemente, un modo per ottenerla lo trovi sempre. Anche a costo di passare ore davanti al computer a caccia di un donatore di sperma o di chiedere a un amico etero di regalarti una sessione di sesso non protetto, o magari tentando la strada dell'utero in affitto, come usa tra le star. L'adozione meglio lasciarla stare, da noi non si può.
Per bypassare gli ostacoli burocratici si fa prima a fare da soli, andando in una clinica all'estero o ricorrendo a un sotterfugio, in pratica aggirando la legge. Una cosa che ci rende tutti più tranquilli- occhio non vede, coscienza non duole - ma non risolve il problema. Che rimane. E non serve far finta di niente.
Se centinaia di persone scendono in piazza in Francia per contestare o sostenere, in due schieramenti contrapposti e agguerritissimi, il progetto di legge che ammette i matrimoni gay (con tutti i prevedibili annessi e connessi, adozione compresa); se una sentenza della Cassazione in Italia afferma che "non ci sono certezze scientifiche o dati di esperienza" che provino il fatto che bambini allevati da genitori dello stesso sesso non possano avere una crescita equilibrata; se Jodie Foster, dopo anni di inattaccabile fairplay, sceglie la platea dei Golden globes per fare (finalmente) outing davanti ai due figli commossi, significa che la polvere sotto il tappeto è troppo alta. Dunque, è ora di togliere il tappeto. Anche se questo ci costringe a resettarci, ad aprire una nuova finestra nella camera ristretta delle nostre convinzioni, a fare piazza pulita di paure e pregiudizi. E pazienza se vanno a pallino anni e anni di psicanalisi, di complesso di Edipo e se ci toccherà ripensare i ruoli (il papà che detta le regole e la mamma che aiuta a trasgredirle), tanto i ruoli sono già in fase di smottamento per conto loro. Tanto più che la coppia etero non è di per sè garanzia di qualità.
Conosco genitori separati, con orientamenti sessuali standard, che hanno fatto polpette dell'equilibrio mentale dei propri figli tra battaglie legali e dispettucci da asilo nido.
Io credo che i figli vogliano sentirsi soprattutto voluti e amati. E se vivono in una casa in cui nella lavatrice finiscono solo reggiseni e niente boxer (o viceversa), in fondo, non è poi questa tragedia.
Bacioni.
Jù.
A.
Per anni ho avuto paura del signor Armando, se mi si avvicinava cominciavo a piangere in modo incontrollabile. Ogni Natale mi portava un regalo bellissimo, ma io restavo lontano da lui e i primi anni mi rifiutavo di aprirlo. Con il tempo avevamo trovato un punto di equilibrio: metteva il pacco in mezzo al salotto in casa e poi si allontanava. Io a poco a poco, furtivamente, mi avvicinavo, lo afferravo e lo trascinavo velocemente nella mia camera. Ci giravo un pò intorno e poi con calma e circospezione lo aprivo. Nessuno veniva con me, mi lasciavano sola, con i tempi di cui avevo bisogno. Quando il signor Armando stava per andarsene, ci pensava mia mamma a segnalarmelo ad alta voce. Io allora, sporgendo solo uno spicchio di faccia da dietro la porta, gli dicevo grazie.
Aveva ancora i baffi e pochi capelli, quando lo rividi l'ultima volta. Sono passati più di dieci anni, era in un letto d'ospedale, lo stesso dove portarono il mio ex fidanzato. Stava morendo. Quando entrai nella stanza, mi riconobbe subito, anche se non mi aveva più vista da quando era una ragazzina, e si illuminò. Parlammo abbastanza a lungo, poi gli accarezzai i capelli, erano morbidissimi e lui mi disse: " Mi hai fatto il regalo più bello che potessi desiderare".
Spesso nella vita si elancano le occasioni perdute, io tengo la lista delle occasione non sprecate e quella sera è sempre ai primi posti.
Il solito enorme Bacione a Tutti.
Jù.
Aveva ancora i baffi e pochi capelli, quando lo rividi l'ultima volta. Sono passati più di dieci anni, era in un letto d'ospedale, lo stesso dove portarono il mio ex fidanzato. Stava morendo. Quando entrai nella stanza, mi riconobbe subito, anche se non mi aveva più vista da quando era una ragazzina, e si illuminò. Parlammo abbastanza a lungo, poi gli accarezzai i capelli, erano morbidissimi e lui mi disse: " Mi hai fatto il regalo più bello che potessi desiderare".
Spesso nella vita si elancano le occasioni perdute, io tengo la lista delle occasione non sprecate e quella sera è sempre ai primi posti.
Il solito enorme Bacione a Tutti.
Jù.
SPINGENDO LA NOTTE PIU' IN LA'
L'ultimo ricordo che ho di mio nonno è quello dell'ultima domenica mattina passata insieme. La data l'ho ricostruita grazie all'agenda olandese. Mia nonna conserva ancora il cappello di quella domenica. E' piccolo, ma si intuisce il colore grigio screziato di nero. Lo tiene in un cassettone, insieme alle lettere che lui le scriveva dal fronte.
Di quella mattina non ne ho mai parlato con nessuno. Dopo essermelo tenuta per me per anni, il ricordo di mio nonno è un ricordo fortissimo. è una bellissima sensazione. C'è una folla, una strada, una banda musicale. Io ero mano nella mano con mio nonno, ero un pò spaventata dalla calca e dal rumore, ma ero incredibilmente attratta dalla grande apertura di un trombone. Lui mi chiese se volevo toccarlo, ero timida, e poi nessuno si avvicinava, la gente stava tutta lungo il bordo della strada, ad assistere alla sfilata. Nessuno superava la linea immaginaria. Lui invece scavalcò qualcosa, superò delle transenne, io mi attaccai al suo braccio, lui mi stringeva la mano, io avevo timore, sentivo che stavamo facendo qualcosa fuori dalle regole, ma lui mi dava fiducia. Ci avvicinammo alla banda, lui parlò con qualcuno, chiese qualcosa, si piegò sul trombone e me lo fece toccare, solo per un attimo. Tornammo indietro, io ero felice, mi sentivo ancora più grande, forte, orgogliosa di stare mano nella mano con lui, mi sembrava avessimo fatto una cosa grandissima. Non avevo più paura della folla, mi sembrava tutto solare e caldo. Era una sensazione fortissima, che sento ancora oggi, viva, netta, pulita. Una sensazione di pienezza. Ci ho pensato tante volte, in questo mese, nella calca degli aeroporti, al lavoro, a Doha davanti ai grattacieli illuminati, mentre la gente correva veloce a casa, mentre l'aereo decollava per riportarmi a casa, o durante le notti insonni.
Ho sentito quella sensazione calda e ho pensato a lui. E' l'eredità che mi ha lasciato. Mi ha regalato la tranquillità in mezzo al disordine, una specie di pace che mi prende quando tutto intorno accellera, più accelera e più dentro di me le cose si fermano, si chiarificano, sembrano semplici.
Era solo una banda di Alpini, ma me la porto dentro da quasi vent'anni.
Quando ho finito di raccontare, mia nonna ha sorriso e scuotendo la testa mi ha detto: " Non è possibile che ti ricordi...ma perchè non me l'hai mai detto? Per giorni non hai fatto altro che raccontare del trombone e bisognava sempre ascoltarti da capo, raccontavi che l'avevi toccato. E' incredibile che ti sia rimasto il ricordo".
Da quasi due mesi oscillo tra il ricordo di mio nonno e una sorda voglia di prendere tutto a calci. Quando i miei genitori mi hanno buttato fuori di casa ero scossa, non riuscivo a trovare un centro di me, un punto fermo a cui agganciarmi. Poi mi è venuta l'idea di andare in montagna, di cercare quel luogo in cima alla valle dove il nonno mi aveva insegnato ad ascoltare i rumori della natura.
Di fronte a un lago ghicciato si fermò, si sistemò il cappellino di lana grezza, si tolse i guanti e mise in bocca una caramella al rabarbaro Baratti, una di quelle che teneva sempre in tasca. Poi cominciò a parlarmi e capii che tutte le lezioni avevano un solo fine, portarmi in quel punto.
Quando mio nonno morì io lo cercai per molto tempo. Poi, un giorno che ero lì da sola, l'ho trovato e ogni volta che torno lo sento. Ferma con gli occhi fissi sul lago ghiacciato prima trovai il nonno, poi il mio ex fidanzato. Rimasi ad ascoltarli a lungo e sentii che era giusto guardare avanti, camminare, impegnarsi per voltare pagina. Dovevo portarli con me nel mondo, non umiliarli nei pettegolezzi e nella rabbia, così non li avrei traditi. Bisognava scommettere tutto sull'amore per la vita.
Non ho più cambiato idea.
Il solito enorme bacione a tutti.
Jù.
Di quella mattina non ne ho mai parlato con nessuno. Dopo essermelo tenuta per me per anni, il ricordo di mio nonno è un ricordo fortissimo. è una bellissima sensazione. C'è una folla, una strada, una banda musicale. Io ero mano nella mano con mio nonno, ero un pò spaventata dalla calca e dal rumore, ma ero incredibilmente attratta dalla grande apertura di un trombone. Lui mi chiese se volevo toccarlo, ero timida, e poi nessuno si avvicinava, la gente stava tutta lungo il bordo della strada, ad assistere alla sfilata. Nessuno superava la linea immaginaria. Lui invece scavalcò qualcosa, superò delle transenne, io mi attaccai al suo braccio, lui mi stringeva la mano, io avevo timore, sentivo che stavamo facendo qualcosa fuori dalle regole, ma lui mi dava fiducia. Ci avvicinammo alla banda, lui parlò con qualcuno, chiese qualcosa, si piegò sul trombone e me lo fece toccare, solo per un attimo. Tornammo indietro, io ero felice, mi sentivo ancora più grande, forte, orgogliosa di stare mano nella mano con lui, mi sembrava avessimo fatto una cosa grandissima. Non avevo più paura della folla, mi sembrava tutto solare e caldo. Era una sensazione fortissima, che sento ancora oggi, viva, netta, pulita. Una sensazione di pienezza. Ci ho pensato tante volte, in questo mese, nella calca degli aeroporti, al lavoro, a Doha davanti ai grattacieli illuminati, mentre la gente correva veloce a casa, mentre l'aereo decollava per riportarmi a casa, o durante le notti insonni.
Ho sentito quella sensazione calda e ho pensato a lui. E' l'eredità che mi ha lasciato. Mi ha regalato la tranquillità in mezzo al disordine, una specie di pace che mi prende quando tutto intorno accellera, più accelera e più dentro di me le cose si fermano, si chiarificano, sembrano semplici.
Era solo una banda di Alpini, ma me la porto dentro da quasi vent'anni.
Quando ho finito di raccontare, mia nonna ha sorriso e scuotendo la testa mi ha detto: " Non è possibile che ti ricordi...ma perchè non me l'hai mai detto? Per giorni non hai fatto altro che raccontare del trombone e bisognava sempre ascoltarti da capo, raccontavi che l'avevi toccato. E' incredibile che ti sia rimasto il ricordo".
Da quasi due mesi oscillo tra il ricordo di mio nonno e una sorda voglia di prendere tutto a calci. Quando i miei genitori mi hanno buttato fuori di casa ero scossa, non riuscivo a trovare un centro di me, un punto fermo a cui agganciarmi. Poi mi è venuta l'idea di andare in montagna, di cercare quel luogo in cima alla valle dove il nonno mi aveva insegnato ad ascoltare i rumori della natura.
Di fronte a un lago ghicciato si fermò, si sistemò il cappellino di lana grezza, si tolse i guanti e mise in bocca una caramella al rabarbaro Baratti, una di quelle che teneva sempre in tasca. Poi cominciò a parlarmi e capii che tutte le lezioni avevano un solo fine, portarmi in quel punto.
Quando mio nonno morì io lo cercai per molto tempo. Poi, un giorno che ero lì da sola, l'ho trovato e ogni volta che torno lo sento. Ferma con gli occhi fissi sul lago ghiacciato prima trovai il nonno, poi il mio ex fidanzato. Rimasi ad ascoltarli a lungo e sentii che era giusto guardare avanti, camminare, impegnarsi per voltare pagina. Dovevo portarli con me nel mondo, non umiliarli nei pettegolezzi e nella rabbia, così non li avrei traditi. Bisognava scommettere tutto sull'amore per la vita.
Non ho più cambiato idea.
Il solito enorme bacione a tutti.
Jù.
ESCO A FARE DUE PASSI
C'è un momento in cui ti rendi conto che l'esperienza non serve a niente.
A quasi ventisei anni puoi ripercorrere infinite volte la tua carta dei personali sentieri di vita, senza capirci più nulla. Puoi cercare affannosamente una guida "esperta" nei film e nei libri e finire con il dare ragione al protagonista di "Un uomo solo": "
Se sono diventato più saggio? Semmai sono diventato più stupido, anzi divento sempre più stupido, è un fatto.
E ci rimani male perchè non capisci come mai proprio quella strana e poco desiderata saggezza che ti è improvvisamente piombata addosso un pigro martedì sera agisca da balsamo rigenerante in tutti i settori della tua vita.
C'è un momento in cui pensi che le cose sarebbero andate meglio se fin da piccola avessi avuto il coraggio di dirle subito, le cose. Se non ti fossi sentita troppe volte una bugiarda, come alcune persone della tua famiglia.
Danni collaterali: una sentinella interiore che ha intimato l'altolà ogni volta che potevo anche solo lontanamente sentirmi sincera nei confronti dei miei genitori, lasciando spazio ai nì, alle ambiguità. Un altoparlante nelle orecchie che mi urlava : "Ma che diavolo stai combinando?"
Insomma, come sos non era male e per un pò è servito. Ma poi che cosa è successo?
Quel grido d'aiuto è diventato un ronzio di fondo e poi è sparito, e di nuovo sono rimasta lì a perseverare negli stessi errori.
Errori che fanno tutti, mi raccontavo, di quelli che possono capitare. O forse no. Con il kit completo di tutti gli accessori: sensi di colpa, improvvisi senso di vuoto, gigantesco senso di vergogna sociale, graduale senso di stupidità per non aver saputo dirsela tutta e dirsela prima su: vita insieme, famiglia, sesso, bambini, mutui ipotecari, cani e station wagon. E soprattutto per aver lasciato che il prezzo da pagare per entrambe le parti diventasse troppo alto, mentre forse si poteva rateizzare il dolore.
Ci sono momenti come questo in cui non posso non sorridere per essermi affidata alla "cura" della confraternita femminile: della pattuglia rosa, delle amiche, delle cene per sole donne, delle donne che valutano, sanzionano e sfottono un pò. Un rito collettivo, tardo adolescienziale, con battute, risate, film, caramelle, qualche programma in tv.
C'è un momento come questo di questa sera in cui cerco risposte ovunque tranne che dentro di me. La smania, il bisogno di armonia, di perfezione vitale, di incastro preciso, di stima, mi hanno portato a seguire questa strada su cui fare fitte liste di dettagli, le cose che vanno, quelle che non vanno, quelle che mi accomunano a... e quelle che invece ci allontanano, i valori trasmessi. A volte sono costretta a fermarmi come spesso mi succedeva alle superiori con le equazioni di secondo grado.
Mancano un pò di variabili e mi rendo conto che la variabile principale, a volte, sono io.
Ci sono momenti come questo in cui penso che forse avrei potuto fare diversamente e altre volte in cui ho il sospetto fondato che questi pensieri siano delle trappole tese da qualche parte dispettosa del mio cervello che ama sempre giocare con i rimpianti, come se ci fosse un'anomalia nell'archiviazione dei miei file emozionali. Un virus che rimuove i brutti ricordi e salva solo quelli belli, immagini sbiadite e allegre.
E, infine, c'è questo momento in cui, durante un sabato sera di gennaio, mi trovo nell'esatta posizione sognata per anni e mi rendo conto che ci sono più sprazzi di sereno e felicità qui, in questa imperfezione di casa in affitto che in tutti i sogni effimeri di tardo adolescente nei quali mi sono avviata per quasi ventisei anni.
Capisco che la sfida è lottare per vederli sempre, questi sprazzi di luce.
E allora, anche l'esperienza non serve, so che ora sono libera, questa volta per sempre.
Il Solito Enorme Bacione a tutti.
Jù.
A quasi ventisei anni puoi ripercorrere infinite volte la tua carta dei personali sentieri di vita, senza capirci più nulla. Puoi cercare affannosamente una guida "esperta" nei film e nei libri e finire con il dare ragione al protagonista di "Un uomo solo": "
Se sono diventato più saggio? Semmai sono diventato più stupido, anzi divento sempre più stupido, è un fatto.
E ci rimani male perchè non capisci come mai proprio quella strana e poco desiderata saggezza che ti è improvvisamente piombata addosso un pigro martedì sera agisca da balsamo rigenerante in tutti i settori della tua vita.
C'è un momento in cui pensi che le cose sarebbero andate meglio se fin da piccola avessi avuto il coraggio di dirle subito, le cose. Se non ti fossi sentita troppe volte una bugiarda, come alcune persone della tua famiglia.
Danni collaterali: una sentinella interiore che ha intimato l'altolà ogni volta che potevo anche solo lontanamente sentirmi sincera nei confronti dei miei genitori, lasciando spazio ai nì, alle ambiguità. Un altoparlante nelle orecchie che mi urlava : "Ma che diavolo stai combinando?"
Insomma, come sos non era male e per un pò è servito. Ma poi che cosa è successo?
Quel grido d'aiuto è diventato un ronzio di fondo e poi è sparito, e di nuovo sono rimasta lì a perseverare negli stessi errori.
Errori che fanno tutti, mi raccontavo, di quelli che possono capitare. O forse no. Con il kit completo di tutti gli accessori: sensi di colpa, improvvisi senso di vuoto, gigantesco senso di vergogna sociale, graduale senso di stupidità per non aver saputo dirsela tutta e dirsela prima su: vita insieme, famiglia, sesso, bambini, mutui ipotecari, cani e station wagon. E soprattutto per aver lasciato che il prezzo da pagare per entrambe le parti diventasse troppo alto, mentre forse si poteva rateizzare il dolore.
Ci sono momenti come questo in cui non posso non sorridere per essermi affidata alla "cura" della confraternita femminile: della pattuglia rosa, delle amiche, delle cene per sole donne, delle donne che valutano, sanzionano e sfottono un pò. Un rito collettivo, tardo adolescienziale, con battute, risate, film, caramelle, qualche programma in tv.
C'è un momento come questo di questa sera in cui cerco risposte ovunque tranne che dentro di me. La smania, il bisogno di armonia, di perfezione vitale, di incastro preciso, di stima, mi hanno portato a seguire questa strada su cui fare fitte liste di dettagli, le cose che vanno, quelle che non vanno, quelle che mi accomunano a... e quelle che invece ci allontanano, i valori trasmessi. A volte sono costretta a fermarmi come spesso mi succedeva alle superiori con le equazioni di secondo grado.
Mancano un pò di variabili e mi rendo conto che la variabile principale, a volte, sono io.
Ci sono momenti come questo in cui penso che forse avrei potuto fare diversamente e altre volte in cui ho il sospetto fondato che questi pensieri siano delle trappole tese da qualche parte dispettosa del mio cervello che ama sempre giocare con i rimpianti, come se ci fosse un'anomalia nell'archiviazione dei miei file emozionali. Un virus che rimuove i brutti ricordi e salva solo quelli belli, immagini sbiadite e allegre.
E, infine, c'è questo momento in cui, durante un sabato sera di gennaio, mi trovo nell'esatta posizione sognata per anni e mi rendo conto che ci sono più sprazzi di sereno e felicità qui, in questa imperfezione di casa in affitto che in tutti i sogni effimeri di tardo adolescente nei quali mi sono avviata per quasi ventisei anni.
Capisco che la sfida è lottare per vederli sempre, questi sprazzi di luce.
E allora, anche l'esperienza non serve, so che ora sono libera, questa volta per sempre.
Il Solito Enorme Bacione a tutti.
Jù.
50 SFUMATURE DI VERDE, BIANCO & ROSSO
Allora come stai, che mi racconti?
E' normale domandarselo tra amiche, specie se non ci si incontra da un pò. Eppure quando me l'ha chiesto Serena, che non vedevo da una mezza eternità, sono rimasta a bocca aperta, senza riuscire a rispondere, nemmeno fossi completamente impreparata all'interrogazione di fine anno con la mia severissima prof d'italiano del liceo. Non so come sto. Mi sento amareggiata. Arrabbiata. Esasperata. Spaesata. Non mi riconosco più nell'Italia che mi gira intorno, intrappolata tra crisi dell'economia e scandali della politica. Come un criceto che corre forsennato nella sua ruota, ma resta sempre lì. Fermo allo stesso punto.
Un'Italia dove 4 milioni e mezzo di famiglie non arrivano a fine mese. Dove il 35 per cento dei ragazzi tra i 15 e i 29 anni non studia, non ha un impiego e nemmeno lo cerca. Un'Italia vittima della corruzione: non passa giorno senza che un funzionario statale, un assessore regionale, un parlamentare finisca sotto inchiesta perchècoinvolto in casi di malaffare.
Mentre mi avviluppo in questi amari pensieri, mi capita sott'occhio un articolo di un mensile americano dal titolo "50 cose che gli Stati Uniti fanno meglio degli altri". Mi incuriosisco e inizio a leggerlo. Ci sono elencati i più svariati motivi di orgoglio: dall'hamburger ai film dei supereroi; dalla biondissima modella Kate Upton, icona della bellezza made in Usa, al politico 88enne Bob Dole, sopravvissuto alla seconda guerra mondiale, alle sconfitte elettorali, al cancro e per questo simbolo dell'America che non si arrende.
"Quello che vogliamo dire" conclude il pezzo " è che la crisi sta sopra le nostre teste, però noi non dobbiamo dimenticare tutte le cose che siamo bravissimi a fare".
Bella impresa trovare qualcosa in cui noi italiani siamo migliori di altri, mi dico con un misto di disincanto e scetticismo. Ma più ci ripenso, più mi sembra giusto provarci. E così, in uno slancio di ottimismo della ragione, decido di "copiare" l'idea e di cercare le 50 ragioni per cui dobbiamo essere fieri del nostro paese. Nonostante la crisi, nonostante gli scandali. Ve le elenco in ordine sparso, a mano a mano che mi vengono in mente:
1. Mario Balotelli (se perfino Time lo ha messo in copertina, vogliamo non esserne orgogliosi noi?)
2. Rita Levi Montalcini.
3. Falcone e Borsellino.
4. La Cappella Sistina di Michelangelo.
5. La Nutella.
6. I partigiani.
7. La Divina Commedia.
8. Roberto Benigni.
9. Le lotte femminili per il divorzio, l'aborto e la fecondazione assistita.
10. Leonardo Da Vinci.
11. La moda.
12. Renzo Piano.
13. Valentina Vezzali.
14. L'articolo 1 della nostra Costituzione.
15. Susanna Camusso.
16. Il Gattopardo, libro e film.
17. L'Infinito di Leopardi.
18. Papa Giovanni XXIII.
19. Fabrizio De Andrè.
20. La Ferrari.
21. Sophia Loren.
22. La Costiera amalfitana.
23. Va' pensiero di Verdi.
24. Il caffè espresso.
25. Umberto Veronesi.
Mi fermo qui, a metà, cari lettori. Mi piacerebbe che foste voi a completare la lista. Perchè sono convinta che ognuno di noi ha almeno un motivo per cui è orgoglioso di essere italiano. E che, tutti insieme, formiamo un Paese migliore di come lo disegnano.
Vi va di aiutarmi ad arrivare a 50?
Il Solito Enorme Bacione a tutti.
Jù.
E' normale domandarselo tra amiche, specie se non ci si incontra da un pò. Eppure quando me l'ha chiesto Serena, che non vedevo da una mezza eternità, sono rimasta a bocca aperta, senza riuscire a rispondere, nemmeno fossi completamente impreparata all'interrogazione di fine anno con la mia severissima prof d'italiano del liceo. Non so come sto. Mi sento amareggiata. Arrabbiata. Esasperata. Spaesata. Non mi riconosco più nell'Italia che mi gira intorno, intrappolata tra crisi dell'economia e scandali della politica. Come un criceto che corre forsennato nella sua ruota, ma resta sempre lì. Fermo allo stesso punto.
Un'Italia dove 4 milioni e mezzo di famiglie non arrivano a fine mese. Dove il 35 per cento dei ragazzi tra i 15 e i 29 anni non studia, non ha un impiego e nemmeno lo cerca. Un'Italia vittima della corruzione: non passa giorno senza che un funzionario statale, un assessore regionale, un parlamentare finisca sotto inchiesta perchècoinvolto in casi di malaffare.
Mentre mi avviluppo in questi amari pensieri, mi capita sott'occhio un articolo di un mensile americano dal titolo "50 cose che gli Stati Uniti fanno meglio degli altri". Mi incuriosisco e inizio a leggerlo. Ci sono elencati i più svariati motivi di orgoglio: dall'hamburger ai film dei supereroi; dalla biondissima modella Kate Upton, icona della bellezza made in Usa, al politico 88enne Bob Dole, sopravvissuto alla seconda guerra mondiale, alle sconfitte elettorali, al cancro e per questo simbolo dell'America che non si arrende.
"Quello che vogliamo dire" conclude il pezzo " è che la crisi sta sopra le nostre teste, però noi non dobbiamo dimenticare tutte le cose che siamo bravissimi a fare".
Bella impresa trovare qualcosa in cui noi italiani siamo migliori di altri, mi dico con un misto di disincanto e scetticismo. Ma più ci ripenso, più mi sembra giusto provarci. E così, in uno slancio di ottimismo della ragione, decido di "copiare" l'idea e di cercare le 50 ragioni per cui dobbiamo essere fieri del nostro paese. Nonostante la crisi, nonostante gli scandali. Ve le elenco in ordine sparso, a mano a mano che mi vengono in mente:
1. Mario Balotelli (se perfino Time lo ha messo in copertina, vogliamo non esserne orgogliosi noi?)
2. Rita Levi Montalcini.
3. Falcone e Borsellino.
4. La Cappella Sistina di Michelangelo.
5. La Nutella.
6. I partigiani.
7. La Divina Commedia.
8. Roberto Benigni.
9. Le lotte femminili per il divorzio, l'aborto e la fecondazione assistita.
10. Leonardo Da Vinci.
11. La moda.
12. Renzo Piano.
13. Valentina Vezzali.
14. L'articolo 1 della nostra Costituzione.
15. Susanna Camusso.
16. Il Gattopardo, libro e film.
17. L'Infinito di Leopardi.
18. Papa Giovanni XXIII.
19. Fabrizio De Andrè.
20. La Ferrari.
21. Sophia Loren.
22. La Costiera amalfitana.
23. Va' pensiero di Verdi.
24. Il caffè espresso.
25. Umberto Veronesi.
Mi fermo qui, a metà, cari lettori. Mi piacerebbe che foste voi a completare la lista. Perchè sono convinta che ognuno di noi ha almeno un motivo per cui è orgoglioso di essere italiano. E che, tutti insieme, formiamo un Paese migliore di come lo disegnano.
Vi va di aiutarmi ad arrivare a 50?
Il Solito Enorme Bacione a tutti.
Jù.
LA NOIA
La noia non e' più quella di una volta. Non parlo dello spleen elegante e borghese descritto da Alberto Moravia e dagli scrittori esistenzialisti francesi, ma di quella leggera ed apparentemente inutile di quando eravamo ragazzini.
Allora non c'erano ancora le mamme-smart che oggi vedete sfrecciare nel traffico cariche di figli, vere staffette metropolitane che affrontano a tempo di record un percorso ad ostacoli tra ginnastica, chitarra, danza, tiro con l'arco, judo e nuoto sincronizzato, con sosta finale dallo psicologo per una seduta familiare al prezzo di una singola.
Prima nessuno si preoccupava di intrattenerti a tutti i costi. Il mondo dei grandi e quello dei ragazzini erano separati e andava bene così. Ognuno viveva la sua vita e ci si ritrovava con i "grandi" solo in alcuni momenti deputati della giornata. Senza l'aiuto del computer e dell'elettronica la noia era il miglior amico che avevamo e non era così ripetitivo come la sequenza di un videogioco. Bisognava arrangiarsi da sè, visto che non era un problema dei tuoi genitori se passavi un intero pomeriggio in casa a ritagliare bambole di carta o a guardare le gocce di pioggia che rimbalzavano sul vetro. La noia portava consiglio e aguzzava l'ingegno. Con lo sguardo fisso sul nulla io proiettavo sulla finestra che dava sul cortile svariate fantasie futuribili: era un pò come stare al cinema, ma il film era la mia biografia ancora da girare.
Non ero sola, appartenevo a un piccolo esercito di adolescenti, ognuno intento a costruire il suo lungo cortometraggio immagginario con lo sguardo fisso sulla finestra della cameretta. Allora dividevo la stanza con mio fratello più grande che per fortuna non era quasi mai in casa, già rapito dai primi amori, più che altro pretendenti senza speranza che lo venivano a prendere con lo spiderino, ma mai sotto casa, sempre a due isolati di distanza per non farsi vedere dal cerbero genitore. Fino all'ora di cena avevo un mare di tempo per inventare le mie esistenze rocambolesche.
All'inizio sono stata un Power Ranger, quello rosso. Al contrario del rosso Power Ranger avevo paura di tutto, soprattutto di una guerra atomica. Presto ho alzato il tiro e sono diventata principessa di Monaco. Mia mamma questa volta aveva approvato, visto che era stata una dei tre milioni di italiani che, da televisori casalinghi o apparecchi sistemati nei locali pubblici, avevano assistito al primo matrimonio reale in mondovisione. La diretta televisiva delle nozze di Grace Kelly con il principe Ranieri fu un evento memorabile per la sua generazione, io non ero ancora nata ma l'ondata emotiva deve aver turbato il mio incoscio tatuandolo con un marchio romantico (purtroppo indelebile) che mi ha inguaiato per sempre. L'abito da sposa della ex star hollywoodiana è ancora oggi termine di paragone inarrivabile per ogni vestito nunziale sulla faccia della Terra. La leggenda racconta che fu confezionato a mano da trentacinque sarte, dirette dalla stilista degli MGM Studios Helen Rose. Più che un abito un'installazione, e infatti fu donato al museo d'arte di Philadelphia, dove tuttora è ammirato da una continua processione di anziane signore commosse fino alle lacrime.
Questa zuccherosa vicenda principesca non poteva sfuggire alle mie fantasie proiettate sul vetro della finestra, ma per fortuna durò poco perchè il rock più maleducato la spazzo via in un giorno. In poco tempo passai dalla principessa del castello al ruolo più ambito di moglie ufficiale di Paul McCartney, il cantante bello dei Beatles.
Ero ancora una ragazza difettosa, con un sentimentalismo più vicino a Liala che a Simone de Beauvoir e, se mi avessero fatto l'esame del dna, avrebbero trovato poche tracce di principe azzurro.
Per la cronaca: poi Paul McCartney non l'ho più sposato, per fortuna aggiungo oggi, specialmente dopo aver letto una dettagliata biografia della sua fidanzata di allora che ci racconta la vita di coppia con la star come qualcosa di più vicino alla noia che al paradiso terrestre che immaginavo. A sentir lei, nonostante siano passati cinquant'anni, non è ancora riuscita a riprendersi, mentre lui nel frattempo ne ha fatta fuori un'altra mezza dozzina e sta benissimo.
Il Solito Enorme Bacione a Tutti.
Jù.
Allora non c'erano ancora le mamme-smart che oggi vedete sfrecciare nel traffico cariche di figli, vere staffette metropolitane che affrontano a tempo di record un percorso ad ostacoli tra ginnastica, chitarra, danza, tiro con l'arco, judo e nuoto sincronizzato, con sosta finale dallo psicologo per una seduta familiare al prezzo di una singola.
Prima nessuno si preoccupava di intrattenerti a tutti i costi. Il mondo dei grandi e quello dei ragazzini erano separati e andava bene così. Ognuno viveva la sua vita e ci si ritrovava con i "grandi" solo in alcuni momenti deputati della giornata. Senza l'aiuto del computer e dell'elettronica la noia era il miglior amico che avevamo e non era così ripetitivo come la sequenza di un videogioco. Bisognava arrangiarsi da sè, visto che non era un problema dei tuoi genitori se passavi un intero pomeriggio in casa a ritagliare bambole di carta o a guardare le gocce di pioggia che rimbalzavano sul vetro. La noia portava consiglio e aguzzava l'ingegno. Con lo sguardo fisso sul nulla io proiettavo sulla finestra che dava sul cortile svariate fantasie futuribili: era un pò come stare al cinema, ma il film era la mia biografia ancora da girare.
Non ero sola, appartenevo a un piccolo esercito di adolescenti, ognuno intento a costruire il suo lungo cortometraggio immagginario con lo sguardo fisso sulla finestra della cameretta. Allora dividevo la stanza con mio fratello più grande che per fortuna non era quasi mai in casa, già rapito dai primi amori, più che altro pretendenti senza speranza che lo venivano a prendere con lo spiderino, ma mai sotto casa, sempre a due isolati di distanza per non farsi vedere dal cerbero genitore. Fino all'ora di cena avevo un mare di tempo per inventare le mie esistenze rocambolesche.
All'inizio sono stata un Power Ranger, quello rosso. Al contrario del rosso Power Ranger avevo paura di tutto, soprattutto di una guerra atomica. Presto ho alzato il tiro e sono diventata principessa di Monaco. Mia mamma questa volta aveva approvato, visto che era stata una dei tre milioni di italiani che, da televisori casalinghi o apparecchi sistemati nei locali pubblici, avevano assistito al primo matrimonio reale in mondovisione. La diretta televisiva delle nozze di Grace Kelly con il principe Ranieri fu un evento memorabile per la sua generazione, io non ero ancora nata ma l'ondata emotiva deve aver turbato il mio incoscio tatuandolo con un marchio romantico (purtroppo indelebile) che mi ha inguaiato per sempre. L'abito da sposa della ex star hollywoodiana è ancora oggi termine di paragone inarrivabile per ogni vestito nunziale sulla faccia della Terra. La leggenda racconta che fu confezionato a mano da trentacinque sarte, dirette dalla stilista degli MGM Studios Helen Rose. Più che un abito un'installazione, e infatti fu donato al museo d'arte di Philadelphia, dove tuttora è ammirato da una continua processione di anziane signore commosse fino alle lacrime.
Questa zuccherosa vicenda principesca non poteva sfuggire alle mie fantasie proiettate sul vetro della finestra, ma per fortuna durò poco perchè il rock più maleducato la spazzo via in un giorno. In poco tempo passai dalla principessa del castello al ruolo più ambito di moglie ufficiale di Paul McCartney, il cantante bello dei Beatles.
Ero ancora una ragazza difettosa, con un sentimentalismo più vicino a Liala che a Simone de Beauvoir e, se mi avessero fatto l'esame del dna, avrebbero trovato poche tracce di principe azzurro.
Per la cronaca: poi Paul McCartney non l'ho più sposato, per fortuna aggiungo oggi, specialmente dopo aver letto una dettagliata biografia della sua fidanzata di allora che ci racconta la vita di coppia con la star come qualcosa di più vicino alla noia che al paradiso terrestre che immaginavo. A sentir lei, nonostante siano passati cinquant'anni, non è ancora riuscita a riprendersi, mentre lui nel frattempo ne ha fatta fuori un'altra mezza dozzina e sta benissimo.
Il Solito Enorme Bacione a Tutti.
Jù.
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