#GUERRIERO

Ogni volta che mi metto davanti al pc per vomitare fuori un punto di vista che proprio dentro non sa staree ogni volta che poi mi trovo in procinto di renderlo noto perchè, come un'anoressica della parola, non riesco  a tenermi dentro nemmeno un cecio, mi pongo sempre lo stesso quesito: conosco la materia che sto affrontando? Se la risposta è sì procedo, ma se la risposta è no mi arresto, faccio dieci passi indietro, mi documento, afferro, elaboro e solo in quel momento eventualmente esterno.
Va da sé che tutto ciò che deriva da un’esperienza personale e diretta rientri nel catalogo di ciò che conosco bene, ancorché a menadito. Chi parla della consistenza della merda senza mai essersi sporcato le mani non godrà mai della mia credibilità. Dal canto mio vi posso esternare cosa io pensi, che so, della situazione sulla striscia di Gaza, ma mai oserei raccontarvi cosa si provi a viverci. Questo è compito, pertinenza e diritto di chi là c’è o c’è stato.
Fatta questa doverosa premessa, ora leggerete quello che ho scritto.
Nei miei frequenti pellegrinaggi per le librerie mi capita spesso di imbattermi in testi sovente evitabili, spesso inutili, spessissimo biasimevoli. Libri che già dal titolo mi suonano come un’orchestra di chiodi arrugginiti su una lavagna. Mi sto riferendo a una particolare categoria di essi: quelli che parlano di depressione. “Battere la depressione è facile se sai come fare” oppure “Ho sconfitto la depressione” o ancora “Depressione addio”. Il tutto corredato da foto di copertina con mentecatti sorridenti e spensierati, finalmente liberi da quel “fastidioso intoppo”.
Alcune precisazioni imprescindibili.

  • La depressione non è la tristezza. Chi le confonde è uno che scambia una polmonite per un raffreddore.
  • La depressione è una malattia vera e propria, non uno sgradevole inconveniente. Una malattia e come tale va trattata.
  • La depressione è peggio di un cancro, se mi passate la provocazione: il cancro lo individui, è tangibile, sai dov’è. La depressione invece è un nemico invisibile, ineffabile, non sai dove volgere lo sguardo per prendere la mira e colpire e ciò da un senso di impotenza e terrore. Un depresso è una preda nella foresta in una notte senza luna.
  • La depressione non ha limiti offensivi. Può espandersi a dismisura facendosi beffe dei confini geografici del nostro corpo. Può diventare fisicamente più grande del depresso prendendo forma di altre persone, fino ad arrivare al mondo intero. Il depresso è un pidocchio di fronte a un ciclope.
  • La depressione NON si sconfigge. MAI. È un mostro immortale che non si può battere, ma soltanto combattere. Lo metti all’angolo esangue certa di aver vinto, abbassi la guardia, gli dai le spalle e quella si rialza e ti balza al collo. Il depresso è un soldato arruolato per una guerra che non sceglie e che può solo combattere. Prima impara che non vedrà mai la vittoria e prima diventerà una soldato efficiente. Combattere, combattere e combattere. Dimenticarsi della pietà suscitata da un nemico a terra: infierire, senza esitare. La depressione è esperta artista della tanatosi, la tecnica usata da molti animali che consiste nel fingersi morti di fronte al nemico. Il soldato-depresso non deve mai cascarci o è finito.
Diffidate da persone comuni o Vip in cerca di riflettori che sostengono di averla battuta: se l’hai battuta allora non era depressione. O stai mentendo a te stesso.
Il primo passo è accettare un aiuto concreto e qualificato, senza vergogna, senza preconcetti riguardo a farmaci, psicologi e psichiatri: se hai un femore rotto vai dall’ortopedico, non stai a casa a sperare che guarisca. Così deve funzionare per la depressione.
Senza eccedere nella direzione opposta: nessuno ( farmaco o medico ) ha la bacchetta magica, il grosso lo devi fare tu.
Il depresso è un autista con l’auto in panne e senza benzina: lo psichiatra e i farmaci sono il meccanico e il benzinaio che ti aggiustano il motore e fanno il pieno di benzina; lo psicologo è il navigatore satellitare che ti suggerisce la rotta. Ma il volante e i pedali ce li hai sempre in mano tu e nessuno guiderà al tuo posto. I farmaci e i medici sono importanti alleati, non eroi che ti prenderanno di peso portandoti in salvo.
Chi è depresso deve lavorare il triplo per stare in equilibrio. Non l’ha scelto, ma come un soldato preso per gli stracci e catapultato in guerra, non può sottrarsi dal lottare.
È la prima volta che esco allo scoperto pubblicamente. Io sono una soldatessa che vi racconta la guerra dall’interno della battaglia. Le mie armi sono le cose che mi fanno bene: ogni volta che scrivo una canzone, che ascolto Marco Mengoni, che passo del tempo con mio nipote, ogni volta che lui mi fa un disegno, che dipingo, ogni volta che sorrido a chi non conosco, ogni volta è una fucilata che sferro al nemico, senza pietà. E se le munizioni finiscono – perché finiscono ogni tanto – vado all’arma bianca col coltello tra i denti in un corpo a corpo furioso. È una fatica maledetta, ma in gioco c’è la vita. E non per modo di dire.
Quando cinque anni fa la misura fu colma e tracimò, non fui capita e me ne fregai. Poi sul mio conto iniziarono a girare strane voci e allora presi gli ultimi spiccioli di forza e coraggio e una sera chiusi le persone che frequentavo più assiduamente in un bar e vuotai il sacco. In lacrime, tremando. Cercando di essere più diretta possibile. Ed esigei una cosa sola: “Non trattatemi da matta. Il modo migliore per aiutarmi è continuare a porvi come avete sempre fatto, con naturalezza. Ho bisogno di normalità attorno a me”.
Voglio con queste mie parole essere utile a qualcuno e smascherare chi va in giro a raccontare balle grosse come case su presunte guarigioni miracolose. Voglio col mio coming out abbattere un tabù assassino che miete vittime su vittime e che mi ha portato via uno zio e una cugina.
Voglio pisciare in testa a voi professionisti del dito puntato, fuoriclasse del giudizio sommario che ci catalogate alla voce “matti”.
Chi è depresso non è pazzo.
I pazzi siete voi.
Forza soldati.
Combattete.


 "...Giuro sarò roccia contro il fuoco e il gelo, 
veglio su di te, 
io sono il tuo Guerriero."


La Jù.











LOVE RUNS OUT

"Che c'entra l'amore con il matrimonio?" chiede Gaia a Marta quando racconta che, da quando si è sposata con l'uomo che ama, anche se non è cambiato niente, in fondo è cambiato tutto. Perchè il semplice fatto di dire "mio marito" la rassicura. Quel "mio" le piace tanto. Anche se di "mio", forse, c'è solo l'amore. E quello, con il matrimonio, c'entra poco. "Vedi, lo dici anche tu Jù! Allora perchè lo difendi tanto?".
Giada non se ne fa niente delle ragioni che le snocciolo davanti, una dopo l'altra, come la lista della spesa. Non le importa capire perchè la cerimonia organizzata da Ignazio Marino al Campidoglio il 18 ottobre per trascrivere sui registri dell'anagrafe le nozze di 16 coppie omosessuali sposate all'estero sia così importante. Sorride quando le dico che quel #romaregistra che ha circolato sui social network mi ha fatto sorridere e anche tanto. Continua a ripetermi che di matrimoni senza amore ce ne sono fin troppi. E che l'amore non ha bisogno di regole e di convenzioni per sostenersi e andare avanti. "Anzi, a volte l'amore muore proprio perchè soffocato dalla routine e dalle abitudini".
Ma quello che voglio farle capire è altro. Quello che mi interessa non sono i vantaggi e gli svantaggi del matrimonio. E' la possibilità di sposarsi. Che oggi in Italia hanno solo le coppie eterosessuali. E che dovrebbe invece poter essere accessibile a tutti, indipendentemente dall'orientamento sessuale.
Credo che l'essenza dell'amore sia la Libertà. Libertà di essere se stessi. Libertà di sbagliare e di farsi male. Libertà di rompere tutto e di ricominciare. Ma questa Libertà la si può voler organizzare all'interno di un'istituzione. E non vedo perchè alcune persone, solo perchè omosessuali, non ne debbano avere il diritto.
So che forse qualcuno di voi, insieme a Giada, non è d'accordo.
L'amore non lo si decreta mai una volta per tutte. L'amore lo si deve poter continuare a scegliere ogni giorno. Ma su questo siamo d'accordo. Quello che ci divide è altro. E questa volta non mi va di lasciar correre. Perchè non stiamo solo parlando di te, di me, della nostra amica e di quello che pensiamo. Stiamo parlando di qualcosa per cui si battono da anni tutti coloro che vivono sulla propria pelle esclusione e pregiudizi, emerginazione e assenza di visibilità.
Quanti sono coloro che in Italia, ancora oggi, pensano di essere tolleranti e aperti perchè non hanno niente contro l'omosessualità, ma veramente niente eh, anzi, hanno tanti amici omosessuali, escono con loro il sabato sera, li invitano a cena e partono in vacanza? Poi però, sono i primi a dire che non si deve confondere tutto, che va bene amarsi, va bene camminare per strada mano nella mano, va bene vivere insieme...ma sposarsi no! Quante ne vogliono? Che cosa pretendono? Il matrimonio serve per fondare una famiglia e avere figli. Mica possiamo sconvolgere così le regole della nostra società.
Il matrimonio, con l'amore, c'entra poco, certo. Eppure tutto cambia quando ci si sposa. C'è la pensione di reversibilità e la possibilità di dire la sua quando il coniuge si trova in ospedale. C'è "l'obbligo reciproco di assistenza morale e materiale" e il diritto di parte alla "successione legittima del partner defunto" senza che ci si senta dire: ma lei chi è? è un membro della famiglia? quali sono i suoi rapporti con questa persona?
Il matrimonio, con l'amore, c'entra poco, certo. Eppure tutto cambia quando ci si sposa. E' un modo di dire: noi esistiamo in quanto coppia anche di fronte allo Stato. Perchè allora un omosessuale, solo perchè ama una persona del suo stesso sesso, dovrebbe rinunciare a condividere diritti e doveri e rendere così pubblico e realmente visibile il proprio amore?


La Jù.

LA MIA STRANA VERITA'

Accettarsi è un grande tema psicoanalitico e novecentesco. C'è ancora chi non lo capisce.
"E se uno è stronzo? Deve accettarsi lo stesso?", è l'argomento di mia mamma con chi afferma l'importanza dell'essere se stessi, ma lei è una bastian contraria e soprattutto non ha l'inconscio, o almeno sostiene di non averlo. C'è al contrario chi - tutti noi con l'inconscio - è convinto che conoscersi e accettarsi sia il passaggio più importante della costruzione di se stessi.
Dire a tutti, dopo essersi accettati, chi siamo è invece il grande tema individuale di questo secolo.
L'attore Carlo Gabardini alle Invasioni Barbariche lo scorso febbraio ha raccontato quanto è contento del suo tardivo coming out - fatto in prima pagina sulla Repubblica dopo il suicidio di un ragazzo omosessuale -, anche se fino a qualche mese prima non aveva mai sentito il bisogno di farlo, e anche se ora difficilmente gli offriranno parti da latin lover ( "ma non me le offrivano nemmeno prima", ha spiritosamente sottolineato ).
La cosa interessante che aveva aggiunto è che il coming out bisognerebbe farlo per qualunque cosa, non solo sull'orientamento sessuale.
Se un manager in cuor suo si sente giardiniere dovrebbe dirlo a tutti: lo aiuterà ad essere più felice e a fare quel che veramente desidera. Se un avvocato si sente marinaio, un muratore ballerino, un impiegato cuoco ( lo so, quello tra il mestiere che facciamo e chi siamo è un passaggio ardito, ed è ovvio che c'è una distinzione tra quel che siamo e quel che facciamo, come è altrettanto ovvio che ci sono circostanze, anche di sopravvivenza, per le quali si è obbligati a fare un mestiere che non ci corrisponde: ma sto parlando di identità e si fa a capirsi, come direbbe la mia amica Federica Bosco ) dovrebbe avere il coraggio di dirlo, oltre che di farlo, superando la paura di quel che diranno gli altri.
Potrebbe essere difficile e doloroso, sicuramente sarà faticoso, ma poi ci si sentirà più liberi, più forti e più contenti.
Naturalmente deve essere una scelta personale e non un obbligo, ma credo che Carlo Gabardini abbia ragione: bisogna avere il coraggio di esprimere se stessi, anche se quel che esprimiamo dovrebbe deludere o tradire le aspettative che gli altri hanno nei nostri confronti.
Nel mio piccolissimo ne so qualcosa: non pochi, in particolare alcuni miei colleghi, mi sfottono per aver detto, a ventisei anni, la verità sul mio orientamento sessuale, cosa che volevo fare da quando avevo vent'anni ma che, per una cosa o per un'altra, non avevo avuto il coraggio di fare prima. Quando - attraverso il trauma per la morte del mio ex fidanzato - ho superato la paura di venir giudicata, ho avuto molte soddisfazioni da parte di tante persone che, superando a loro volta pregiudizi comprensibili, hanno letto il mio blog e la mia storia.
Per tutti questi motivi mi ha molto emozionato il discorso che l'attrice Ellen Page ha tenuto, il giorno di San Valentino scorso, durante la conferenza Time to THRIVE:
"Sono qui oggi", ha detto, " perchè sono gay e perchè forse posso fare la differenza...Sono qui per aiutare gli altri ad avere una vita più semplice e più serena...Sono stanca di nascondermi e mentire attraverso l'omissione".
Ellen Page ha la mia età, ventisette anni. A ventuno è stata candidata all'Oscar ( per il film Juno ) e sta facendo una bella carriera. Guardate il video: le trema la voce, si dondola sulle gambe. Sta facendo una cosa difficile, che Jodie Foster è riuscita a fare solo a cinquant'anni.
Non è obbligatorio fare coming out, ma è liberatorio, aiuta noi stessi e forse, nel caso delle persone note, anche gli altri.


La Jù.



AMARCORD

Il mondo della rete, il web, non è un mondo di oggetti, ma è un mondo di immagini di oggetti. Non è un mondo a tre dimensioni, ma quando va bene simula le tre dimensioni. Non è un mondo fisico, evoca il mondo fisico.
Il mondo della rete, il web, è tante cose: lavoro, tempo libero, interessi culturali, socialità e gioco. Ma nessuna di queste cose ha una sua consistenza, una sua realtà fisica. Fin qui niente di nuovo di certo.
Ma finchè continuiamo a muoverci tra immagini e parole, tra rappresentazioni delle persone, tenendo a debita distanza le persone reali, finchè i giochi dei nostri nipoti non si potranno toccare, maneggiare con cura, noi non avremo la possibilità di capire la fragilità delle cose, di tenere tra le mani oggetti che possono rompersi: dal vaso prezioso che ha più di duemila anni alla bambola con il viso di ceramica.
Tutto quello che passa per la rete non prevede schegge e frantumi, non ha un interno che possiamo scoprire andandolo ad aprire per capire come è fatto dentro. Tutto quello che passa per la rete si può inter-rompere, non si può rompere. E hai voglia di dire che anche i cestini sugli schermi dei computer simulano un foglio di carta che si accartoccia. Tutti sappiamo che è solo sheumorfismo, ovvero una simulazione digitale di qualcosa che esiste nella realtà, e non ha niente a che vedere con l'appallottolare un foglio di carta, usando le cinque dita della mano e gettarlo, sbagliando anche mira, nel cestino in fondo alla stanza.
Non si rompe niente e si interrompe tutto. Ma l'interruzione non è distruzione, al massimo è oblio. Ciò che si può interrompere non ha a che fare con la fragilità ma a che fare con l'eternità delle cose. Se butto un foglio nel cestino, so bene che passerò l'impresa di pulizia e lo distruggerà, e so che sto decidendo di perdere quel foglio in una maniera definitiva. Se rompo un giocattolo con rabbia o divertimento, e lo faccio perchè non mi stimola più oppure voglio capire in che modo è costruito, sto alterando in modo indiscutibile quell'oggetto, sancendo la sua fragilità. Se invece la rottura di qualcosa è fortuita e involontaria, posso esserne dispiaciuto e colpito, sapendo che il danno è irrimediabile, o invece tentare un salvataggio in extremis incollando frammenti e parti dell'oggetto per renderlo ancora esistente. Ma è ovvio che non sarà più lo stesso oggetto, e i segni della sua fragilità saranno evidenti e chiari, come ferite di guerra.
Per generazioni si è vissuto in un mondo dove gli oggetti erano fragili. Gli occhiali avevano lenti in vetro che si rompevano al primo movimento maldestro, e gli oggetti della vita quotidiana avevano un punto debole, andavano maneggiati con cura, sennò rischiavano di perdere la propria funzionalità. Poi l'invenzione dei materiali plastici ha dato un senso di indistruttibilità al mondo. Ma restava comunque una percezione della fragilità che oggi è per buona parte perduta.
La fragilità è ormai solo delle parole. Si rompono equilibri con le parole, si evidenziano pecche e incongruenze nello scrivere e nel parlare, si spezzano sodalizi, amori, collaborazioni lavorative con le parole, si ricevono parole e le si temono, e si inviano parole. Lo psichiatra Eugenio Borgna ha appena pubbliciato per Einaudi un breve saggio sul rapporto tra parole e fragilità intitolato: La fragilità che è in noi. E cerca di chiedersi perchè oggi la fragilità sia parola abusata ma anche l'unica che riesce ad arrivare fino al fondo di un mondo che ostenta una solidità digitale indistruttibile. Tutto resta, niente si cancella. Un mondo che non rende evidenti le nostre fragilità, ma al massimo interrompe la nostra volontà di potenza.
Invece la fragilità di una virtù interiore che può salvarci dall'eternità della rete. Salvarci dalla presunzione che tutto possa rimanere sempre e comunque, perchè il mondo digitale della rete ha generato un paradosso: che tutto si crea ma nulla si distrugge.


La Jù.

TUTTO SI MUOVE.

La scorsa settimana ho letto un bella intervista su James Murdoch. Suo padre Rupert, partendo da un'isola in capo al mondo, l'Australia, ha edificato, in mezzo secolo, un impero dei media. Facendo le debite proporzioni, mi ricorda quello della Regina Vittoria alla fine dell'Ottocento: non solo un agglomerato di terre e popoli, ma uno stile, nel bene e nel male. Dico anche male, perchè i Murdoch, come l'aristrocrazia coloniale britannica, di errori, insieme alle conquiste, ne hanno commessi. Però lui, James, l'erede più in vista, credo non gradirebbe questo paragone, non tanto perchè mette in evidenza i chiaroscuri, ma in quanto ha dedicato buona parte dell'intervista a spiegare ai lettori che gli imperi non esistono. Danno un senso di staticità, di soddisfazione, di statu quo da rispettare. E così, sono destinati al declino. Bisogna essere, invece, sempre in cammino, su e giù per la montagna della vita, cadere e rialzarsi, imparare la lezione, guardarsi intorno, ammettere che il mondo gira e in un attimo ti fa sentire inadeguato. Direbbe qualcuno: è la sindrome del tapis roulant che corre sempre all'incontrario; basta, lasciateci scendere, abbiamo il diritto di restare fermi, sonnecchiare e decrescere in felicità. Certo, ciascuno di noi dovrebbe avere la possibilità di costruirsi la cuccia che desidera. Ma ci sono certe regole...
Credo esista, per tutti coloro che vogliono lasciarsi vivere, un tempo per riposarsi e uno per edificare. In fondo, il ciclo della natura è imperniato su quest'equilibrio; e non si può aspettare quando l'esistente va a rotoli. Provo a spiegarmi usando le parole di un genio, scritte molti anni fa ma valide dalla notte dei tempi fino al più lontano futuro che riusciamo ad immaginare. Scrive Albert Einstein: "Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose. La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perchè la crisi porta progressi. La creatività nasce dall'angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E' nella crisi che sorgono l'inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera se stesso, senza essere un "superato". Chi attirbuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi, è la crisi dell'incompetenza. L'inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscite. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c'è merito. E' nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perchè senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l'unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla".
Sposiamo queste parole senza riserve. E ogni volta che sbagliamo, non è una tragedia: abbiamo solo vissuto.


La Jù.

ROMANZO STORICO

Molto prima di Instagram, la magia si chiamava bianco e nero.
E' una favola in due parti, che si può raccontare ai ventenni quando si parla loro dei tempi in cui c'erano i gettoni per telefonare e altro antiquariato. Un tempo esistevano i rullini fotografici, e questa è la ragione per cui i nostri genitori nelle foto da adolescenti sono molto più brutti di noi, ma anche più rari: non c'erano filtri telefonici con cui sgranare l'immagine e darle un fascino posticcio, ma i rullini si pagavano ( e anche il loro sviluppo, e persino la stampa, perchè un tempo le foto erano su carta, potevi strapparle ), e quindi non passavamo le giornate a immortalarci come facciamo noialtri.
Tuttavia, spiegheranno i cinquantenni della zona di mezzo, quella in cui eravamo orrendi è già modernità. Erano già rullini a colori come consumo di massa. Prima di allora, in tempi nei quali purtroppo non fummo immortali, c'è stato un tempo che altro che l'iPhone: il tempo del bianco e nero. In cui era tutto bellissimo, per una ragione banale: erano meno.
Meno celebrità, meno affollamento di produzioni cinematografiche, programmi televisi, giornali da riempire con qualsivoglia starlette. Erano meno gli aventi accesso al quarto d'ora di fama, e quindi migliori, più selezionati, di qualità certificata? Non lo sapremo mai, mancherà sempre la controprova, non è affatto detto che quell'elitè non avesse escluso uomini più convincentemente qualunque di quanto lo fosse James Stewart, o bellezze più strepitosamente eleganti di quella di Lauren Bacall. Ma di certo c'erano meno fotografi, meno rotocalchi, meno catena da alimentare.
Non è che la Hollywood di allora, signora mia, sì che avesse stile. E' che siamo tutti bravi a essere fotogenici, se nelle uniche foto pubblicate abbiamo capelli perfetti persino in piscina: nessuno li fotografava in ciabatte da Starbucks, in pieno esaurimento nervoso mentre si rapavano a zero in un bagno pubblico, o sbronzi o strafatti o appena mollati. No, non è vero. Succedeva meno, ma succedeva. Succedeva, ma succedeva in bianco e nero.
Pensate alla foto di Marilyn Monroe scattata per le locandine di Come sposare un milionario, 1953. Pensatela oggi, scattata cinquant'anni dopo, a colori: non è più un sogno, una pin-up fragile, un fermoimmagine strappacuore. E' una concorrente del Grande Fratello che sta per andare ospite in un contenitore del pomeriggio. E' un provino scartato per il calendario di un maschile. E', soprattutto, una cui i settimanali pettegoli non risparmieranno didascalie sull'auspicabilità di una dieta. Complementari a quelle che andrebbero sotto Bacall a colori - così magra, avrà l'esaurimento, starà male, si dice stiano per ricoverarla per anoressia - o sotto Ingrid Bergman, il cui sguardo triste mentre pesca da sola non può che precedere interviste a fonti vicine alla coppia che ci dettagliano la crisi. Il giornalismo pettegolo esisteva anche allora, certo. Ma è il colore che ha rovinato tutto.
Il colore, mica il talento, è ciò che fa la differenza tra Elisabeth Taylor e Lindsay Lohan ( che, sempre alla ricerca di nuove ragioni per farsi stroncare, sta per intepretare Liz a colori). In bianco e nero, qualunque alcolismo, tossicodipendenza, e riduzione delle relazioni a una rissa perenne faceva parte del fascino da star che mica è come noi mortali. A colori, è un incidente stradale che rallentiamo per guardare, scuotendo la testa e chiedendoci che traumi infantili ci siano dietro.
Il colore, mica la filmografia, è la distanza principale tra la stessa Taylor e Kirstie Alley. In bianco e nero, ingrassare e dimagrire era ciò che dava carattere a una diva, era quel che la faceva sembrare la più fragile delle donne forti ( e viceversa ), era il dettaglio che la rendeva interessante. A colori, se ingrassi ti spetta una copertina su quanto ti piaci comunque, e quando dimagrisci un posto da concorrente a Ballando con le stelle. Tutto un complesso di cose fa sì che non esista più il divismo, ma alla base del meccanismo c'è la morte di quel padre di tutte le star che è stato il bianco e nero, un dio magnanimo e protettore che nessun filtro sgranato potrà mai eguagaliare.


Jù.



GREYGOOSE

A Ferragosto si dovrebbero cercare sui giornali idee per la gita di domani: musei da visitare, la spiaggia dove aprire l'ombrellone, il sentiero per la camminata prima del pic nic. Cose tranquille e intelligenti, che non contemplano spese proibitive. Una vita da italiana serena. Ci rifletto. Mi sembra che così fosse quand'ero ragazza.
L'estate erano due abbondanti mesi di sole cocente senza che un nembo corresse in cielo. Poi, con la fine di agosto e un clima meno rovente, tornavano in scena la politica, l'economia, il lavoro, la scuola. Le stagioni erano così ben scandite che i governi venivano definiti "balneari". Tutto appariva tranquillo perchè ero una ragazzina e non avevo responsabilità se non quella di pensare al mio futuro. E proprio qui sta lo spirito del tempo che viviamo.
Io, come tutti i ragazzi e le ragazze della mia età, ci immaginassimo avvocati, medici, imbianchini, muratori, mamme o altro, pur in un'economia senza scintille sapevamo che a breve la palla sarebbe carambolata tra i nostri piedi e avremmo giocato la partita della vita. Soprattutto ne erano convinti i nostri genitori, affannati per far tornare i conti ma con la speranza che i figli sarebbero stati meglio. Era un'idea di progresso. La somma di tante speranze individuali fa una speranza collettiva. E contribuisce a far crescere una nazione. Per dirla con il principe-poeta, "di doman non c'è certezza", nè allora nè oggi, però sappiamo qual è la sola cosa su cui fare affidamento: la nostra volontà di essere. Senza quella siamo in balia di chi ci vuole oggetti, macchine da consumo che rispondono a un disegno che non è il nostro e ci "rottama" quando non siamo più funzionali al progetto. Se ci va bene abbiamo, ma non siamo nulla. E una qualsiasi crisi ci prostra.
Su Sette, l''inserto del venerdì del Corriera della Sera, ho letto l'intervento di un anziano professore di Economia alla Sapienza di Roma. E' stato illuminante quello che ha detto e ciò che ha sottointeso. Parliamo tanto di Pil, job act, spending review, authorities, fiscal compact perchè non capiamo cosa stia succedendo al sistema economico in generale e all'Italia in particolare. Mario Draghi, l'Europa, il Fondo menetario, l'Ocse, la Banca d'Italia, l'Istat: chiunque abbia numeri in mano e incarichi di governo dell'economia lancia "moniti" auspicando nebulose riforme. Se la strada da percorrere fosse tracciata, univoca e non solo a pro di qualcuno dovremmo scendere in piazza e cacciare chi la imbocca. Ma non è così. La riprova? Dieci anni fa si parlava di "miracolo spagnolo" perchè il Pil di quel Paese galoppava grazie alle riforme del mercato del lavoro ( ovvero tutti precari ); 5 anni fa si assisteva al "disastro" iberico per effetto delle stesse riforme sull'impatto con la crisi finanziaria globale ( tutti disoccupati ); qualche giorno fa riecco il "miracolo" per un rimbalzo del Pil.
Nei palazzi lastricati di marmo sono tutti bravi a valutare le situazioni a posteriori. Comunque vada, il loro congruo stipendio corre. E intanto il nostro Paese deraglia. Pare non bastino iniezioni di liquidità nel sistema o 80 euro in busta paga per strappare un sorriso al Pil. E allora andiamo alla radice: la nostra è una crisi di fiducia. Ma fiducia in se stessi, non nella manna che scende dal cielo o nel salvatore della patria. Renzi, se non vuole bruciare il carico di aspettative trasformatesi nel 40% dei voti alle Europee, deve avere il coraggio di abbandonare il "marketing" e ragionare come l'agricoltore che dissoda la terra. Davvero, però. Ci vorrà tempo, e il raccolto verrà.


Jù.