"Heathcliff sono io", confida alla domestica che l'ha cresciuta, ma soprattutto al suo cuore agitato, la Catherine di Cime tempestose, nella pagina più straordinaria del più straordinario trattato sull'inevitabilità e la potenza di certi amori che sia mai stato scritto.
Non ci è dato sapere se Heathcliff e Catherine abbiano mai fatto l'amore ma, da quello che scrive Emily Bronte, pare proprio di no. Non si scambiano neanche un bacio, ognuno dei due sposerà un'altra persona e con un'altra persona avrà dei figli. Eppure, quando il marito impedirà a Catherine di continuare a frequentare Heathcliff, Catherine ne morirà.
E, nonostante questo, Heathcliff continuerà a cercarla, con la selvaggia intensità del trovatello che è stato e che a tre anni scopre in quella bambina, istintivamente, la prima e unica possibilità di non sentirsi perso nel mondo. Perché, anche se una famiglia lei ce l'ha, Catherine è come lui, è abitata dai suoi stessi lampi, dal suo stesso furore. Perché Catherine è lui.
Malgrado questo, proprio per questo, è meglio per loro, e per chi li circonda, che i due vengano separati.
Che mettano su famiglia con qualcuno in grado di contenere quei lampi, quel furore.
Peccato che, a tu per tu con il suo placido marito, Catherine non si senta per niente al riparo da se stessa: ma, anzi. Sia più che mai inquieta e in balia dei suoi mostri.
Heathcliff certo non avrebbe potuto e non potrebbe mai darle serenità: è irrazionale quanto lei, e inoltre è violento, è sadico, vendicativo. Ma, come un medico che, per individuare dov'è il nostro misterioso problema, ci spinge con forza l'addome (fa male qui?), lo stomaco (e qui?) e il petto (qui? fa male?), riesce a fare qualcosa di diverso e forse di più importante rispetto a metterla illusoriamente in salvo.
Le rivela dov'è il suo misterioso problema.
Dov'è che fa male.
Se c'è una cosa che in questi ventotto anni ho imparato sull'amore è che non tutti possono permettersi il lusso di una storia bella, che rafforzi la parte più luminosa di noi e le consenta di esprimersi al meglio.
Bisogna avere la fortuna di non avere troppi lampi, dentro.
Di non avere (la coscienza di avere) troppo buio.
Oppure bisogna rimboccarsi le maniche, ed essere talmente determinati da sfidare e provare a controllare - però prima di tutto da soli, perché è solo da soli che ci si mette davvero in salvo - quel temporale.
Amy Winehouse sicuramente non aveva quella fortuna, e purtroppo non ha avuto il tempo per trovare quella determinazione, che arriva quasi sempre in soccorso quando si è toccato realmente il fondo.
Se fosse sopravvissuta a quella maledetta notte, io mi ostino a credere che ce l'avrebbe fatta. Che lo schiaffo di quel rischio l'avrebbe risvegliata e che le avrebbe permesso, passo dopo passo, di tornare faticosamente, e una volta per tutte, dal buio.
Ma è andata come è andata. E l'amore che ha segnato la sua breve vita, così disperata e così eccezionale, non poteva che essere come è stato quello con Blake Fielder.
Un amore disperato, un amore eccezionale.
Un amore senza nessun carnefice, ma fra due vittime, ognuna di se stesso.
Un amore nato da piccoli, come quello fra Catherine e Heathcliff: perché a nove anni Blake si taglia le vene per convincere sua madre a lasciare il patrigno, e a quella stessa età Amy assiste allo sgretolarsi della sua famiglia. Anche se si incontrano più in là con gli anni, insomma, sono stati chiamati tutti e due prima del tempo a rinunciare all'infanzia, e sono destinati così a trascinarsela dietro e dentro, a rimanere bambini marci anziché diventare un uomo e una donna.
Un amore dunque infinito: perché le storie d'amore belle finiscono quando, semplicemente e terribilmente, finisce l'amore.
Mentre le storie d'amore sbagliate finiscono quando smettiamo di essere sbagliati noi.
Cioè mai fino in fondo.
Amy era evidentemente Blake: che i morti riposino in pace.
Blake è e sarà sempre Amy: i vivi hanno già il loro tormento.
Smettiamola, almeno noi, di infierire.
CANZONI CONSIGLIATE: Back to black, Amy Winehouse + 20Sigarette, Marco Mengoni.
Nella vita non raccogli ciò che semini, raccogli ciò che curi.
Incontri, sensazioni, appunti e aria di città mentre sono impegnata in altri progetti. Convinta che se Beethoven era sordo, Shakespeare era un altro, Chaplin non aveva i baffi, Einstein fu bocciato e Monet era daltonico, siamo tutti passeggeri di un viaggio che resta.
#TIENIMIILPOSTO
Tendiamo spesso a mettere assieme la distanza con la solitudine. Ovvero un concetto spaziale a uno interiore. Tendiamo a pensare che andarsene, distanziarsi, sia un modo dell'abbandono, del voler restare soli, del prendersi una pausa. La distanza è una forma di solitudine, la distanza è freddezza, la freddezza è esporsi alle intemperie, è rinunciare al calore umano; quello dell'abbraccio, quello dell'esserci, del partecipare alla vita con la propria esistenza. La freddezza non è silenzio, non è distanza. Il silenzio è calore, partecipazione, è un esserci senza il verbo, senza il linguaggio, senza l'argomentare. Restammo in silenzio, uno accanto all'altro, non c'era bisogno di dire nulla, è una frase che ricorre in mille romanzi buoni e cattivi che abbiamo letto.
E vicinanza è un corpo accanto all'latro, è lo stesso campo visivo. La condivisione è la condivisione di uno spazio attorno, di un territorio, della terra, della città, del proprio mondo. Ed è per questo che la condivisione si fa interiore, perché assimila quel che c'è e lo comprende con altri.
Tutte queste parole che ho usato - distanza, freddezza, silenzio, condivisione, vicinanza, territorio, calore - hanno subito un trauma senza precedenti. Il trauma del disorientamento, quello del distacco dal luogo fisico per entrare nel mondo del web che non ha territori se non virtuali, che non ha terre comuni, che non ha condivisioni fisiche e reali.
Essere disorientati significa non trovare il modo per raggiungere un luogo, ma il web non disorienta, non indica luoghi geografici, non ha a che fare con il tempo, con la luce e con la notte, è indifferente allo scorrere delle ore, e non prevede luoghi comuni, ovvero di conoscenza comune. E' come essere astronauti che passeggiano nel vuoto dello spazio. Non c'è forza di gravità, e tutto attorno non è illuminato da nulla. E' il buio dell'universo. In questo spazio, che non è uno spazio, la distanza e la solitudine sono qualcosa che ha a che fare con il silenzio. Perché il silenzio nel web è un vuoto, è assenza. Per questo non essere sui social, non postare, non commentare, non scrivere genera spesso un'angoscia, un sentimento di paura. La paura di non esistere, di non essere più.
Non c'è niente di virtuale nello stare sui social. Questa parola abusata è un errore. Le amicizie, i seguaci sui social non sono una sostituzione irreale delle amicizie vere, dei rapporti concreti. Gli utenti stanno imparando che il linguaggio è decisamente sufficiente per stabilire connessioni che permettono comunicazione e comprensione, scambio di suggestioni e narrazioni di sé. Il punto non è il non vedersi, non si è soli perché si parla con qualcuno dall'altra parte del mondo che magari non si conoscerà mai.
Si è soli perché il web non permette il silenzio, non permette la condivisione di un luogo fisico e non permette l'orientamento. Per andare all'etimologia del termine, il rivolgersi a oriente, il trovare l'origine delle cose, il punto dove il sole sorge. Bauman ha parlato di solitudine affollata. Non aveva torto, ma non è soltanto questo. Non palesarsi sul web è un non esserci, è un farsi dimenticare, le parole sui social non hanno scie che restano, e hanno una memoria leggera, quasi inconsistente. La solitudine affollata è soprattutto una folla smemorata che scambia l'oblio con il silenzio, la distanza con il nulla, il non ritrovarsi come un'assenza di parola o voce. Il trauma è questo. Non sono i corpi che non possono riconoscersi, sono i luoghi che non si sanno dire e non si possono pensare.
Tutti i romanzi epistolari sono fatti di passioni, interiorità, ma soprattutto ricordi, memorie e passato. La condivisione è tutta nei luoghi e nei mondi attraversati assieme. Senza l'oriente non si può ritrovare niente. Senza orientarsi c'è una solitudine disperante dentro un mare di silenzio.
Per questo i social sono e diventano una droga di parole, che danno la sensazione di esserci nel mondo, senza più sapere cosa sia il mondo.
CANZONI CONSIGLIATE: I lived, One Republic.
Di questi tempi la vita è lo sport più estremo.
E vicinanza è un corpo accanto all'latro, è lo stesso campo visivo. La condivisione è la condivisione di uno spazio attorno, di un territorio, della terra, della città, del proprio mondo. Ed è per questo che la condivisione si fa interiore, perché assimila quel che c'è e lo comprende con altri.
Tutte queste parole che ho usato - distanza, freddezza, silenzio, condivisione, vicinanza, territorio, calore - hanno subito un trauma senza precedenti. Il trauma del disorientamento, quello del distacco dal luogo fisico per entrare nel mondo del web che non ha territori se non virtuali, che non ha terre comuni, che non ha condivisioni fisiche e reali.
Essere disorientati significa non trovare il modo per raggiungere un luogo, ma il web non disorienta, non indica luoghi geografici, non ha a che fare con il tempo, con la luce e con la notte, è indifferente allo scorrere delle ore, e non prevede luoghi comuni, ovvero di conoscenza comune. E' come essere astronauti che passeggiano nel vuoto dello spazio. Non c'è forza di gravità, e tutto attorno non è illuminato da nulla. E' il buio dell'universo. In questo spazio, che non è uno spazio, la distanza e la solitudine sono qualcosa che ha a che fare con il silenzio. Perché il silenzio nel web è un vuoto, è assenza. Per questo non essere sui social, non postare, non commentare, non scrivere genera spesso un'angoscia, un sentimento di paura. La paura di non esistere, di non essere più.
Non c'è niente di virtuale nello stare sui social. Questa parola abusata è un errore. Le amicizie, i seguaci sui social non sono una sostituzione irreale delle amicizie vere, dei rapporti concreti. Gli utenti stanno imparando che il linguaggio è decisamente sufficiente per stabilire connessioni che permettono comunicazione e comprensione, scambio di suggestioni e narrazioni di sé. Il punto non è il non vedersi, non si è soli perché si parla con qualcuno dall'altra parte del mondo che magari non si conoscerà mai.
Si è soli perché il web non permette il silenzio, non permette la condivisione di un luogo fisico e non permette l'orientamento. Per andare all'etimologia del termine, il rivolgersi a oriente, il trovare l'origine delle cose, il punto dove il sole sorge. Bauman ha parlato di solitudine affollata. Non aveva torto, ma non è soltanto questo. Non palesarsi sul web è un non esserci, è un farsi dimenticare, le parole sui social non hanno scie che restano, e hanno una memoria leggera, quasi inconsistente. La solitudine affollata è soprattutto una folla smemorata che scambia l'oblio con il silenzio, la distanza con il nulla, il non ritrovarsi come un'assenza di parola o voce. Il trauma è questo. Non sono i corpi che non possono riconoscersi, sono i luoghi che non si sanno dire e non si possono pensare.
Tutti i romanzi epistolari sono fatti di passioni, interiorità, ma soprattutto ricordi, memorie e passato. La condivisione è tutta nei luoghi e nei mondi attraversati assieme. Senza l'oriente non si può ritrovare niente. Senza orientarsi c'è una solitudine disperante dentro un mare di silenzio.
Per questo i social sono e diventano una droga di parole, che danno la sensazione di esserci nel mondo, senza più sapere cosa sia il mondo.
CANZONI CONSIGLIATE: I lived, One Republic.
Di questi tempi la vita è lo sport più estremo.
#SANLORENZO
Ogni tanto capita.
Ignoro se succeda a tutti indistintamente o soltanto a qualcuno. Mi domando con che frequenza accada agli altri o se per alcuni, particolarmente sensibili o sfortunati, sia una condizione strutturale, con cui convivere ogni giorno.
Arriva piano, quasi impercettibile, come una marea che, all'inizio, lambisce i piedi con subdola dolcezza e poi sale, fino a raggiungere le ginocchia, la vita, la pancia, il petto, il collo, gli occhi. E ci si ritrova ad annaspare, increduli ed inermi.
Ultimamente mi sorprende spesso, questa marea infida, e ancora oggi mi chiedo se mai riuscirò a liberarmene, almeno per una volta, o se sarà sempre lì, nascosta, muta, ad attendermi dentro gli anfratti della mia quotidianità - l'intercapedine tra l'armadio e il muro, la cesta dei giornali da conservare, il cassetto delle pentole in cucina -, pronta a dilagare e a travolgermi nuovamente.
E' difficile stabilire con esattezza cosa la scateni e perché. Forse la stanchezza, i troppi sì pronunciati per incoscienza o per incapacità di dire no, una notizia che fa trasalire, una distesa di giorni uguali a lastricare il futuro prossimo, la consapevolezza delle responsabilità, un insolito, persistente mal di vivere, il desiderio che si fa urgenza di confidarsi con chi non c'è più, amici che si confidano con te in cerca di consigli e tu che non riesci a confidare loro quello che a te sta succedendo, la mancanza di leggerezza, il poco tempo, tutto questo unito alla sindrome di Pollyanna che diceva, dalle pagine dello stupido libro per fanciulle di cui era protagonista, che bisogna essere sempre felici perché esiste sempre una sventura peggiore della tua.
E' capitato ieri. E ancora boccheggio. Mi sono svegliata con la lucida consapevolezza di non farcela. "Non farcela a fare cosa?". Semplice: tutto. E, come una marea, mi ha travolta l'ansia. Ma non un'ansia circoscritta, legata ad un evento, a una prova, a uno scoglio da superare oltre il quale tirare il fiato e ricominciare di slancio. Piuttosto una generalizzata paura dei giorni a venire e delle incognite, degli affanni e delle fatiche che li riempiranno. E mi sono ritrovata in mutande, all'alba, seduta sul terrazzino, di fronte a un cielo coperto che rifletteva l'immagine di una tizia pallida, con i capelli spettinati e lo sguardo spento.
"Come siete brutte, tu e tutta quell'angoscia disegnata in faccia", ho detto io. "Sarai bella tu, sciattona tremebonda e inetta", ha risposto la disperata dentro lo specchio. Ho perso l'appetito, l'energia e la bussola, fagocitata dal mio ombelico e dal terrore di stare al mondo.
Non so se esista un antidoto, capace di scacciare quella marea che aggroviglia i sensi e li paralizza.
In mancanza della ricetta di una panacea universale anti-mostri, ho cercato la mia personale via d'uscita dalla pozzanghera di catrame. Se avessi potuto sarei scappata lontano, lasciando a casa tutto e la tizia malmostosa nello specchio. Impossibilitata alla fuga, ho deciso di chiamare un'amica, anche se non telefonavo a lei da mesi, inghiottita com'ero dallo stupido vortice dei miei affanni. "Ehi, ciao. Come stai? Io non mi sento molto bene. Ti va se ci vediamo e ti racconto?". Ha detto di sì.
La tizia pallida si è messa il rosso e le lacrime sulle guance, ha domato i capelli spettinati e si è data una calmata, per gratitudine verso quel sì e per amor proprio.
E ha funzionato. Avere accanto propri simili, preferibilmente coetanei, anch'essi periodicamente lambiti da quella stessa marea, è un efficace antidoto. Riconoscersi, condividere lati oscuri e luminosi delle rispettive esistenze, ritrovarsi uguali nelle paure e nelle energie, devastati e splendidi nell'arco di una stessa giornata, è un toccasana portentoso.
Perché a volte, nello specchio, oltre alla propria immagine stropicciata e atterrita, è necessario scorgere quella altrui, così simile e confortante da farti da zattera e metterti al riparo da ogni marea.
CANZONI CONSIGLIATE: La donna cannone, Francesco De Gregori + Non importa veramente, Niccolò Agliardi.
Ma io bacio ancora le ferite, per far andare via il dolore, anche se ormai non credo più che faccia effetto.
Ignoro se succeda a tutti indistintamente o soltanto a qualcuno. Mi domando con che frequenza accada agli altri o se per alcuni, particolarmente sensibili o sfortunati, sia una condizione strutturale, con cui convivere ogni giorno.
Arriva piano, quasi impercettibile, come una marea che, all'inizio, lambisce i piedi con subdola dolcezza e poi sale, fino a raggiungere le ginocchia, la vita, la pancia, il petto, il collo, gli occhi. E ci si ritrova ad annaspare, increduli ed inermi.
Ultimamente mi sorprende spesso, questa marea infida, e ancora oggi mi chiedo se mai riuscirò a liberarmene, almeno per una volta, o se sarà sempre lì, nascosta, muta, ad attendermi dentro gli anfratti della mia quotidianità - l'intercapedine tra l'armadio e il muro, la cesta dei giornali da conservare, il cassetto delle pentole in cucina -, pronta a dilagare e a travolgermi nuovamente.
E' difficile stabilire con esattezza cosa la scateni e perché. Forse la stanchezza, i troppi sì pronunciati per incoscienza o per incapacità di dire no, una notizia che fa trasalire, una distesa di giorni uguali a lastricare il futuro prossimo, la consapevolezza delle responsabilità, un insolito, persistente mal di vivere, il desiderio che si fa urgenza di confidarsi con chi non c'è più, amici che si confidano con te in cerca di consigli e tu che non riesci a confidare loro quello che a te sta succedendo, la mancanza di leggerezza, il poco tempo, tutto questo unito alla sindrome di Pollyanna che diceva, dalle pagine dello stupido libro per fanciulle di cui era protagonista, che bisogna essere sempre felici perché esiste sempre una sventura peggiore della tua.
E' capitato ieri. E ancora boccheggio. Mi sono svegliata con la lucida consapevolezza di non farcela. "Non farcela a fare cosa?". Semplice: tutto. E, come una marea, mi ha travolta l'ansia. Ma non un'ansia circoscritta, legata ad un evento, a una prova, a uno scoglio da superare oltre il quale tirare il fiato e ricominciare di slancio. Piuttosto una generalizzata paura dei giorni a venire e delle incognite, degli affanni e delle fatiche che li riempiranno. E mi sono ritrovata in mutande, all'alba, seduta sul terrazzino, di fronte a un cielo coperto che rifletteva l'immagine di una tizia pallida, con i capelli spettinati e lo sguardo spento.
"Come siete brutte, tu e tutta quell'angoscia disegnata in faccia", ho detto io. "Sarai bella tu, sciattona tremebonda e inetta", ha risposto la disperata dentro lo specchio. Ho perso l'appetito, l'energia e la bussola, fagocitata dal mio ombelico e dal terrore di stare al mondo.
Non so se esista un antidoto, capace di scacciare quella marea che aggroviglia i sensi e li paralizza.
In mancanza della ricetta di una panacea universale anti-mostri, ho cercato la mia personale via d'uscita dalla pozzanghera di catrame. Se avessi potuto sarei scappata lontano, lasciando a casa tutto e la tizia malmostosa nello specchio. Impossibilitata alla fuga, ho deciso di chiamare un'amica, anche se non telefonavo a lei da mesi, inghiottita com'ero dallo stupido vortice dei miei affanni. "Ehi, ciao. Come stai? Io non mi sento molto bene. Ti va se ci vediamo e ti racconto?". Ha detto di sì.
La tizia pallida si è messa il rosso e le lacrime sulle guance, ha domato i capelli spettinati e si è data una calmata, per gratitudine verso quel sì e per amor proprio.
E ha funzionato. Avere accanto propri simili, preferibilmente coetanei, anch'essi periodicamente lambiti da quella stessa marea, è un efficace antidoto. Riconoscersi, condividere lati oscuri e luminosi delle rispettive esistenze, ritrovarsi uguali nelle paure e nelle energie, devastati e splendidi nell'arco di una stessa giornata, è un toccasana portentoso.
Perché a volte, nello specchio, oltre alla propria immagine stropicciata e atterrita, è necessario scorgere quella altrui, così simile e confortante da farti da zattera e metterti al riparo da ogni marea.
CANZONI CONSIGLIATE: La donna cannone, Francesco De Gregori + Non importa veramente, Niccolò Agliardi.
Ma io bacio ancora le ferite, per far andare via il dolore, anche se ormai non credo più che faccia effetto.
#FRIENDSHIPDAY
Tanto tempo fa ero una bambina pallida, sempre più magra di quanto non fosse opportuno, timidissima, paurosa, molto diligente, grafomane e curiosa come una scimmia. Vivevo in un mondo dai confini e dai costumi troppo laschi per i miei gusti. Volevo certezze e prevedibilità mentre mi pareva che niente, intorno a me, avesse le forme squadrate e la morbidezza avvolgente di cui avevo bisogno.
Un giorno, all'uscita dall'asilo, mio padre si dimenticò di venirmi a prendere. O forse pensò che fosse il turno della nonna. Rimasi lì, seduta su una microseggiola di legno e metallo, mentre gli altri bambini, dotati di congiunti scrupolosi e ben organizzati, sciamavano fuori dalla classe gialla, alla volta di focolari accoglienti e solidi. Possedevo un ego traballante, sempre pronto a identificarsi con i derelitti del mondo - piccola fiammiferaia in primis - e quel funesto episodio rischiò di affossarlo per sempre. "Perchè tu non stai a casa ma vai in fabbrica tutti i giorni? E, se proprio vuoi lavorare, perchè non sei la bidella della mia scuola? O la custode? O la cuoca che alla mensa ci versa la minestra? Questi sì che sono mestieri adatti alla madre di una bambina piccola!", tormentavo quotidianamente mia mamma.
Da figlia di genitori meravigliosi custodi di una famiglia tradizionale, ambivo al conformismo, a una normalità senza sorprese e mi facevano tristezza i genitori separati e in carriera perchè i loro figli ambivano al papà e alla mamma di Silvia Moscone che aveva i capelli biondi lunghi e la villetta con il giardino, oltre che il camper di Barbie.
Il mondo, tanto tempo fa, era un luogo insidioso, inospitale e impervio. Un posto che mi faceva rabbrividire. Poi sono cresciuta, mi si sono allargati le spalle e lo sguardo, ho imparato ad apprezzare il valore delle diversità e ho smesso di farmi venire la tristezza per i bambini dei genitori separati.
Ho smesso di desiderarmi differente, di ambire a mete che non mi somigliavano, di sentirmi sbagliata e in imbarazzo. Ho imparato ad accettare gli spigoli e le storture della mia famiglia e ad apprezzarne la varietà e lo spessore. Ho smesso di giudicare, di recriminare, di rimproverare, di desiderare di essere un'altra e ho imparato, a mia volta ad accogliere, rassicurare, consolare e spiegare che va tutto bene, anche se il mondo non è come lo disegneremmo.
Funzionano così, gli anni che passano. Ed è per questo che crescere, e a volte persino invecchiare, ci fa un gran bene.
Mi sono affrancata dai miei modelli di bambina, me ne sono inventati altri solo miei, ho imparato la gratitudine anche verso chi non era come avrei desiderato. Mi sono trovata a lasciare andare il mio fidanzato e a raccogliere tutti i miei cocci sul pavimento.
Eppure c'è una cosa che mi atterisce, mi scuote, mi rimpicciolisce, mi disarma e mi paralizza, oggi come ai tempi in cui mi coccolavo nel rassicurante focolare a tinte pastello. Si tratta del dolore di mia madre. Già. Lei che ho conosciuto carrarmato, roccia, quercia, non può cambiare mai. La sua naturale, fisiologica, legittima fragilità mi getta in uno stato di agitazione quasi isterica. Ancora oggi lei, ai miei occhi, è deputata a darmi conforto, a risolvere i problemi, a prendermi per mano quando inciampo e a tirarmi su. Lei non può vacillare perchè, nella mia coscienza bislacca e immatura, è la mia colonna, l'unica a cui mi possa appoggiare, la sola capace di accogliere e sciogliere i miei affanni.
A pensarci bene, pur non sognandola più cuoca, lei, nella mia testa ma soprattutto nella mia pancia, è rimasta la stessa di allora.
Forse si diventa grandi solo quando si riesce a guardare in faccia la fragilità dei propri genitori senza farsi prendere dal panico, quando non si pretende più di essere al centro esatto dei loro interessi e dei loro pensieri, quando si imparano l'indulgenza e l'accoglienza, quando i ruoli si smantellano e diventano fluidi. Fino ad allora, no. Sono solo chiacchiere e distintivi.
CANZONI CONSIGLIATE: E non hai visto ancora niente, Jovanotti + The Boxer, Mumford & Sons + Love Love Love, Avalanche City.
Gli occhi, non il sorriso. La felicità si vede lì.
Un giorno, all'uscita dall'asilo, mio padre si dimenticò di venirmi a prendere. O forse pensò che fosse il turno della nonna. Rimasi lì, seduta su una microseggiola di legno e metallo, mentre gli altri bambini, dotati di congiunti scrupolosi e ben organizzati, sciamavano fuori dalla classe gialla, alla volta di focolari accoglienti e solidi. Possedevo un ego traballante, sempre pronto a identificarsi con i derelitti del mondo - piccola fiammiferaia in primis - e quel funesto episodio rischiò di affossarlo per sempre. "Perchè tu non stai a casa ma vai in fabbrica tutti i giorni? E, se proprio vuoi lavorare, perchè non sei la bidella della mia scuola? O la custode? O la cuoca che alla mensa ci versa la minestra? Questi sì che sono mestieri adatti alla madre di una bambina piccola!", tormentavo quotidianamente mia mamma.
Da figlia di genitori meravigliosi custodi di una famiglia tradizionale, ambivo al conformismo, a una normalità senza sorprese e mi facevano tristezza i genitori separati e in carriera perchè i loro figli ambivano al papà e alla mamma di Silvia Moscone che aveva i capelli biondi lunghi e la villetta con il giardino, oltre che il camper di Barbie.
Il mondo, tanto tempo fa, era un luogo insidioso, inospitale e impervio. Un posto che mi faceva rabbrividire. Poi sono cresciuta, mi si sono allargati le spalle e lo sguardo, ho imparato ad apprezzare il valore delle diversità e ho smesso di farmi venire la tristezza per i bambini dei genitori separati.
Ho smesso di desiderarmi differente, di ambire a mete che non mi somigliavano, di sentirmi sbagliata e in imbarazzo. Ho imparato ad accettare gli spigoli e le storture della mia famiglia e ad apprezzarne la varietà e lo spessore. Ho smesso di giudicare, di recriminare, di rimproverare, di desiderare di essere un'altra e ho imparato, a mia volta ad accogliere, rassicurare, consolare e spiegare che va tutto bene, anche se il mondo non è come lo disegneremmo.
Funzionano così, gli anni che passano. Ed è per questo che crescere, e a volte persino invecchiare, ci fa un gran bene.
Mi sono affrancata dai miei modelli di bambina, me ne sono inventati altri solo miei, ho imparato la gratitudine anche verso chi non era come avrei desiderato. Mi sono trovata a lasciare andare il mio fidanzato e a raccogliere tutti i miei cocci sul pavimento.
Eppure c'è una cosa che mi atterisce, mi scuote, mi rimpicciolisce, mi disarma e mi paralizza, oggi come ai tempi in cui mi coccolavo nel rassicurante focolare a tinte pastello. Si tratta del dolore di mia madre. Già. Lei che ho conosciuto carrarmato, roccia, quercia, non può cambiare mai. La sua naturale, fisiologica, legittima fragilità mi getta in uno stato di agitazione quasi isterica. Ancora oggi lei, ai miei occhi, è deputata a darmi conforto, a risolvere i problemi, a prendermi per mano quando inciampo e a tirarmi su. Lei non può vacillare perchè, nella mia coscienza bislacca e immatura, è la mia colonna, l'unica a cui mi possa appoggiare, la sola capace di accogliere e sciogliere i miei affanni.
A pensarci bene, pur non sognandola più cuoca, lei, nella mia testa ma soprattutto nella mia pancia, è rimasta la stessa di allora.
Forse si diventa grandi solo quando si riesce a guardare in faccia la fragilità dei propri genitori senza farsi prendere dal panico, quando non si pretende più di essere al centro esatto dei loro interessi e dei loro pensieri, quando si imparano l'indulgenza e l'accoglienza, quando i ruoli si smantellano e diventano fluidi. Fino ad allora, no. Sono solo chiacchiere e distintivi.
CANZONI CONSIGLIATE: E non hai visto ancora niente, Jovanotti + The Boxer, Mumford & Sons + Love Love Love, Avalanche City.
Gli occhi, non il sorriso. La felicità si vede lì.
#GrowingUpItalian
Costava 270 mila lire un televisore nel 1954. Quando la paga di un operaio non superava le 40 mila lire. Questo per capire quanto fosse proibitiva la diffusione di questo apparecchio elettronico con uno schermo piccolissimo, ingombrante e molto costoso. In poco tempo le cose cambiarono, i prezzi si abbassarono e quattro anni dopo c'erano già nelle case degli italiani un milione di apparecchi televisivi. Ma in quegli anni gli italiani andavano ancora a vedere le trasmissioni preferite nei bar o nei cinema, tutti assieme, e quando si trattava di quiz come Lascia o Raddoppia facevano anche il tifo. Negli stessi anni l'editoria provava ad uscire dalla dimensione artigianale e intellettuale per allargare il pubblico di lettori. La Bur, la Biblioteca universale Rizzoli, era nata già dalla fine degli anni Quaranta e un libro economico costava 50 lire per ogni cento pagine. In quegli anni nascevano le prime collane di fantascienza come Urania, e nei primi anni Sessanta anche la Mondadori avrebbe cominciato a pubblicare i suoi Oscar, libri tascabili alla portata di tutti.
Quando parliamo di cultura diffusa parliamo della possibilità di usufruire di prodotti culturali, più o meno alti, che diventavano uno strumento di condivisione, se ne poteva parlare, riguardavano quasi tutti. Le discussioni sui programmi televisivi, dai quiz agli sceneggiati, andavano di pari passo con le nuove letture, con gli scrittori che diventavano famosi anche in ambienti impensabili.
Alberto Moravia raccontava spesso che alla metà degli anni Cinquanta, durante un viaggio in automobile nel Sud dell'Italia, si era fermato in un'osteria nell'entroterra sperduto della Basilicata. Quasi subito gli si era avvicinato il cameriere chiedendogli ammirato se lui fosse proprio "lo scrittore Moravia". Era davvero incredibile: dove poteva aver visto delle sue fotografie? E come aveva potuto leggere i suoi libri?
Il sistema funzionava in quel modo. Era un meccanismo a pioggia. Un vero e proprio sistema culturale indirizzava e suggeriva per tutti, i testi, i programmi e i film che si davano al cinema; si potevano vedere, discutere e condividere. Nei bar, nei paesi, nelle città si parlava di calcio e di libri, di film e di televisione. Avveniva per tutti allo stesso modo. Donna Letizia, maestra delle buone maniere, consigliava alla fine degli anni Cinquanta di non guardare la televisione assieme alle donne di servizio, e se proprio non se ne poteva fare a meno, che non si permettesse loro di fare commenti sulle trasmissioni che andavano in onda. Questo divieto di condividere gli eventi dimostrava che esisteva un humus comune, intergenerazionale, che non badava alle classi sociali. Il ricco poteva permettersi di comprare il televisore, ma poi finiva per vedere le stesse cose del povero che andava a guardare i programmi nel bar di quartiere. Il cameriere riconosceva Moravia come noto intellettuale. I libri appartenevano a tutti, anche se con delle differenze. E il cinema, a parte alcune eccezioni, si apriva agli appassionati senza distinzioni.
Ma il punto era proprio questo: c'era un terreno da condividere, discorsi comuni. Era così importante sapere le cose che ci si rammaricava di aver perso l'ultimo film, di non aver visto un programma molto seguito, di non aver letto il best seller del momento.
Oggi l'atomizzazione dei prodotti culturali sta sconvolgendo le cose. E lo farà sempre di più. I librai dicono che ormai si vende di tutto un pò, non i soli best seller. Amazon offre un catalogo smisurato, dove ci sono anche i libri esauriti, dove si possono ordinare testi usati, e dove la ricerca dei libri può essere fatta non più solo per autore, titoli, editore o collana, ma anche per parola chiave, mettendo un termine che ci interessa e vedere a quali risultati porta. Per non dire dei dvd e di prodotti simili, reperibili su Amazon ma dal prossimo autunno anche su Netflix.
Ognuno leggerà libri diversi, vedrà film che non ha deciso nessuno si debbano vedere. Le strategie di marketing culturale si perderanno in mille rivoli strani.
L'atomizzazione della fruizione porterà a costruire mondi univoci, dove ognuno parlerà di quello che gli interessa, con se stesso o con un ristretto gruppo di riferimento. Con il vantaggio di una grande libertà e lo svantaggio di non avere più argomenti di conversazione condivisa.
CANZONE CONSIGLIATA: Good Guys, Mika.
Ci aggiriamo in mezzo a tanti miti, su di noi e gli altri, che non possiamo non sentirci sollevati quando qualcuno ci vede e ci accetta per quel che siamo.
Quando parliamo di cultura diffusa parliamo della possibilità di usufruire di prodotti culturali, più o meno alti, che diventavano uno strumento di condivisione, se ne poteva parlare, riguardavano quasi tutti. Le discussioni sui programmi televisivi, dai quiz agli sceneggiati, andavano di pari passo con le nuove letture, con gli scrittori che diventavano famosi anche in ambienti impensabili.
Alberto Moravia raccontava spesso che alla metà degli anni Cinquanta, durante un viaggio in automobile nel Sud dell'Italia, si era fermato in un'osteria nell'entroterra sperduto della Basilicata. Quasi subito gli si era avvicinato il cameriere chiedendogli ammirato se lui fosse proprio "lo scrittore Moravia". Era davvero incredibile: dove poteva aver visto delle sue fotografie? E come aveva potuto leggere i suoi libri?
Il sistema funzionava in quel modo. Era un meccanismo a pioggia. Un vero e proprio sistema culturale indirizzava e suggeriva per tutti, i testi, i programmi e i film che si davano al cinema; si potevano vedere, discutere e condividere. Nei bar, nei paesi, nelle città si parlava di calcio e di libri, di film e di televisione. Avveniva per tutti allo stesso modo. Donna Letizia, maestra delle buone maniere, consigliava alla fine degli anni Cinquanta di non guardare la televisione assieme alle donne di servizio, e se proprio non se ne poteva fare a meno, che non si permettesse loro di fare commenti sulle trasmissioni che andavano in onda. Questo divieto di condividere gli eventi dimostrava che esisteva un humus comune, intergenerazionale, che non badava alle classi sociali. Il ricco poteva permettersi di comprare il televisore, ma poi finiva per vedere le stesse cose del povero che andava a guardare i programmi nel bar di quartiere. Il cameriere riconosceva Moravia come noto intellettuale. I libri appartenevano a tutti, anche se con delle differenze. E il cinema, a parte alcune eccezioni, si apriva agli appassionati senza distinzioni.
Ma il punto era proprio questo: c'era un terreno da condividere, discorsi comuni. Era così importante sapere le cose che ci si rammaricava di aver perso l'ultimo film, di non aver visto un programma molto seguito, di non aver letto il best seller del momento.
Oggi l'atomizzazione dei prodotti culturali sta sconvolgendo le cose. E lo farà sempre di più. I librai dicono che ormai si vende di tutto un pò, non i soli best seller. Amazon offre un catalogo smisurato, dove ci sono anche i libri esauriti, dove si possono ordinare testi usati, e dove la ricerca dei libri può essere fatta non più solo per autore, titoli, editore o collana, ma anche per parola chiave, mettendo un termine che ci interessa e vedere a quali risultati porta. Per non dire dei dvd e di prodotti simili, reperibili su Amazon ma dal prossimo autunno anche su Netflix.
Ognuno leggerà libri diversi, vedrà film che non ha deciso nessuno si debbano vedere. Le strategie di marketing culturale si perderanno in mille rivoli strani.
L'atomizzazione della fruizione porterà a costruire mondi univoci, dove ognuno parlerà di quello che gli interessa, con se stesso o con un ristretto gruppo di riferimento. Con il vantaggio di una grande libertà e lo svantaggio di non avere più argomenti di conversazione condivisa.
CANZONE CONSIGLIATA: Good Guys, Mika.
Ci aggiriamo in mezzo a tanti miti, su di noi e gli altri, che non possiamo non sentirci sollevati quando qualcuno ci vede e ci accetta per quel che siamo.
#1LUGLIO #LOVEWINS
A Genova, al Festival delle Idee, il premier Matteo Renzi, intervistato da Ezio Mauro, direttore di Repubblica, ha confermato che presto il governo tornerà ad occuparsi dei diritti civili. Dovremmo essere contenti, mentre invece il mio primo sincero commento è stato: "Che barba!". Da quanti decenni ogni tanto si torna a discutere di una legge che consenta unioni civili che abbiano lo stesso valore, che assicuri gli stessi diritti e gli stessi doveri del matrimonio laico, anche tra due donne o due uomini? Da quanti decenni gli schieramenti sono sempre gli stessi e dicono le stesse cose, per scontrarsi e poi lasciar perdere perchè il Paese ha anche altre necessità impellenti? Nessuno pretende che questa unione venga celebrata in chiesa, a nessuno viene in mente di pretendere che la Chiesa l'approvi. In Italia il divorzio e l'interruzione di gravidanza e la procreazione assistita sono legali, anche se la Chiesa non può accettarli. E in questo senso mi viene in mente una mia amica molto cattolica che andò dal suo parroco a dirgli che voleva lasciare il marito odioso e si sentì rispondere: "Ognuno ha la sua croce e tutti la devono portare". Al che lei gli ha detto: "Guardi, me la porti lei che è il suo mestiere", e se n'è andata.
Allora si torna da capo, a girare attorno alla famiglia naturale che non esiste, essendo una convenzione di ordine sociale e procreativo che poi la Chiesa ha accolto e trasformato in sacramento: e una famiglia non può essere composta che da un uomo e da una donna, perchè è la loro unione fisica a permettere di continuare la specie.
Lo è o lo era? Oggi la scienza fa nascere bambini con un ovulo di donna, un seme di uomo e talvolta con un utero altro: domani chissà. Insomma, chiunque desideri un figlio può cercare di averlo: una coppia etero, una coppia di donne, una coppia di uomini. E temo di dover di nuovo sentir raccontae che i bambini devono crescere con una mamma e un papà: allora mi viene in mente quella mia compagna di classe delle elementari che ha perso la sua mamma a 4 anni e suo padre e la sua zia le sono bastate. Un'altra mia amica d'infanzia ha perso la mamma alla nascita e il padre le è bastato, anche prima che lui si risposasse.
Qualche settimana fa in Irlanda, nazione molto più cattolica dell'Italia, dove l'omosessualità non è più reato solo dal 1993, dove l'interruzione di gravidanza è ancora illegale, in un referendum sulle unioni tra persone dello stesso sesso il sì ha largamente vinto. La Chiesa irlandese non è direttamente intervenuta e solo dal Vaticano è arrivato un durissimo commento al risultato, da parte del segretario di Stato cardinale Parolin: "Una sconfitta per l'umanità".
E' ovvio che se fosse possibile anche in Italia un riconoscimento giuridico delle coppie non etero, si finirebbe finalmente per non parlarne più, e forse per ricorrervi sempre meno, dopo i primi entusiasmi: del resto tutti si stanno sposando sempre meno.
Nel dibattito o scontro o come volete chiamarlo che si ripresenterà in autunno, ci sarà, per fortuna, un nuovo elemento, per quanto stravagante, sostenuto da colti intellettuali esageratamente pro-gay. Secondo loro, se gli omosessuali potranno sposarsi, diventeranno "banali come essi non sono mai stati". A parte il fatto che in passato, obbligati a nascondersi, i grandi gay si sposavano ovviamente con una signora, vedi Oscar Wilde, e ancora oggi molti omosessuali che non si accettano mettono su famiglia, spesso rovinosa. Come scrive Pietro Citati sul Corriere della Sera, "mentre conquistano i propri diritti gli omosessuali pretendono di essere come gli altri, ciò che certo non sono: tanta è la singolarità di condizioni che li distingue. Questa è un'offesa a loro stessi: un'offesa alla loro vita quotidiana, una cancellazione dell'abisso e del fascino che li circonda".
Va bene: ma il fascino della creatività l'hanno pure gli etero, e allora perchè gay e lesbiche operaie medici, giornalisti, poliziotti, maestri, ministre eccetera devono essere diversi, e perchè non possono avere dirtti?
CANZONE CONSIGLIATA: Monster, Mumford & Sons.
La musica può insegnarti tanto. Ascoltarla è come ingerire un'altra vita.
Allora si torna da capo, a girare attorno alla famiglia naturale che non esiste, essendo una convenzione di ordine sociale e procreativo che poi la Chiesa ha accolto e trasformato in sacramento: e una famiglia non può essere composta che da un uomo e da una donna, perchè è la loro unione fisica a permettere di continuare la specie.
Lo è o lo era? Oggi la scienza fa nascere bambini con un ovulo di donna, un seme di uomo e talvolta con un utero altro: domani chissà. Insomma, chiunque desideri un figlio può cercare di averlo: una coppia etero, una coppia di donne, una coppia di uomini. E temo di dover di nuovo sentir raccontae che i bambini devono crescere con una mamma e un papà: allora mi viene in mente quella mia compagna di classe delle elementari che ha perso la sua mamma a 4 anni e suo padre e la sua zia le sono bastate. Un'altra mia amica d'infanzia ha perso la mamma alla nascita e il padre le è bastato, anche prima che lui si risposasse.
Qualche settimana fa in Irlanda, nazione molto più cattolica dell'Italia, dove l'omosessualità non è più reato solo dal 1993, dove l'interruzione di gravidanza è ancora illegale, in un referendum sulle unioni tra persone dello stesso sesso il sì ha largamente vinto. La Chiesa irlandese non è direttamente intervenuta e solo dal Vaticano è arrivato un durissimo commento al risultato, da parte del segretario di Stato cardinale Parolin: "Una sconfitta per l'umanità".
E' ovvio che se fosse possibile anche in Italia un riconoscimento giuridico delle coppie non etero, si finirebbe finalmente per non parlarne più, e forse per ricorrervi sempre meno, dopo i primi entusiasmi: del resto tutti si stanno sposando sempre meno.
Nel dibattito o scontro o come volete chiamarlo che si ripresenterà in autunno, ci sarà, per fortuna, un nuovo elemento, per quanto stravagante, sostenuto da colti intellettuali esageratamente pro-gay. Secondo loro, se gli omosessuali potranno sposarsi, diventeranno "banali come essi non sono mai stati". A parte il fatto che in passato, obbligati a nascondersi, i grandi gay si sposavano ovviamente con una signora, vedi Oscar Wilde, e ancora oggi molti omosessuali che non si accettano mettono su famiglia, spesso rovinosa. Come scrive Pietro Citati sul Corriere della Sera, "mentre conquistano i propri diritti gli omosessuali pretendono di essere come gli altri, ciò che certo non sono: tanta è la singolarità di condizioni che li distingue. Questa è un'offesa a loro stessi: un'offesa alla loro vita quotidiana, una cancellazione dell'abisso e del fascino che li circonda".
Va bene: ma il fascino della creatività l'hanno pure gli etero, e allora perchè gay e lesbiche operaie medici, giornalisti, poliziotti, maestri, ministre eccetera devono essere diversi, e perchè non possono avere dirtti?
CANZONE CONSIGLIATA: Monster, Mumford & Sons.
La musica può insegnarti tanto. Ascoltarla è come ingerire un'altra vita.
#LAURAANTONELLI
Le scene più magiche di Amarcord, girato nel 1973 da Federico Fellini, sono quelle della nebbia.
La nebbia dell'inverno riminese, la nebbia sul mare al passaggio del transatlantico Rex, la vaga foschia quando i protagonisti ballano davanti a un Grand Hotel deserto. E le pianure brumose fotografate da Luigi Ghirri sono nella loro indeterminatezza, di una nitidezza meravigliosa.
Qualche mese fa, leggendo un libro sul grande maestro Henri Cartier-Bresson mi rendevo conto di quanto il fascino delle sue immagini fosse tutto nel movimento, nell'effetto sfocato di persone che entrano nell'immagine, che stanno camminando, o che stanno uscendo dall'inquadratura. Cartier-Bresson aveva detto una volta, con grande intelligenza che "la nitidezza è un concetto borghese".
Se aveva ragione lui, allora siamo in un'epoca decisamente borghese, perchè la nitidezza è diventata una condizione irrinunciabile del nostro modo di vedere e di pensare il mondo. Oggi la tecnologia 4K è ormai molto diffusa e alla portata di tutti. Da pochi mesi alcuni schermi di computer montano una nuova tecnologia 5K e l'8K, che renderà i nostri televisori ultradefiniti, è un traguardo non più così lontano. I nostri occhi si stanno abituando a una nitidezza impressionante, dove tutto è così reale, così intenso, così dettagliato da apparire come fosse vero, fino a provare a toccare le immagini per vedere se esistono.
Ma la nitidezza è un'invenzione culturale, non è un traguardo tecnologico. Non solo i sogni più intensi non sono nitidi, e non lo sono i film più poetici, e non lo sono i fotografi geniali. Ma la nitidezza viene scambiata il più delle volte come realtà, e il dettaglio come verità.
C'è un vecchio detto che dice: " da vicino nessuno è normale". Significa che se tu ti avvicini molto a qualcosa, scopri i suoi difetti, le sue ferite, le sue imprecisioni, tutto quello che ingrandisci troppo ti può apparire persino mostruoso. I pittori di un tempo per giudicare un quadro, che fosse il loro o di chiunque altro, si mettevano a debita distanza. La seduzione è fatta di luci soffuse e di immagini non troppo nitide, e i nostri ricordi più belli sono lontani dalla iperrealtà di questo mondo moderno.
Perchè allora inseguire il più possibile una nitidezza ossessiva nel restituire le immagini del mondo, che siano fotografie, video, o film? Perchè si scambia la nitidezza per l'esattezza. Si pensa che un'immagine è esatta quante più informazioni contiene. Per cui saper distinguere tutti i pori della pelle di un attore è un modo paragonabile al vederlo dal vero, riprodurre un muro scrostato fino al dettaglio più infinitesimale significa renderlo più esatto.
Ma l'esattezza non è esattamente questo. Giacomo Leopardi nei primi passi dello Zibaldone fa l'elogio della vaghezza. O meglio dell'indefinito, che sarebbe il contrario dell'esattezza. E Italo Calvino, nella sua terza lezione americana, dedicata proprio all'esattezza, fa notare che Leopardi da un lato elogia il vago, dall'altro è assai preciso nel descrivere le cose. Come se ci fosse una contraddizione in questo. Solo che stiamo parlando di letteratura, non di immagini. E la letteratura non resituisce la visione della realtà, ma alla realtà si sovrappone utilizzando le parole. Mentre le immagini hanno un continuo bisogno dell'indefinito, della vaghezza, del sogno, e di tutta una serie di suggestioni sfuggenti. Perchè siamo noi a completarle, e siamo noi a trovare negli spazi indefiniti emozioni e verità.
Le immagini spettacolari dei futuri schermi dei nostri computer, dei nostri tablet e dei nostri televisori non ci aiuteranno a capire che nitidezza e verità non vanno d'accordo. Che descrivere tutto quello che si vede, senza lasciare vuoti e immaginazione, è noioso; e che riuscire a distinguere anche l'ultima crepa di una statua non è un modo per apprezzarla al meglio, e che Cartier-Bresson, Ghirri e Fellini avevano ragione. La nitidezza è un concetto borghese. Uno status quo, un'immaginazione spenta, un sogno fastidioso. Eppure tutti inseguono questa falsa realtà che ci stupisce, ci rimbambisce, e toglie verità alle nostre vite.
CANZONE CONSIGLIATA: Hide and Seek, Imogen Heap + Laura, Simone Cristicchi.
Cara Laura, forse è vero: è tutta colpa dell'amore che riavvolgerà il destino. Riscrivendoci il copione.
Ma in ogni fotogramma resti sempre la più bella, lo diceva anche nonno.
Mentre scorrono veloci i titoli di coda vorrei dirti che non è ancora troppo tardi per riavere la tua vita.
Ora che sei libera e cammini lontano da qui e da noi, se puoi, salutami il mio nonno.
La nebbia dell'inverno riminese, la nebbia sul mare al passaggio del transatlantico Rex, la vaga foschia quando i protagonisti ballano davanti a un Grand Hotel deserto. E le pianure brumose fotografate da Luigi Ghirri sono nella loro indeterminatezza, di una nitidezza meravigliosa.
Qualche mese fa, leggendo un libro sul grande maestro Henri Cartier-Bresson mi rendevo conto di quanto il fascino delle sue immagini fosse tutto nel movimento, nell'effetto sfocato di persone che entrano nell'immagine, che stanno camminando, o che stanno uscendo dall'inquadratura. Cartier-Bresson aveva detto una volta, con grande intelligenza che "la nitidezza è un concetto borghese".
Se aveva ragione lui, allora siamo in un'epoca decisamente borghese, perchè la nitidezza è diventata una condizione irrinunciabile del nostro modo di vedere e di pensare il mondo. Oggi la tecnologia 4K è ormai molto diffusa e alla portata di tutti. Da pochi mesi alcuni schermi di computer montano una nuova tecnologia 5K e l'8K, che renderà i nostri televisori ultradefiniti, è un traguardo non più così lontano. I nostri occhi si stanno abituando a una nitidezza impressionante, dove tutto è così reale, così intenso, così dettagliato da apparire come fosse vero, fino a provare a toccare le immagini per vedere se esistono.
Ma la nitidezza è un'invenzione culturale, non è un traguardo tecnologico. Non solo i sogni più intensi non sono nitidi, e non lo sono i film più poetici, e non lo sono i fotografi geniali. Ma la nitidezza viene scambiata il più delle volte come realtà, e il dettaglio come verità.
C'è un vecchio detto che dice: " da vicino nessuno è normale". Significa che se tu ti avvicini molto a qualcosa, scopri i suoi difetti, le sue ferite, le sue imprecisioni, tutto quello che ingrandisci troppo ti può apparire persino mostruoso. I pittori di un tempo per giudicare un quadro, che fosse il loro o di chiunque altro, si mettevano a debita distanza. La seduzione è fatta di luci soffuse e di immagini non troppo nitide, e i nostri ricordi più belli sono lontani dalla iperrealtà di questo mondo moderno.
Perchè allora inseguire il più possibile una nitidezza ossessiva nel restituire le immagini del mondo, che siano fotografie, video, o film? Perchè si scambia la nitidezza per l'esattezza. Si pensa che un'immagine è esatta quante più informazioni contiene. Per cui saper distinguere tutti i pori della pelle di un attore è un modo paragonabile al vederlo dal vero, riprodurre un muro scrostato fino al dettaglio più infinitesimale significa renderlo più esatto.
Ma l'esattezza non è esattamente questo. Giacomo Leopardi nei primi passi dello Zibaldone fa l'elogio della vaghezza. O meglio dell'indefinito, che sarebbe il contrario dell'esattezza. E Italo Calvino, nella sua terza lezione americana, dedicata proprio all'esattezza, fa notare che Leopardi da un lato elogia il vago, dall'altro è assai preciso nel descrivere le cose. Come se ci fosse una contraddizione in questo. Solo che stiamo parlando di letteratura, non di immagini. E la letteratura non resituisce la visione della realtà, ma alla realtà si sovrappone utilizzando le parole. Mentre le immagini hanno un continuo bisogno dell'indefinito, della vaghezza, del sogno, e di tutta una serie di suggestioni sfuggenti. Perchè siamo noi a completarle, e siamo noi a trovare negli spazi indefiniti emozioni e verità.
Le immagini spettacolari dei futuri schermi dei nostri computer, dei nostri tablet e dei nostri televisori non ci aiuteranno a capire che nitidezza e verità non vanno d'accordo. Che descrivere tutto quello che si vede, senza lasciare vuoti e immaginazione, è noioso; e che riuscire a distinguere anche l'ultima crepa di una statua non è un modo per apprezzarla al meglio, e che Cartier-Bresson, Ghirri e Fellini avevano ragione. La nitidezza è un concetto borghese. Uno status quo, un'immaginazione spenta, un sogno fastidioso. Eppure tutti inseguono questa falsa realtà che ci stupisce, ci rimbambisce, e toglie verità alle nostre vite.
CANZONE CONSIGLIATA: Hide and Seek, Imogen Heap + Laura, Simone Cristicchi.
Cara Laura, forse è vero: è tutta colpa dell'amore che riavvolgerà il destino. Riscrivendoci il copione.
Ma in ogni fotogramma resti sempre la più bella, lo diceva anche nonno.
Mentre scorrono veloci i titoli di coda vorrei dirti che non è ancora troppo tardi per riavere la tua vita.
Ora che sei libera e cammini lontano da qui e da noi, se puoi, salutami il mio nonno.
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