QUANDO NON CI SARO' PIU'

Ciao...
...è proprio vero che la parte più complicata di una lettera è l'inizio.
Questo foglio di carta a righe strappato, rubato dal centro del quaderno che uso per scrivere i testi delle canzoni, sembra uno di quei fogli protocollo sui quali da anni non scrivo più i temi, le versioni di latino o i compiti in classe di inglese.
Bravo, voglio dirti bravo perchè ti vedo camminare verso il futuro con il passo di un bambino sempre più consapevole.
Non so se e quando leggerai questa lettera, perchè io non ci sarò più. Spero che tu non stia male, mi auguro che gli occhi che leggeranno queste righe siano quelli di un ragazzo felice, soddisfatto e già pieno di ricordi, sicurezze, equilibrio, ma soprattutto amore.
Non è facile, a ventitrè anni, trovare la spinta o la voglia di scrivere quello che diventerà il proprio testamento, ma sento che è una di quelle cose "da fare".
Sono stupida perchè ho già riempito la prima pagina senza averti ancora veramente detto niente.
Per prendere fiato e riordinare le idee ho dato un sorso alla tazza di orzo che ho accanto a me, ma è ancora bollente e quindi ricomincio a scrivere. Tanto prendere tempo è inutile quando ormai hai deciso di non prendertene più, di tempo.
Tra non moltissimo metterò in atto una scelta di quelle che, per come la vedo io, potrebbe benissimo essere definita LA SCELTA.
Uno di quei bivi di fronte ai quali a volte ci si trova e che, oltre a cambiare definitivamente la propria rotta, potrebbe cambiare anche quella degli altri.
Tra poco, dopo tanto tempo speso a provare e a faticare, sparirò.
Sorrido perchè credo che, quando leggerai questa lettera, tutto quello di cui ti sto parlando sarà già accaduto e forse starai scorrendo queste righe disordinate e senza senso sforzandoti di accennare un sorriso anche tu, perchè quella che ti presento come una notizia sconvolgente potrebbe essere diventata solo un ricordo archiviato da anni. Uno di quei dati di fatto ai quali al massimo dedichiamo un pensiero durante un momento di forte nostalgia.
Nel tuo silenzio e nel tuo saper tenerti in disparte hai dimostrato la maestria di chi è sufficientemente maturo per stare al mondo.
Sei già un uomo e io sono orgogliosa di te.
Sento che sai quanto amore, passione e generosità ho messo in tutto quello che ho fatto nella vita. Quanto ho faticato per provare a stare meglio e sentirmi davvero in pace con me stessa. Tu lo sai.
Purtroppo, sento di aver fallito e, a un passo dai miei ventiquattr'anni, mi ritengo sconfitta. Tristemente, mi preparo alla resa.
Tu sei sempre stato lì a osservare tutto da mezzo metro, con curiosità, discrezione e profondo spirito critico: i movimenti, le vittorie, i drammi, le solitudini, i successi, le fatiche. Me.
Ho sempre avuto l'impressione che tu sapessi bene cosa mi muoveva e cosa stavo pensando e quanto genuina fosse la mia voglia di tradurre in qualcos'altro il mio mutismo sentimentale.
Ecco, forse è questo il motivo per il quale lascio tutto: io "muta" non voglio più rimanere.
Ho lavorato molto su di me e sui miei limiti, la mia interiorità e il mio bisogno di cambiare, arrabbiarmi, parlare, contare su qualcuno, amare, odiare...tutti quegli istinti che per anni hanno avuto voce solo nelle mie canzoni.
Chissà se tutti quei messaggi in codice sono stati decifrati dai destinatari?
E' così: le mie canzoni e quello che ho scritto hanno sempre contenuto un messaggio univoco, che gli altri dovevano o capire o non capire affatto. Che strano, eh?
Non sono mai stata in grado di usare le parole e ho mimetizzato qualunque sentimento tra i versi di una canzone, soffocandolo in una giungla di versi, in una melodia.
Ma ora non basta più.
Ti scrivo perchè chiedo a te di tenere vivo il mio ricordo. Perchè quello che rimane sia tuo e solo tuo, perchè ci sia poco ma quel poco sia buono, dolce, sia come tu puoi capire.
Ti lascio una collezione di quaderni, è quanto di più prezioso ho nella vita perchè è la mia vita stessa: registrata da quando avevo quindici anni.
Non ho il coraggio di bruciarli e nemmeno di leggerli, ho paura che qualcuno li scopra ma non riesco a disfarmene, è più forte di me.
Se vuoi un parere: non aprirli. Io forse non riuscirei a leggere i tuoi.
Ma lascio a te la scelta.
Puoi leggeerli-e anche riderne-, conservarli, nasconderli, ma una cosa ti chiedo: proteggili.
Il mondo sa di essere cattivo con chi non riesce a difendersi e io non ho mai veramente imparato a farlo.
E poi fammi un piacere, uno solo: sii orgoglioso, qualunque persona tu sia diventata. Io sono certa che chi sta leggendo queste righe è un ragazzo degno di essere definito tale perchè sa amare e rispettare. Lo vedo già.
Non fare come me che, volendomi perfetta, ho passato la vita a osservare solo quello che di me pensavo non andasse bene, finendo per non avere nulla tra le mani, tranne la mia voglia di morire.
Adesso ti saluto, ma un'ultima cosa te la voglio scrivere.
Voglio dirlo in questa lettera anche se sarà l'ultima cosa che ci unirà, almeno qui sulla terra: sei la persona alla quale ho voluto più bene in assoluto in vita mia.
Non dimenticarlo mai, non dimenticarti.

PS Tanto per sdrammatizzare sappi che ora sto piangendo pure io, ammesso e non concesso che anche tu lo stia facendo. Anzi, ecco una lacrima.

La zia Jù.

TUTTO ( O QUASI) SU MIA MADRE

Quando mia mamma, con una regolarità degna di miglior causa, mi sculacciava praticamente ogni giorno, finiva il suo rito spiegandomi che l'aveva fatto "per il mio bene". Con le cosce rosse e bianche per il segno delle cinque dita e la faccia colorata dalle lacrime ormai secche, confesso che facevo una certa fatica a capire la ragione delle sue parole. Il mio bene mi sembrava agli antipodi da quella dose giornaliera di sberle.
L'ho capito dopo, quel senso. Quando non mi sculacciava più.
Adesso è difficile spiegarlo ai miei ventiquattro anni ribelli, alla mia voglia di conoscere il mondo, troppe volte frenata dagli autolimiti che mi do. Dai miei no. (Perchè di sberle non è proprio più il tempo, anche prima che quel pretore le dichiarasse "anticostituzionali": ma non vi sembra esagerato? Non vi sembra che certe sentenze andrebbero riservate a decisioni un pò più importanti di un paio di scapaccioni?) . Eppure quel rituale quotidiano mi ha insegnato- magari in una forma un pò troppo esuberante- che certe cose si possono fare altre no. Mi ha insegnato che esistono dei limiti, delle frontiere. Che alcune cose sono permesse e altre no. Che non potevo fare tutto quello che volevo.
Non era un consiglio da amica. Era un insegnamento da genitore. Perchè mia mamma non ha mai cercato di essermi amica anche se continua a curarmi come una neonata e mi fa ridere quando sono a pezzi: si sforza di farmi da genitore.
Ripeto un pò le parole, però non ci sono molti termini per spiegare questa differenza che qualche volta rischia di dissolversi tra una tentazione pseudo-pedagogica e una stanchezza esistenziale.
Ecco. Stanchezza è proprio la parola giusta. Non sempre è facile dire di no, resistere alle mie repliche o ai miei sguardi offesi, magari alle mie accuse. Ma a volte penso che non possa fare altro.
A sedici anni, come a dodici, a diciotto e anche a ventiquattro, spesso si crede che il mondo sia a portata delle nostre mani, che tutto sia permesso, che non esistano ragioni valide per negarci niente: perchè no? E a volte è impossibile trovare una risposta razionale. Ma ho imparato presto che il mondo non è fatto solo di risposte razionali. E' fatto di errori, di follie, di tentazioni, di inciampi. Soprattutto è fatto di ostacoli e limiti da superare e abbattere.
Mia madre, mi ha insegnato a saltarli quegli ostacoli, mi ha trasmesso la forza che mi era necessaria per andare oltre e lo ha fatto sebbene, a volte, quella forza mancasse anche a lei: quello che penso è che il suo compito sia stato quello di farmeli vedere quegli ostacoli, di disegnarmele quelle frontiere. Ma non proibirmi di superarle. Perchè le proibizioni non vanno mai bene e perchè devo decidere da sola se saltarle, aggirarle, infrangerle, dimenticarle o riderci sopra. Posso fare tutto quello che voglio, ma sono io a farlo e soprattutto so che ogni tanto nella mia vita troverò ancora dei limiti con cui dovrò lottare.
Ecco cos'è, forse, il "mio bene": non credermi come Superman o Wonderwoman, ma sapere che esistono dei limiti. Per avere la forza di superarli, per non lasciarmene mai condizionare. Io so che ne sono capace.
Ringrazio mia madre per avermi fatto "provare", per avermi fatto misurare le mie forze. Come? Nell'unico modo in cui un genitore può farlo. dicendomi di no. Perchè no? Perchè no! Senza paura di essere autoritaria o anti-democratica.
La democrazia l'ho conquistata da sola, insieme ai miei amici, quando ho imparato a camminare da sola. E ho lasciato i miei genitori a casa: preoccupati per il mio futuro ma certi che saprò affrontarlo.

La Jù.

NOTTEINBIANCO&PENSIERICOLORATI

Mia madre è la cucina. Mio padre è il salotto. Più precisamente il divano del salotto.
Io, invece, sono stata camera mia e quella soltanto. Lì dentro c'ho buttato di tutto. Ho cercato di coprire i muri spogli con quante più foto e ritagli di giornale potesse, solo perchè al momento di dormire potessi fingere di trovarmi ancora lì, in quei posti , dove, in un certo senso, ero salva insieme a James Dean, Montgomery Clift e John Lennon.
Una volta il prete ha detto che la salvezza te la guadagni a forza di portare croci in cima al tuo monte sacro. Io, sulla sua cima, ci portavo gli amici a vedere le mie promesse infrante. Sembrava più un cimitero di una città fantasma che non fa più paura. Un posto come un altro dove giocare a poker.
In due grossi scatoloni ho tenuto fino all'altro ieri tutte le mie lettere. I biglietti dell'autobus non timbrati. Le frasi scritte su un pezzo di scottex e appiccicate alla bell'e meglio sul parabrezza della macchina. Ho tenuto tutto quanto come una maniaca. O forse solo come una che ha paura di perdere. Un nome, un indirizzo, un episodio. Qualche vita da trovare in uno scatolone quando la tua cade a pezzi. Parole mai paghe, ma invecchiate in attesa di riscuotere gli interessi di una risposta ancora da venire.
I mie diari.
Leggo qua e là. Ah...anche dieci anni fa avevo paura.
"Senza poterlo dire a nessuno. Perchè si aspettano da me che li ascolti, che li salvi, che lì io sappia sempre cosa fare...".
Le solite cose. Un pò meno "svegliarmi alle tre del mattino perchè un fantasma di dieci anni prima bussa alla mia notte...".
Stupido l'aver "raccontato tutta me stessa alle prime orecchie disponibili, solo perchè in giro non c'era nessuno di meglio e io avevo bisogno di sfogarmi". Stupida, si. Però quante volte, anche ieri.
"Finito per regalare a un estranea le mie scelte deprecabili" ( Deprecabili...da quando La Jù conosce questi termini?)
Tracce di me in quel "troppe volte desiderato aver un amica ( una mamma?) che mi capisse e non perchè mi comsidero ( scritto così, con la m- ora la riconosco mia mamma ) una persona di cui si può sentire la mancanza, il bisogno. Ma perchè so cosa vorrei, che chi mi sta accanto amasse, possedesse, detestasse, insomma. Una che fosse abbastanza vicino a me da permettersi il lusso di vederci dentro e aiutarmi, senza per questo prendermi per il culo. Senza dover sempre nascondere, difendere la porta che blocca il mio universo. Ti accorgi ben presto che non puoi pretender dalla gente che sia come tu la sogni. Perchè non ne hai il diritto.
Poi tutti quei maledetti non capisci, non capisci, non capisci...
Non sono quasi mai gli altri a non capire. La colpa è di chi spiega- vedi innumerevoli prof di mate che fanno odiare la materia a tutti quelli che amando la matematica avevano scelto proprio lo scientifico. E più vuoi raggiungere tutti, più rischi di perdere quei pochi che a fatica avevi conquistato...
Qualche volta mi piacerebbe essere morta prima...".
E scopro di essere rimasta sempre e soltanto sulla soglia di me stessa.

La Jù.

GOING UP THE COUNTRY

Le parole miagolate in filodiffusione dal finto Stevie Wonder sono un colpo durissimo per il mio umore. Evidentemente, penso, sono conciata proprio male se anche la regina delle canzoni generiche mi rimanda a Te. Il problema è che tutto sembra parlarmi DI Te. Le canzoni alla radio, le scene d'amore nei film, le scene d'odio nei film, le pubblicità scadenti di nuove tariffe telefoniche...Mi alzo per prendere una boccata d'aria, perchè sento di averne veramente bisogno. Non mi metto la giacca e l'aria gelida mi attraversa la bocca, facendomi solletico alla gola: la sua reazione al freddo mi diverte ogni volta. Sorrido e mi schiarisco la voce in modo molto bergamasco. Ovviamente quando si fa qualcosa di imbarazzante pensando di non essere visti da nessuno ci si sbaglia sempre.
In un angolo del cortile, vicino alla catasta di legna tagliata per il camino e ai margini di tutto il bailamme festaiolo, Marco se ne sta seduto, concentrato sul suo flute di prosecco scadente come se stesse cercando di contare le bollicine che fanno a gara per risalire la superficie opaca del bicchiere. Forse non mi ha nemmeno notato. Lo osservo a lungo prima di decidere se avvicinarmi o meno. Normalmente mi sarei fatta i fatti miei, lo avrei lasciato immerso nei suoi pensieri senza disturbare. Di solito, a essere onesti, non mi sarei nemmeno accorta di lui. Ma forse tristezza chiama tristezza, forse le persone sole finiscono per essere sole insieme. Forse sembrava l'unica persona più depressa di me e speravo che fare quattro chiacchiere con lui mi avrebbe tirato su di morale. Speravo mi raccontasse qualcosa di smodatamente tragico e irrisolvibile. Magari questa mattina, appena prima di venire qui, era stato dal dottore che gli aveva diagnosticato un cancro al fegato, ho fantasticato per un secondo.
Speravo mi raccontasse qualcosa di serio, insomma, qualcosa al cui confronto il fatto di sentirmi così sola potesse sembrare un problema trascurabile. Sempre grave, certo, ma obiettivamente meno di un ipotetico cancro al fegato. Almeno io potevo ancora bere. Lo avrei riscaldato con uno sguardo pieno di partecipata commiserazione e gli avrei detto: "Ehi, mi dispiace un sacco..." e poi avrei provato a dire qualcosa per consolarlo del tipo "Sì, ma ora non buttarti troppo giù, dicono che al giorno d'oggi l'Aids può essere curato...ti posso magari offrire qualche schiocchezza al bar, ti va?".
Ma forse sono solo un'inguaribile ottimista e quindi mi avvicino con passo cadenzato, simile a quello che poche ore prima ha esibito mia madre per raggiungere mio padre e fare pace.
"Ehi..." faccio io.
"Ehi" fa lui alzando leggermente lo sguardo ma non la testa.
"Anche tu superfan dei compleanni?" provo a buttare lì per rompere il ghiaccio.
"Già..." Ok, così non andiamo da nessuna parte. Marco si alza in piedi e inspira forte facendomi pesare la mia interruzione.
"Come va il lavoro?" aggiunge immediatamente, tanto per cambiare argomento.
"Bè...insomma, diciamo che siamo in un momento di pausa creativa...ma sai i clienti comprano in questo periodo, sotto Natale..." gli rispondo io tutta presa, dimenticandomi per un secondo che la sua era più che altro una domanda di circostanza.
"Certo, certo...bè ma quel tuo blog...come si chiama?"
"Machissenefrega?"
"Già, quello! Ecco, quello non è male."
"Già...già...non male, ma mi viene ogni volta una specie di ansia da prestazione, paura di essere poco credibile...cazzate così...sai com'è' no?"
"So com'è, certo" mi risponde abbassando nuovamente lo sguardo verso il bicchiere in cui lo spumante stava iniziando a riscaldarsi. "Bè, cerca ispirazione dalla vita di tutti i giorni, no?" mi consiglia. "Senti questa, prendi ad esempio questo compleanno, inquadratura su un ragazzo che sta per diventare maggiorenne. I suoi occhi sognanti. Puoi leggerci dentro tutto l'amore del mondo." E mi guarda come a dire "Bè, che te ne pare? " Mi pare che io sto messa di merda, ma anche tu non scherzi. Ecco cosa me ne pare.
"Forte" gli rispondo non troppo convinta. "E dovrei scrivere qualcosa su questa festa?"
"Non lo so...Forse le persone che credono che questa giornata faccia schifo? Come questa vita? Che ne dici? Comunque dammi retta, è una fortuna che tu non sia fidanzata..."
Una piccola scossa elettrica mi attraversa le tempie come una coltellata. Marco non se ne è nemmeno accorto e per fortuna, dopo qualche secondo, i muscoli, i nervi e i tendini si rilassano quasi contemporaneamente.
"Perchè, anche tu e Francesca..."
"Macchè...magari! No, no...siamo ancora insieme. Ma non puoi immaginare quanto inizi a odiare questa parola. Sono quasi sei anni, ormai. Insieme."
"Bè, ma non sembra che abbiate problemi, voglio dire a vedervi da fuori."
"Ogni giorno torno a casa sperando di aprire la porta e non trovarla più. Di trovare un biglietto in cui mi chiede di perdonarla ma ha deciso di andarsene per sempre."
"Ammazza, che esagerato...sai, le donne in genere preferiscono sentirsi dire robe tipo "ti amo, sei la mia vita" o "tieni il bancomat..." ridacchio da sola cercando di stemperare i toni di una discussione che si sta facendo più deprimente di quello che speravo.
"Ho provato a parlarle, a spiegarle che le cose devono cambiare...ma ogni volta che accenno il discorso scoppia a piangere e la discussione finisce. Non riesco ad andare avanti e mi sento in ostaggio della mia paura. In trappola. Non sono più felice, capisci? Un tempo lo ero e soprattutto credevo che lo sarei stato anche in futuro. Ora se penso al futuro mi viene da depressione. Sai qual è la verità? La verità è che la coppia è peggiorativa. Vince sempre il più meschino, il più cattivo, il più egoista. Cambiare una persona è difficile, ma migliorarla è impossibile. Ci si appiattisce sempre verso il basso e in questi anni, tutti e due, siamo solo riusciti a peggiorarci a vicenda. Abbiamo preso quanto di peggio avevamo entrambi da dare." Marco si concede una pausa sconsolata di silenzio, come se stesse riascoltando mentalmente le sue ultime parole per prenderne coscienza, prima di aggiungere: "In più è un periodo che mi parla di figli. Di bambini, capisci? Ma io non posso...sarebbe il più grosso errore della mia vita in questo momento...con questa donna..."
"E cosa hai intenzione di fare? Con lei intendo..." domando, riuscendo per la prima volta da quando sono stata lasciata a non pensare a me stessa.
Respira profondamente, come se questa confessione gli costasse uno sforzo fisico considerevole, e poi prosegue.
"Vorrei trasferirmi, dare una scossa a tutto quanto. Ricominciare da capo. Ho un pò di soldi da parte, quindi ho il culo parato per un periodo...Se non lo faccio adesso, quando potrò averne di nuovo l'occasione?"
"E con il lavoro?" mi sono permessa di chiedere.
"Cos'è? Vi siete messi d'accordo?" mi ringhia contro.
"No, è che mi sembra una domanda legittima...sensata..."
"Ma cos'è quest'ossessione per il lavoro? Perchè siete tutti convinti che il lavoro ci sia solo qua, a non più di un chilometro da casa dei vostri genitori? Ma dico, non avete voglia di girare il mondo, viaggiare, sperimentare, essere liberi per vostro stesso merito? Perchè avete così paura?"
"Non è paura...è che..."
"Che cosa?"
Non lo so. Non so cos'è. Non so perchè me ne stavo lì in piedi davanti a lui a cercare di convincerlo a restare. Aveva negli occhi un coraggio che non pensavo potesse appartenergli. Mi sembrava così strano sentirlo parlare in quel modo, che quasi non lo riconoscevo più.
Ripenso a quando ci siamo conosciuti, ai tempi delle medie. Marco era un compagno con il quale era piuttosto facile andare d'accordo. Non si lamentava mai ed era sempre accondiscendente col prossimo, e questo lo rendeva certamente il ragazzo più polare della scuola. Ricordo che una volta persino l'insegnante lo segnò assente sul registro nonostante lui fosse seduto bello composto nel suo banchetto. Qualche ragazza tendeva ad approffitarsi della sua pacatezza e, tra questi, io ero forse la più figlia di puttana. Mi piaceva giocare con lui perchè potevo essere sempre la più forte.
Alle superiori io e Marco ci perdemmo per un pò di vista, fino al giorno in cui tutti lo persero di vista. Aveva iniziato a lavorare come cameriere stagionale in un ristorante per raggranellare qualche soldo mentre si trascinava tra un esame e l'altro all'università quando come in un film, una sera, l'ultima sera della sua stagione, all'ultimo minuto dell'ultimo sera, l'ultimo cliente si presentò in cassa per pagare un caffè. Pagò con due euro e Marco doveva dargli un euro e venti di resto.
La leggenda vuole che per farsi una risata, prima di deporre la divisa, iniziò a scherzare con il cliente sul taglio delle monete che doveva rendergli come resto e, sempre leggenda vuole, che il cliente fosse un direttore di una delle più importanti banche del nostro paese. Rimase colpito dell'ormai prossimo ex cameriere e gli consigliò di trovarsi un lavoro che lo valorizzasse maggiormente, e così gli lasciò il suo biglietto da visita. Marco tornò a casa con un sorrisetto ebete stampato in faccia. Forse per la prima volta qualcuno si era accorto di lui senza averlo dovuto prima investire con la macchina.  La mattina dopo, non senza averci pensato prima un pò su, aveva chiamato il numero scritto sul cartoncino perla in formato 8x5.
Dal momento in cui riagganciò la cornetta, e questa non è leggenda ma sacrosanta verità, nessuno lo vide più ciondolare per le strade strette della provincia nè in nessun altro posto.
Si chiuse in casa per un anno intero. "Sto studiando i mutui" diceva ai pochi fortunati che riuscivano a parlargli al telefono. Ora lo consideravano proprio un coglione. Avevamo tutti diciott'anni e ci stavamo appena affacciando al decennio in cui una persona può fare più sesso che in tutto il resto della sua vita e lui stava in casa a studiare i mutui. Qualunque cosa volesse dire. Poi, di punto in bianco, nel giro di altri 365 giorni era già diventato uno dei primi venti mutuisti in tutta Italia con uno stipendio superiore a quello di mio padre, e aveva solo ventidue anni. La vita cambia. Chi è il coglione adesso, eh?
Suppungo che questa sia una di quelle storie dalle quali valga la pena tirare fuori un insegnamento, ma io ho sempre preferito berci su.
Comunque, tornando alla sua domanda, mentre ero lì in piedi a fissarlo e continuavo a provare un inspiegabile senso di fastidio che mi faceva pulsare le tempie, mi stavo gradualmente rendendo conto che aveva ragione. La mia non era paura. Era invidia. Quel sentimento maledetto che striscia talmente sottopelle che non te ne accorgi nemmeno, finchè non ha ormai raggiunto il cuore. E' come l'avaria che sta facendo affondare la tua nave e di cui ti accorgi troppo tardi, quando i topi hanno già rosicchiato tutti i fili del motore. Marco parlava sul serio. Non era una di quelle uscite del tipo "vado in Messico ad aprire un chiringuito sulla spiaggia". Non era impazzito urlando ai quattro venti di voler partire per andare a fare il cameriere di Burger King a Londra solo perchè gli piacevano tanto i Clash. Lui aveva un piano in mente e, conoscendolo, era piuttosto sicuro che ce l'avrebbe fatta. Il suo piano prevedeva una scelta difficile, la scelta che la maggior parte di noi non riesce a compiere: andare avanti.
In piedi, davanti a lui per un tempo che sembrava adesso interminabile, mi stavo chiedendo se avessi la metà del suo coraggio. Mi sembrava chiaramente di no e per questo lo odiavo. Lui non aveva paura di perdere, ma voglia di ottenere. Chissà se almeno ne era consapevole? Era il primo giorno della sua nuova vita. Avrebbe dovuto segnarlo sul calendario e festeggiarlo ogni anno come il suo nuovo compleanno. Quello della presa di coscienza.
Avrei voluto levare i calici e brindare con lui. E poi sfasciargli il bicchiere in pieno muso dall'invidia. Avrei voluto farlo alzare e mettermi a ballare con lui.
Aveva capito che la vita è fatta di eccessi e mancanze e che difficilmente riusciremo mai a tenerci stretto per sempre quello che ci fa sentire sicuri oggi. Aveva capito che aggrapparsi con tutte le proprie forze a un palo piantato nel terreno non è sufficiente a non cadere, e che solo restando in continuo movimento si è in grado di assorbire meglio i colpi.
Una parte di me avrebbe voluto congratularsi con lui, mentre l'altra parte di me, quella più stronza e incredibilmente quella che preferivo ascoltare, cercava di spaventarlo sollevando dubbi sulla sua scelta. Avrei dovuto incoraggiarlo invece di fargli delle domande del cazzo sul lavoro. Ma le persone sono spesso così. Pronte ad abbattarti con un bazooka se ti vedono volare troppo in alto, mentre loro se ne stanno con i piedi seppelliti due metri sottoterra. Quando hai il coraggio di fare qualcosa che gli altri non sono nemmeno in grado di sognare, tutti provano a scoraggiarti.

La Jù.



LE TASCHE PIENE DI SASSI

E' una questione di mani. Alcune volte mi prudono talmente forte dalla voglia di prendere a pugni qualcuno, altre invece sento scivolare tra le mie dita qualcosa di effimero come un nome, una stagione, qualcosa che dovevo stringere forte e invece ho lasciato andare via, per poi richiudere la mia mano col pollice tra le altre dita, come se fosse ferito. A volte un anello soffoca un dito e non riesco più a levarlo e rischio d'impazzire. Altre volte l'anello spezzato che mi aveva regalato mio fratello mi ricorda che certi legami sono come nodi gentili, mai troppo stretti.
E poi ci sono le mani perfette. Perchè è come provare un paio di guanti o ereditarli di nuovo da tuo fratello e scoprire che ti sono troppo larghi, ma ti devi accontentare.
Invece delle mani perfette ce n'è un paio soltanto per ognuno di noi in tutto il mondo. Il problema è che le mani non possono urlare. E quando si riconoscono vorrebbero urlartelo affinchè tu possa capire e quelle mani stringergliele. E non permettere mai che si stacchino da te. Ma tutto ciò che riescono a fare è provocarti una cascata di brividi che stavolta non parte dalla schiena, ma dal palmo.
E raggiunge la testa in un secondo febbrile. E il sangue nelle tue vene impazzisce.
Non ci siamo sposati perchè io non credo al matrimonio.
Lo vedo come un volgare contratto. Lui invece voleva solo una promessa. Nella buona e nella cattiva sorte. Ma in chiesa non c'è l'uscita di sicurezza e quel tipo di legame a me andava stretto. Gli dicevo che preferivo sentirmi libera di andarmene in qualsiasi momento. Meglio l'egoismo della finzione.
E lui non me l'ha impedito, non ha nemmeno lottato per farmi cambiare idea. Ha detto solo due parole: "Va bene".
E poi ci siamo lasciati. E pensare che a lui bastava un mio sguardo per chiudere gli occhi. Non dev'essere stato abbastanza bravo nella parte del menefreghista. Io stessa gli ripetevo spesso che gli stronzi sono più affascinanti. Ora si sente così stronzo...solo che per lui credo che quella parola significhi qualcos'altro. Provo pena per le sue illusioni. Ho smesso di credere che l'amore sia un punto fermo se devo sempre stargli dietro a correre senza poterlo tenere tra le mani, mai più di un qualche secondo "perchè se no arriva l'abitudine".
A ripensarci è stato infantile da parte mia credere ai "per sempre", però anche dolcissimo. E se tornassi indietro immagino che la penserei uguale, perchè quei brevi attimi in cui ho fatto finta di ignorare la realtà delle cose, mi è sembrato veramente che potessero durare.
La felicità. Una sera abbiamo quasi litigato perchè ero sbronza e gli avevo detto che la felicità non esiste. Che arriva e non resta mai. L'ospite che non inviti. L'ospite che se ne va prima che tu gli chieda di rimanere. Io quell'ospite l'ho cercato in tante di quelle persone sbagliate che mi sono stufata di fare feste e preparare inviti. Doveva essere questione d'equilibrio. Per imparare ad amare senza versare addosso all'altro tutto l'oceano che abbiamo dentro. O almeno, una goccia alla volta. Non importa se qualcuno se ne va via prima di aver anche solo assaggiato mezzo bicchiere.
Ma secondo me chi sa descrivere bene le cose, chi conosce le parole giuste da usare insomma, quelle cose non le ha mai vissute appieno.
Perchè l'equilibrio è precario per definizione. Si cade e si torna sul filo.
Che a volte si spezza di colpo anche se tu, quello stracazzo di baricentro per non scivolare, l'avevi trovato.
E così me lo immagino solo nel letto a parlare al soffitto ad alta voce, nella speranza che io senta, dovunque e con chiunque sia oramai. E chiedermi scusa per le volte che è stato possessivo nei miei confronti. Un altro modo sbagliato per spiegarmi la cosa giusta. Una cosa da niente. Che a me ci teneva, ma non riusciva mai a tenermi. Perchè bisogna aver paura ma fidarsi. Mischiare dolcezza e cinismo. Scrivere e non mandare. Incazzarsi ed essere comprensivi. Dirsi ti amo e poi tenerselo per sè. Essere sicurissimi ma restare nel dubbio. Dirsi per sempre e poi ci siamo lasciati. O pensare che ti bastavano i miei occhi per chiudere i tuoi.

La Jù.

LA SERA CHE NON SONO MORTA

C'era un vecchio disco dei Pink Floyd che non piaceva a nessuno. Cominciava con una macchina che sfrecciava e una radio che mandava notizie. In sottofondo potevi sentire quelle che sembravano monete fatte saltare in una mano.
Io adoravo quel disco. Parlava di guerra. Guerra e padri che se ne vanno. Ma a distanza di tanti anni ho capito perchè mi affascinasse tanto. Non era la musica, che pur mi lasciava senza fiato. Erano i suoni che ogni tanto buttavano in sottofondo.
Suoni di bombe laceranti, piccole vite di bambini che piangevano, lacrime colossali in cortile, catene e cancelli aperti bruscamente, il vetro di una finestra che si infrange, gomme di autocarri che scivolano sul ghiaccio, la scintilla della testa di un fiammifero che prende fuoco, la lamiera di un aereo che fischia nel cielo, la pioggia che piange sul tetto di una fabbrica, cani che latravano vivi, porte sbattute dal vento, radio e macchine. Macchine, appunto.
E l'atmosfera. Perchè da un momento all'altro una canzone dolce si tramutava in tragedia, la voce si affilava e perdeva calore, tagliava un solco tra le orecchie, le chitarre sanguinavano, vedevi i colori ed erano tutti scuri, bui. Saltavano i vetri.
E alzavi il volume a palla per riuscire a distinguere quelle parole straziate là in fondo. Erano sotto milioni di strumenti eppure la mia attenzione dribblava bassi, batterie, corde e finiva sempre lì.
Tra il lucido ticchettìo di un orologio a muro e una risata sinistra c'era qualcuno che lanciava il suo urlo disperato. Un messaggio in una bottiglia raggiungeva solo me.
Ma i brividi più forti li beccavo in un punto preciso. Il mio corpo lo sapeva e aspettava per goderseli. C'era la solita voce calma in sottofondo che parlava alla radio. Poi calava il silenzio e quando quasi ti c'eri abituata, quando eri tranquilla, il rumore assordante di una bomba atomica sconvolgeva tutto e potevi sentire di nuovo la voce di prima che adesso era come liquefatta dalla tensione, gridava allarmata che quasi potevi vederla scappare in preda al panico, fuori dalla gola.
Era lì che avevo i brividi più forti. Nell'eco della bomba che inseguiva il vento. Quando partivano tre note di piano.
E' così che prima ho pianto. Quando mi hanno lasciata sola e non dovevo più tenermi tutto dentro. Quando mio padre ha rimesso quel disco e ho ripensato a quella sera. Quando la mia RADIO, nella mia MACCHINA, mandava una canzone dolce, poco dopo cena. Quando guidavo sui settanta ed è scoppiata una GOMMA in curva.  Quando ho realizzato che stavo per saltare il guardrail e finire in un fossato e ho frenato e si è ribaltata la macchina, in un fiume di SCINTILLE che l'hanno viste dal cielo. Quando ho battuto la testa contro il TETTO sfracellato sull'asflato e c'erano VETRI e CD dappertutto.
Quando stordita e obbligata a tenere l'orecchio sinistro sulla spalla, ho avuto freddo. Un freddo terribile passare dalle mie ossa di vetro fino al compact disc rigato del mio cuore. Una coppietta su una Punto rossa modello vecchio mi stava dietro, ma riuscì a evitarmi e scomparì nelle fogne della notte, pieni di spavento. Spero pieni di colpa- almeno quella notte- per non avermi soccorso.
E solo un CANE s'era accorto di me, abbaiando forte nel CORTILE a poche decine di metri dal mio incidente. Quel cane che sembrava chiamare il mio nome o forse solo qualcuno che mi tirasse fuori di lì o che forse voleva farmi sapere che l'avrebbe fatto lui, non ci fosse stato quel CANCELLO di mezzo. Ai cani non manca la parola affatto.
E mentre restavo lì, immobile, a non capire niente, guardavo il fumo uscire dal radiatore e solo allora mi accorgevo che la radio continuava a suonare, noncurante, menefreghista e fredda come il GHIACCIO. Ma quella radio mi stava regalando una certezza, quello che volevo sapere. Non ero morta.
Non volevo restare a esplodere coi rottami di una LAMIERA, ma la portiera era bloccata. E mentre le ruote della mia macchina si godevano le stelle del primo maggio, fu strisciando a testa in giù che riuscii a raggiungere e forzare l'altra PORTA quel tanto, da permettermi di uscire incolume. Non un graffio. Sessantaseimila chilometri in quattro anni sfasciati contro una riva.
Il VENTO sbuffava annoiato sui miei jeans e colpiva ancora, quasi a ricordarmi che non s'era emozionato per niente e non sarebbe stato una VITA di meno a farlo smettere.
Non ero morta, ma per sentirmi viva dovetti aspettare che arrivassero le LACRIME. Mie e di Marianna, che mi strinsero insieme in un abbraccio così spontaneo da strapparmi alla paura.
E quando vali quel tanto da far venire voglia a qualcuno di cingerti con le sue braccia, sei di nuovo un essere umano.
E così questa sera ho pianto con la targa in mano.
E non per la paura, la tristezza o il dispiacere di aver distrutto una Polo. Credo sia stato come certe volte per i neonati che piangono per farti sentire che ci sono. Che sono VIVI. A pensarci tutto torna. Perchè di guerra si tratta sempre. Tutto è andato come in quel disco. Uguale. Solo maiuscolo, perchè vissuto particolare per particolare, fuori dalle tracce di quelle canzoni, sulla mia pelle.
Fabrizio mi chiede se ho pensato a tirar fuori subito la radio.
Mio padre mi presta la macchina e ho paura di guidarla.
Enrica mi chiede se voglio un passaggio. Tiziano mi chiede se vogliamo berci su. Io resto in silenzio. Ed è lì che ho i brividi più forti. Nell'eco della bomba che insegue il vento.
Quando partono tre note di pian(t)o.

Si sa.
E' più facile
Gridare nella confusione
Che sussurrare nel silenzio.


La Jù.

MIO FRATELLO E' FIGLIO UNICO

Volo Orio-Olbia.
Sto scrivendo la pagina più importante di questo quaderno cominciato tanti anni fa per contenere il mondo che ho dentro, quello del quale non avrei mai parlato al mondo che è fuori.
Da qualche mese ho compiuto ventiquattro anni e credo di aver mosso il primo vero passo d'amore verso me stessa. Ho parlato con mio fratello.
Non mi vergogno ad ammettere di averlo fatto, probabilmente, per disperazione: l'importante era farlo.
Era venuto a prendermi in aeroporto. Arrivavo da Olbia insieme a mamma e, dopo aver lasciato lei con papà, quando Damiano e io siamo rimasti soli, è arrivata la domanda. La più ovvia, innocua, banale domanda del mondo: "Come stai?".
Il "come stai" di chi la risposta se la immagina, ma aspetta e rispettosamente ascolta.
Uno di quei "come stai" dietro al quale vorrebbero irrompere altre mille domande, mimetizzate dal tono dolce di chi ti vuole veramente bene. Dalla tenerezza di quando dici molto meno di quello che stai domandando.
Il tono era preoccupato, circospetto, come sospeso, il tono di chi fa una domanda potenzialmente deflagrante. E io non ce l'ho fatta a far finta di niente e a rispondere "bene".
Non sono riuscita a cambiare discorso in fretta, a raccontare di come sono contenta delle cose che ho scritto in albergo di notte, dell'allegria che ho assaporato con persone che forse non rivedrò più, di quanto sarà bello tornare a scrivere a casa e di come sto pensando a pubblicare un libro e fare altre mille cose per cambiare il mondo. No.
Forse a ventiquattro anni l'istinto di autoconservazione diventa prepotente, e lo spirito adolescenziale di autocommiserazione per fortuna si spegne. O forse i miei giorni di esilio-da me stessa, dall'amore, dalla vita- ormai erano troppi e quel "come stai" ne aveva decretato la fine.
Mi sono guardata dall'esterno e mi sono vista per quella che sono: una ragazza in perenne conflitto con se stessa, che si condanna per una colpa della quale si è sempre fatta carica soffocando il dubbio che non fosse sua. Perchè non c'era verso, io la vedevo proprio come una colpa.
Chissà come mai, per una volta, ho provato tenerezza invece che rancore verso me stessa. Quale Dio mi ha concesso il miracolo di non vedermi più come la mia peggior nemica?
Credo sia stato il mio Dio Rock, quello che ho pregato per anni, nonostante il timore che il primo a non accettarmi per quella che sono fosse Lui. Il Dio tutto Mio che non ho mai smesso di interrogare, sforzandomi di credere che- qualsiasi cosa dicano gli altri- Lui ama tutti, sempre e comunque, vittoriosi o sconfitti, felici o disperati.
Fatto sta che Dio Rock era con me nel momento in cui ho confessato: "Non ce la faccio più".
Adesso so che è stato il gesto d'amore più grande che potessi concedermi, ed è vero che l'amore porta amore.
Mio fratello ha capito, non c'è stato bisogno di spiegare niente. Mi ha detto che non dovevo più aver paura, che avevo il diritto di stare bene e il dovere di non permettermi il contrario.
E che chiunque mi impedisca di credere che non merito di essere felice deve stare lontano da me, perchè è chi odia che ha l'obbligo morale di nascondersi, non chi ama.
L'amore chiama amore. Mio nonno lo ripeteva spesso, eppure per me era una frase sfigata.
E' come se, per anni, avessi chiesto a tutti di amare e di amarsi incondizionatamente. Come fosse una missione, come se sperassi che ci riuscissero almeno gli altri, non riuscendoci io. E dietro ogni scritto c'era un piccolo avvertimento: l'amore per non finire male, per non finire soli, per non finire...come me.
Dovevo arrivare a ventiquattr'anni per capirlo, e adesso è così chiaro.
La sera abbiamo festeggiato il ritorno dalla Sardegna. C'era tanta gente e ne avevo voglia.
C'era la musica, mio nipote, i miei zii, le mie zie, la mia immensa e pittoresca famiglia insomma, ho fatto tutto quello che volevo con chi volevo, e già mi sembrava di guardare tutti con aria diversa.
Non mi interessava più cosa gli altri pensavano di me, mio fratello mi aveva detto che chiunque mi giudichi non merita di starmi, di starci, accanto, e io mi ero accorta che aveva ragione.
Perchè giriamo il mondo alla ricerca delle risposte che abbiamo a portata di mano? Perchè continuiamo a cambiare casa quando "casa" è dove c'è chi ti ama?
Forse perchè l'uomo è l'animale più stupido che ci sia, o semplicemente il più fragile. O forse perchè è impossibile evitare le salite, i sentirti più impervi e le buche del nostro cammino.
Mi sento così diversa mentre scrivo questa pagina. Per la prima volta non chiuderò il quaderno augurandomi che nessuno lo legga mai. Per la prima volta sono io che voglio farlo leggere a tutti.
Oggi vorrei dire a chi sta male di non aver paura, di cercare con calma le risposte nel passato, ma soprattutto di cercare la comprensione e l'affetto di chi gli vuole davvero bene.
Oggi vorrei prendere tutto il dolore che mi sono portata dentro e raccontarlo a chi è soltanto all'inizio di questo cammino e sta soffrendo.
Gli spiegherei che ci vogliono tempo e pazienza...e poi ancora tempo e ancora pazienza.
Perchè non siamo tutti uguali, ed è bene cosi, e ognuno va avanti a modo suo, con i suoi tempi e i suoi modi.
E' vero, imparare ad amarsi è difficile, e questo è quanto.
Bisogna rispettare l'orologio del cuore, prendere le distanze, ascoltare la propria fragilità. E' così delicato, il mondo che custodiamo: non si può avere fretta.
C'è un percorso da compiere. Lungo o breve che sia, dobbiamo seguirne le curve, le salite, i tratti più insidiosi, asseccondare il tempo e il mutare delle stagioni. E, con fatica, prima o poi qualcosa succederà.
Non sappiamo mai quanto manchi all'arrivo.
Può essere questione di minuti, si può aspettare lustri o ci si può morire.
Io ci ho messo giusto giusto...ventiquattr'anni e una chiacchierata con mio fratello.

La Jù.