Costava 270 mila lire un televisore nel 1954. Quando la paga di un operaio non superava le 40 mila lire. Questo per capire quanto fosse proibitiva la diffusione di questo apparecchio elettronico con uno schermo piccolissimo, ingombrante e molto costoso. In poco tempo le cose cambiarono, i prezzi si abbassarono e quattro anni dopo c'erano già nelle case degli italiani un milione di apparecchi televisivi. Ma in quegli anni gli italiani andavano ancora a vedere le trasmissioni preferite nei bar o nei cinema, tutti assieme, e quando si trattava di quiz come Lascia o Raddoppia facevano anche il tifo. Negli stessi anni l'editoria provava ad uscire dalla dimensione artigianale e intellettuale per allargare il pubblico di lettori. La Bur, la Biblioteca universale Rizzoli, era nata già dalla fine degli anni Quaranta e un libro economico costava 50 lire per ogni cento pagine. In quegli anni nascevano le prime collane di fantascienza come Urania, e nei primi anni Sessanta anche la Mondadori avrebbe cominciato a pubblicare i suoi Oscar, libri tascabili alla portata di tutti.
Quando parliamo di cultura diffusa parliamo della possibilità di usufruire di prodotti culturali, più o meno alti, che diventavano uno strumento di condivisione, se ne poteva parlare, riguardavano quasi tutti. Le discussioni sui programmi televisivi, dai quiz agli sceneggiati, andavano di pari passo con le nuove letture, con gli scrittori che diventavano famosi anche in ambienti impensabili.
Alberto Moravia raccontava spesso che alla metà degli anni Cinquanta, durante un viaggio in automobile nel Sud dell'Italia, si era fermato in un'osteria nell'entroterra sperduto della Basilicata. Quasi subito gli si era avvicinato il cameriere chiedendogli ammirato se lui fosse proprio "lo scrittore Moravia". Era davvero incredibile: dove poteva aver visto delle sue fotografie? E come aveva potuto leggere i suoi libri?
Il sistema funzionava in quel modo. Era un meccanismo a pioggia. Un vero e proprio sistema culturale indirizzava e suggeriva per tutti, i testi, i programmi e i film che si davano al cinema; si potevano vedere, discutere e condividere. Nei bar, nei paesi, nelle città si parlava di calcio e di libri, di film e di televisione. Avveniva per tutti allo stesso modo. Donna Letizia, maestra delle buone maniere, consigliava alla fine degli anni Cinquanta di non guardare la televisione assieme alle donne di servizio, e se proprio non se ne poteva fare a meno, che non si permettesse loro di fare commenti sulle trasmissioni che andavano in onda. Questo divieto di condividere gli eventi dimostrava che esisteva un humus comune, intergenerazionale, che non badava alle classi sociali. Il ricco poteva permettersi di comprare il televisore, ma poi finiva per vedere le stesse cose del povero che andava a guardare i programmi nel bar di quartiere. Il cameriere riconosceva Moravia come noto intellettuale. I libri appartenevano a tutti, anche se con delle differenze. E il cinema, a parte alcune eccezioni, si apriva agli appassionati senza distinzioni.
Ma il punto era proprio questo: c'era un terreno da condividere, discorsi comuni. Era così importante sapere le cose che ci si rammaricava di aver perso l'ultimo film, di non aver visto un programma molto seguito, di non aver letto il best seller del momento.
Oggi l'atomizzazione dei prodotti culturali sta sconvolgendo le cose. E lo farà sempre di più. I librai dicono che ormai si vende di tutto un pò, non i soli best seller. Amazon offre un catalogo smisurato, dove ci sono anche i libri esauriti, dove si possono ordinare testi usati, e dove la ricerca dei libri può essere fatta non più solo per autore, titoli, editore o collana, ma anche per parola chiave, mettendo un termine che ci interessa e vedere a quali risultati porta. Per non dire dei dvd e di prodotti simili, reperibili su Amazon ma dal prossimo autunno anche su Netflix.
Ognuno leggerà libri diversi, vedrà film che non ha deciso nessuno si debbano vedere. Le strategie di marketing culturale si perderanno in mille rivoli strani.
L'atomizzazione della fruizione porterà a costruire mondi univoci, dove ognuno parlerà di quello che gli interessa, con se stesso o con un ristretto gruppo di riferimento. Con il vantaggio di una grande libertà e lo svantaggio di non avere più argomenti di conversazione condivisa.
CANZONE CONSIGLIATA: Good Guys, Mika.
Ci aggiriamo in mezzo a tanti miti, su di noi e gli altri, che non possiamo non sentirci sollevati quando qualcuno ci vede e ci accetta per quel che siamo.
Incontri, sensazioni, appunti e aria di città mentre sono impegnata in altri progetti. Convinta che se Beethoven era sordo, Shakespeare era un altro, Chaplin non aveva i baffi, Einstein fu bocciato e Monet era daltonico, siamo tutti passeggeri di un viaggio che resta.
#1LUGLIO #LOVEWINS
A Genova, al Festival delle Idee, il premier Matteo Renzi, intervistato da Ezio Mauro, direttore di Repubblica, ha confermato che presto il governo tornerà ad occuparsi dei diritti civili. Dovremmo essere contenti, mentre invece il mio primo sincero commento è stato: "Che barba!". Da quanti decenni ogni tanto si torna a discutere di una legge che consenta unioni civili che abbiano lo stesso valore, che assicuri gli stessi diritti e gli stessi doveri del matrimonio laico, anche tra due donne o due uomini? Da quanti decenni gli schieramenti sono sempre gli stessi e dicono le stesse cose, per scontrarsi e poi lasciar perdere perchè il Paese ha anche altre necessità impellenti? Nessuno pretende che questa unione venga celebrata in chiesa, a nessuno viene in mente di pretendere che la Chiesa l'approvi. In Italia il divorzio e l'interruzione di gravidanza e la procreazione assistita sono legali, anche se la Chiesa non può accettarli. E in questo senso mi viene in mente una mia amica molto cattolica che andò dal suo parroco a dirgli che voleva lasciare il marito odioso e si sentì rispondere: "Ognuno ha la sua croce e tutti la devono portare". Al che lei gli ha detto: "Guardi, me la porti lei che è il suo mestiere", e se n'è andata.
Allora si torna da capo, a girare attorno alla famiglia naturale che non esiste, essendo una convenzione di ordine sociale e procreativo che poi la Chiesa ha accolto e trasformato in sacramento: e una famiglia non può essere composta che da un uomo e da una donna, perchè è la loro unione fisica a permettere di continuare la specie.
Lo è o lo era? Oggi la scienza fa nascere bambini con un ovulo di donna, un seme di uomo e talvolta con un utero altro: domani chissà. Insomma, chiunque desideri un figlio può cercare di averlo: una coppia etero, una coppia di donne, una coppia di uomini. E temo di dover di nuovo sentir raccontae che i bambini devono crescere con una mamma e un papà: allora mi viene in mente quella mia compagna di classe delle elementari che ha perso la sua mamma a 4 anni e suo padre e la sua zia le sono bastate. Un'altra mia amica d'infanzia ha perso la mamma alla nascita e il padre le è bastato, anche prima che lui si risposasse.
Qualche settimana fa in Irlanda, nazione molto più cattolica dell'Italia, dove l'omosessualità non è più reato solo dal 1993, dove l'interruzione di gravidanza è ancora illegale, in un referendum sulle unioni tra persone dello stesso sesso il sì ha largamente vinto. La Chiesa irlandese non è direttamente intervenuta e solo dal Vaticano è arrivato un durissimo commento al risultato, da parte del segretario di Stato cardinale Parolin: "Una sconfitta per l'umanità".
E' ovvio che se fosse possibile anche in Italia un riconoscimento giuridico delle coppie non etero, si finirebbe finalmente per non parlarne più, e forse per ricorrervi sempre meno, dopo i primi entusiasmi: del resto tutti si stanno sposando sempre meno.
Nel dibattito o scontro o come volete chiamarlo che si ripresenterà in autunno, ci sarà, per fortuna, un nuovo elemento, per quanto stravagante, sostenuto da colti intellettuali esageratamente pro-gay. Secondo loro, se gli omosessuali potranno sposarsi, diventeranno "banali come essi non sono mai stati". A parte il fatto che in passato, obbligati a nascondersi, i grandi gay si sposavano ovviamente con una signora, vedi Oscar Wilde, e ancora oggi molti omosessuali che non si accettano mettono su famiglia, spesso rovinosa. Come scrive Pietro Citati sul Corriere della Sera, "mentre conquistano i propri diritti gli omosessuali pretendono di essere come gli altri, ciò che certo non sono: tanta è la singolarità di condizioni che li distingue. Questa è un'offesa a loro stessi: un'offesa alla loro vita quotidiana, una cancellazione dell'abisso e del fascino che li circonda".
Va bene: ma il fascino della creatività l'hanno pure gli etero, e allora perchè gay e lesbiche operaie medici, giornalisti, poliziotti, maestri, ministre eccetera devono essere diversi, e perchè non possono avere dirtti?
CANZONE CONSIGLIATA: Monster, Mumford & Sons.
La musica può insegnarti tanto. Ascoltarla è come ingerire un'altra vita.
Allora si torna da capo, a girare attorno alla famiglia naturale che non esiste, essendo una convenzione di ordine sociale e procreativo che poi la Chiesa ha accolto e trasformato in sacramento: e una famiglia non può essere composta che da un uomo e da una donna, perchè è la loro unione fisica a permettere di continuare la specie.
Lo è o lo era? Oggi la scienza fa nascere bambini con un ovulo di donna, un seme di uomo e talvolta con un utero altro: domani chissà. Insomma, chiunque desideri un figlio può cercare di averlo: una coppia etero, una coppia di donne, una coppia di uomini. E temo di dover di nuovo sentir raccontae che i bambini devono crescere con una mamma e un papà: allora mi viene in mente quella mia compagna di classe delle elementari che ha perso la sua mamma a 4 anni e suo padre e la sua zia le sono bastate. Un'altra mia amica d'infanzia ha perso la mamma alla nascita e il padre le è bastato, anche prima che lui si risposasse.
Qualche settimana fa in Irlanda, nazione molto più cattolica dell'Italia, dove l'omosessualità non è più reato solo dal 1993, dove l'interruzione di gravidanza è ancora illegale, in un referendum sulle unioni tra persone dello stesso sesso il sì ha largamente vinto. La Chiesa irlandese non è direttamente intervenuta e solo dal Vaticano è arrivato un durissimo commento al risultato, da parte del segretario di Stato cardinale Parolin: "Una sconfitta per l'umanità".
E' ovvio che se fosse possibile anche in Italia un riconoscimento giuridico delle coppie non etero, si finirebbe finalmente per non parlarne più, e forse per ricorrervi sempre meno, dopo i primi entusiasmi: del resto tutti si stanno sposando sempre meno.
Nel dibattito o scontro o come volete chiamarlo che si ripresenterà in autunno, ci sarà, per fortuna, un nuovo elemento, per quanto stravagante, sostenuto da colti intellettuali esageratamente pro-gay. Secondo loro, se gli omosessuali potranno sposarsi, diventeranno "banali come essi non sono mai stati". A parte il fatto che in passato, obbligati a nascondersi, i grandi gay si sposavano ovviamente con una signora, vedi Oscar Wilde, e ancora oggi molti omosessuali che non si accettano mettono su famiglia, spesso rovinosa. Come scrive Pietro Citati sul Corriere della Sera, "mentre conquistano i propri diritti gli omosessuali pretendono di essere come gli altri, ciò che certo non sono: tanta è la singolarità di condizioni che li distingue. Questa è un'offesa a loro stessi: un'offesa alla loro vita quotidiana, una cancellazione dell'abisso e del fascino che li circonda".
Va bene: ma il fascino della creatività l'hanno pure gli etero, e allora perchè gay e lesbiche operaie medici, giornalisti, poliziotti, maestri, ministre eccetera devono essere diversi, e perchè non possono avere dirtti?
CANZONE CONSIGLIATA: Monster, Mumford & Sons.
La musica può insegnarti tanto. Ascoltarla è come ingerire un'altra vita.
#LAURAANTONELLI
Le scene più magiche di Amarcord, girato nel 1973 da Federico Fellini, sono quelle della nebbia.
La nebbia dell'inverno riminese, la nebbia sul mare al passaggio del transatlantico Rex, la vaga foschia quando i protagonisti ballano davanti a un Grand Hotel deserto. E le pianure brumose fotografate da Luigi Ghirri sono nella loro indeterminatezza, di una nitidezza meravigliosa.
Qualche mese fa, leggendo un libro sul grande maestro Henri Cartier-Bresson mi rendevo conto di quanto il fascino delle sue immagini fosse tutto nel movimento, nell'effetto sfocato di persone che entrano nell'immagine, che stanno camminando, o che stanno uscendo dall'inquadratura. Cartier-Bresson aveva detto una volta, con grande intelligenza che "la nitidezza è un concetto borghese".
Se aveva ragione lui, allora siamo in un'epoca decisamente borghese, perchè la nitidezza è diventata una condizione irrinunciabile del nostro modo di vedere e di pensare il mondo. Oggi la tecnologia 4K è ormai molto diffusa e alla portata di tutti. Da pochi mesi alcuni schermi di computer montano una nuova tecnologia 5K e l'8K, che renderà i nostri televisori ultradefiniti, è un traguardo non più così lontano. I nostri occhi si stanno abituando a una nitidezza impressionante, dove tutto è così reale, così intenso, così dettagliato da apparire come fosse vero, fino a provare a toccare le immagini per vedere se esistono.
Ma la nitidezza è un'invenzione culturale, non è un traguardo tecnologico. Non solo i sogni più intensi non sono nitidi, e non lo sono i film più poetici, e non lo sono i fotografi geniali. Ma la nitidezza viene scambiata il più delle volte come realtà, e il dettaglio come verità.
C'è un vecchio detto che dice: " da vicino nessuno è normale". Significa che se tu ti avvicini molto a qualcosa, scopri i suoi difetti, le sue ferite, le sue imprecisioni, tutto quello che ingrandisci troppo ti può apparire persino mostruoso. I pittori di un tempo per giudicare un quadro, che fosse il loro o di chiunque altro, si mettevano a debita distanza. La seduzione è fatta di luci soffuse e di immagini non troppo nitide, e i nostri ricordi più belli sono lontani dalla iperrealtà di questo mondo moderno.
Perchè allora inseguire il più possibile una nitidezza ossessiva nel restituire le immagini del mondo, che siano fotografie, video, o film? Perchè si scambia la nitidezza per l'esattezza. Si pensa che un'immagine è esatta quante più informazioni contiene. Per cui saper distinguere tutti i pori della pelle di un attore è un modo paragonabile al vederlo dal vero, riprodurre un muro scrostato fino al dettaglio più infinitesimale significa renderlo più esatto.
Ma l'esattezza non è esattamente questo. Giacomo Leopardi nei primi passi dello Zibaldone fa l'elogio della vaghezza. O meglio dell'indefinito, che sarebbe il contrario dell'esattezza. E Italo Calvino, nella sua terza lezione americana, dedicata proprio all'esattezza, fa notare che Leopardi da un lato elogia il vago, dall'altro è assai preciso nel descrivere le cose. Come se ci fosse una contraddizione in questo. Solo che stiamo parlando di letteratura, non di immagini. E la letteratura non resituisce la visione della realtà, ma alla realtà si sovrappone utilizzando le parole. Mentre le immagini hanno un continuo bisogno dell'indefinito, della vaghezza, del sogno, e di tutta una serie di suggestioni sfuggenti. Perchè siamo noi a completarle, e siamo noi a trovare negli spazi indefiniti emozioni e verità.
Le immagini spettacolari dei futuri schermi dei nostri computer, dei nostri tablet e dei nostri televisori non ci aiuteranno a capire che nitidezza e verità non vanno d'accordo. Che descrivere tutto quello che si vede, senza lasciare vuoti e immaginazione, è noioso; e che riuscire a distinguere anche l'ultima crepa di una statua non è un modo per apprezzarla al meglio, e che Cartier-Bresson, Ghirri e Fellini avevano ragione. La nitidezza è un concetto borghese. Uno status quo, un'immaginazione spenta, un sogno fastidioso. Eppure tutti inseguono questa falsa realtà che ci stupisce, ci rimbambisce, e toglie verità alle nostre vite.
CANZONE CONSIGLIATA: Hide and Seek, Imogen Heap + Laura, Simone Cristicchi.
Cara Laura, forse è vero: è tutta colpa dell'amore che riavvolgerà il destino. Riscrivendoci il copione.
Ma in ogni fotogramma resti sempre la più bella, lo diceva anche nonno.
Mentre scorrono veloci i titoli di coda vorrei dirti che non è ancora troppo tardi per riavere la tua vita.
Ora che sei libera e cammini lontano da qui e da noi, se puoi, salutami il mio nonno.
La nebbia dell'inverno riminese, la nebbia sul mare al passaggio del transatlantico Rex, la vaga foschia quando i protagonisti ballano davanti a un Grand Hotel deserto. E le pianure brumose fotografate da Luigi Ghirri sono nella loro indeterminatezza, di una nitidezza meravigliosa.
Qualche mese fa, leggendo un libro sul grande maestro Henri Cartier-Bresson mi rendevo conto di quanto il fascino delle sue immagini fosse tutto nel movimento, nell'effetto sfocato di persone che entrano nell'immagine, che stanno camminando, o che stanno uscendo dall'inquadratura. Cartier-Bresson aveva detto una volta, con grande intelligenza che "la nitidezza è un concetto borghese".
Se aveva ragione lui, allora siamo in un'epoca decisamente borghese, perchè la nitidezza è diventata una condizione irrinunciabile del nostro modo di vedere e di pensare il mondo. Oggi la tecnologia 4K è ormai molto diffusa e alla portata di tutti. Da pochi mesi alcuni schermi di computer montano una nuova tecnologia 5K e l'8K, che renderà i nostri televisori ultradefiniti, è un traguardo non più così lontano. I nostri occhi si stanno abituando a una nitidezza impressionante, dove tutto è così reale, così intenso, così dettagliato da apparire come fosse vero, fino a provare a toccare le immagini per vedere se esistono.
Ma la nitidezza è un'invenzione culturale, non è un traguardo tecnologico. Non solo i sogni più intensi non sono nitidi, e non lo sono i film più poetici, e non lo sono i fotografi geniali. Ma la nitidezza viene scambiata il più delle volte come realtà, e il dettaglio come verità.
C'è un vecchio detto che dice: " da vicino nessuno è normale". Significa che se tu ti avvicini molto a qualcosa, scopri i suoi difetti, le sue ferite, le sue imprecisioni, tutto quello che ingrandisci troppo ti può apparire persino mostruoso. I pittori di un tempo per giudicare un quadro, che fosse il loro o di chiunque altro, si mettevano a debita distanza. La seduzione è fatta di luci soffuse e di immagini non troppo nitide, e i nostri ricordi più belli sono lontani dalla iperrealtà di questo mondo moderno.
Perchè allora inseguire il più possibile una nitidezza ossessiva nel restituire le immagini del mondo, che siano fotografie, video, o film? Perchè si scambia la nitidezza per l'esattezza. Si pensa che un'immagine è esatta quante più informazioni contiene. Per cui saper distinguere tutti i pori della pelle di un attore è un modo paragonabile al vederlo dal vero, riprodurre un muro scrostato fino al dettaglio più infinitesimale significa renderlo più esatto.
Ma l'esattezza non è esattamente questo. Giacomo Leopardi nei primi passi dello Zibaldone fa l'elogio della vaghezza. O meglio dell'indefinito, che sarebbe il contrario dell'esattezza. E Italo Calvino, nella sua terza lezione americana, dedicata proprio all'esattezza, fa notare che Leopardi da un lato elogia il vago, dall'altro è assai preciso nel descrivere le cose. Come se ci fosse una contraddizione in questo. Solo che stiamo parlando di letteratura, non di immagini. E la letteratura non resituisce la visione della realtà, ma alla realtà si sovrappone utilizzando le parole. Mentre le immagini hanno un continuo bisogno dell'indefinito, della vaghezza, del sogno, e di tutta una serie di suggestioni sfuggenti. Perchè siamo noi a completarle, e siamo noi a trovare negli spazi indefiniti emozioni e verità.
Le immagini spettacolari dei futuri schermi dei nostri computer, dei nostri tablet e dei nostri televisori non ci aiuteranno a capire che nitidezza e verità non vanno d'accordo. Che descrivere tutto quello che si vede, senza lasciare vuoti e immaginazione, è noioso; e che riuscire a distinguere anche l'ultima crepa di una statua non è un modo per apprezzarla al meglio, e che Cartier-Bresson, Ghirri e Fellini avevano ragione. La nitidezza è un concetto borghese. Uno status quo, un'immaginazione spenta, un sogno fastidioso. Eppure tutti inseguono questa falsa realtà che ci stupisce, ci rimbambisce, e toglie verità alle nostre vite.
CANZONE CONSIGLIATA: Hide and Seek, Imogen Heap + Laura, Simone Cristicchi.
Cara Laura, forse è vero: è tutta colpa dell'amore che riavvolgerà il destino. Riscrivendoci il copione.
Ma in ogni fotogramma resti sempre la più bella, lo diceva anche nonno.
Mentre scorrono veloci i titoli di coda vorrei dirti che non è ancora troppo tardi per riavere la tua vita.
Ora che sei libera e cammini lontano da qui e da noi, se puoi, salutami il mio nonno.
#CATFISH
Quando senti tutto ma non capisci niente, avresti una voglia pazza di vivere ma la paura è di più e allora pur di non prenderla in faccia, la vita, ti metti sdraiata, quando, in una parola, sei adolescente, ci vuole qualcuno che garantisca che passerà. Passerà l'adolescenza, certo: ma soprattutto passerà la paura.
"Come posso spingere mio figlio a leggere?". E' la domanda che più spesso mi viene rivolta, da genitori, amici e parenti. Ma in realtà (si) chiedono: come possiamo spingerli a vivere?
Ci vuole qualcuno, appunto.
L'ho realizzato al funerale della mia professoressa di italiano delle scuole medie che, dopo aver vissuto rumorosamente per 37 anni, silenziosamente, una mattina di tanti anni fa, se ne è andata.
Era una supplente e faceva anche l'educatrice, ma non ho mai messo bene a fuoco che lavoro facesse. Si occupava di relazioni, ecco: però nel senso più profondo dell'espressione. Aveva delle sopracciglia esagerate, urlava anche quando ascoltava, si comportava come le veniva, attenta esclusivamente a non fare del male a nessuno. Era questa l'unica regola. Per il resto niente regole: non esistevano i divieti in classe, in gita, non esistevano orari, non esisteva il come vestirsi, non esisteva il come comportarsi. Esisteva solo esistere.
Naturalmente non si era mai sposata e non aveva figli. Eppure quel giorno eravamo in tantissimi a sentirci orfani: perchè ogni giorno lei portava con sè in classe la storia di qualcuno. Se erano ragazzi disturbati, tanto meglio: lei ce l'avrebbe fatta. Li avrebbe salvati da loro stessi. Li avrebbe convinti che tanto valeva vivere, anzichè spendere tutte quelle energie per evitare di farlo.
Era l'estate del 2003 quando decisi di andare a trovarla nella sua "tribù", come lei chiamava simpaticamente la casa-famiglia dove lavorava. Avevo 16 anni, mangiavo poco e mi nascondevo in orrendi camicioni indiani di tre taglie più grandi. Fu una terapia d'urto, quella di Cristina: una mattina, al risveglio, tutti i camicioni erano finiti nell'immondizia. Terrorizzata dal mostrare il mio corpo perfino allo specchio, fui costretta a girare per la casa-famiglia in bikini. Da lì comincio, inesorabile, la mia guarigione. Basta così poco, allora? Vi chiederete, genitori, professori e sconosciuti che inciampiate in questo blog. Basta buttarle i camicioni indiani, basta buttargli l'iPhone, basta buttargli le cartine, basta scaraventargli il letto dalla finestra? Certo che no. Per eliminare l'arma con cui un adolescente crede di difendersi e invece si fa del male, bisogna regalargli una lusinga ancora più potente: l'accoglienza coraggiosa e piena della sua identità.
Cristina, con i suoi figli-non-figli, soprattutto si divertiva. Non era allarmata dalle loro stranezze: era curiosa.
Le interessava che noi alunni pensassimo con la nostra testa, ci emozionassimo con il nostro cuore e non prendessimo in prestito da altri le nostre idee. Più quelle idee erano originali, più alle orecchie degli adulti che ci circondavano sarebbero suonate come enormi cazzate, più lei le tifava. E senza dircelo, ci diceva di puntare tutto lì.
Non credo che sarei mai diventata una scrittrice, se in quel lontano anno e in quella lontana estate Cristina, vagabondando per le scuole di tutta la Lombardia con i suoi occhiali rossi e la sua pancia prepotente, non mi avesse dimostrato che nessuno è giusto, nessuno è sbagliato. Ognuno è semplicemente fatto com'è fatto.
Genitori e professori: se farete come lei, che genitore non era e professoressa lo era quasi per caso, ci riuscirete. Non farete alzare i vostri sdraiati, farete molto di più. Li aiuterete a trovare una posizione, per stare nel mondo anzichè subirlo, loro e solo loro. Dunque perfetta.
CANZONI CONSIGLIATE: Songbird, Oasis + Vivere la vita, Alessandro Mannarino.
La musica e i libri non servono a farci vivere altre vite, ma a farci riconoscere le nostre, quelle che abbiamo dentro.
"Come posso spingere mio figlio a leggere?". E' la domanda che più spesso mi viene rivolta, da genitori, amici e parenti. Ma in realtà (si) chiedono: come possiamo spingerli a vivere?
Ci vuole qualcuno, appunto.
L'ho realizzato al funerale della mia professoressa di italiano delle scuole medie che, dopo aver vissuto rumorosamente per 37 anni, silenziosamente, una mattina di tanti anni fa, se ne è andata.
Era una supplente e faceva anche l'educatrice, ma non ho mai messo bene a fuoco che lavoro facesse. Si occupava di relazioni, ecco: però nel senso più profondo dell'espressione. Aveva delle sopracciglia esagerate, urlava anche quando ascoltava, si comportava come le veniva, attenta esclusivamente a non fare del male a nessuno. Era questa l'unica regola. Per il resto niente regole: non esistevano i divieti in classe, in gita, non esistevano orari, non esisteva il come vestirsi, non esisteva il come comportarsi. Esisteva solo esistere.
Naturalmente non si era mai sposata e non aveva figli. Eppure quel giorno eravamo in tantissimi a sentirci orfani: perchè ogni giorno lei portava con sè in classe la storia di qualcuno. Se erano ragazzi disturbati, tanto meglio: lei ce l'avrebbe fatta. Li avrebbe salvati da loro stessi. Li avrebbe convinti che tanto valeva vivere, anzichè spendere tutte quelle energie per evitare di farlo.
Era l'estate del 2003 quando decisi di andare a trovarla nella sua "tribù", come lei chiamava simpaticamente la casa-famiglia dove lavorava. Avevo 16 anni, mangiavo poco e mi nascondevo in orrendi camicioni indiani di tre taglie più grandi. Fu una terapia d'urto, quella di Cristina: una mattina, al risveglio, tutti i camicioni erano finiti nell'immondizia. Terrorizzata dal mostrare il mio corpo perfino allo specchio, fui costretta a girare per la casa-famiglia in bikini. Da lì comincio, inesorabile, la mia guarigione. Basta così poco, allora? Vi chiederete, genitori, professori e sconosciuti che inciampiate in questo blog. Basta buttarle i camicioni indiani, basta buttargli l'iPhone, basta buttargli le cartine, basta scaraventargli il letto dalla finestra? Certo che no. Per eliminare l'arma con cui un adolescente crede di difendersi e invece si fa del male, bisogna regalargli una lusinga ancora più potente: l'accoglienza coraggiosa e piena della sua identità.
Cristina, con i suoi figli-non-figli, soprattutto si divertiva. Non era allarmata dalle loro stranezze: era curiosa.
Le interessava che noi alunni pensassimo con la nostra testa, ci emozionassimo con il nostro cuore e non prendessimo in prestito da altri le nostre idee. Più quelle idee erano originali, più alle orecchie degli adulti che ci circondavano sarebbero suonate come enormi cazzate, più lei le tifava. E senza dircelo, ci diceva di puntare tutto lì.
Non credo che sarei mai diventata una scrittrice, se in quel lontano anno e in quella lontana estate Cristina, vagabondando per le scuole di tutta la Lombardia con i suoi occhiali rossi e la sua pancia prepotente, non mi avesse dimostrato che nessuno è giusto, nessuno è sbagliato. Ognuno è semplicemente fatto com'è fatto.
Genitori e professori: se farete come lei, che genitore non era e professoressa lo era quasi per caso, ci riuscirete. Non farete alzare i vostri sdraiati, farete molto di più. Li aiuterete a trovare una posizione, per stare nel mondo anzichè subirlo, loro e solo loro. Dunque perfetta.
CANZONI CONSIGLIATE: Songbird, Oasis + Vivere la vita, Alessandro Mannarino.
La musica e i libri non servono a farci vivere altre vite, ma a farci riconoscere le nostre, quelle che abbiamo dentro.
#WMA15
Capita di non dormire, la notte.
A me è successo di recente perchè mi trovavo in albergo, la stanza sopra un locale alla moda con gente in strada, bicchiere di birra in mano, a parlare di chissà cosa.
Allora mi sono vestita e sono scesa ad ascoltare meglio quello che mi giungeva come un brusio indistinto e fastidioso, tra i rumori dei motorini e i clacson delle auto. Mi sono improvvisata antropologa del "popolo della notte".
Immersa in una massa di giovani con la caratteristica dei giovani di oggi: quella di avere un'età estremamente elastica (come elastico è il mondo che ci circonda) tra i venti e i cinquant'anni. La prima frase che ho sentito, detta da un elegante quarantenne ad un'amica, è stata "Alla fine mi ha tolto l'amicizia su Facebook". La conversazione continuava su questioni personali che non c'è motivo di riportare qui, e che io stessa stento a ricordare. Ma è stata l'inizio di una strana esperienza. Tutti i dialoghi che intercettavo avevano a che fare con Facebook. O perlomeno, Facebook in qualche modo faceva capolino nei discorsi.
Quando Mark Zuckerberg, solo una decina di anni fa, divenne famosissimo e ricchissimo per lo straordinario impatto sociale del suo nuovo social, nessuno e nemmeno lui stesso nascose quanto il "Libro delle facce" (traduciamolo così) si proponesse innanzitutto come strategia telematica per "rimorchiare". "
"Rimorchiare", significa poi, nello sviluppo dei fatti, un sacco di cose: intessere relazioni, vederle trasformare e morire. Ma oltre al rimorchio c'è un'altra funzione, parimenti importante, che è quella di registrare la nostra rete di relazioni, il suo andamento. A un paio di lustri dal suo esordio, Facebook è diventato modalità soverchiante del nostro, avrebbe detto un noto filosofo dello scorso secolo, "essere nel mondo".
Tornando alla notte da cui ero partita, rievocando me sola in mezzo a una massa di persone parcheggiate in mezzo alla strada, mi sono sentita improvvisamente sola. Più sola del solito. Più sola di una persona che sta semplicemente da sola, in una sorta di solitudine collettiva, da "decentramento antropologico".
Tutti in strada, a fare le ore piccole per parlare di quello che succede "là". Un "là indefinito" e onnipervasivo, dove ci si incontra con estrema facilità e con estrema facilità ci si abbandona. In una specie di mondo rovesciato, ho avuto l'impressione di essere, assieme a tutti, fuori luogo, a commentare quello che avviene nel "mondo reale odierno", che è piuttosto nei computer, nei tablet e nel telefonini di (quasi) tutti. Un senso di spaesamento...Viviamo dunque in un mondo in cui siamo perennemente connessi (e ne viviamo la prepotente invasività ogni volta che un social, per manutenzione o chissà cosa, "salta" per qualche ora, creando piccoli panici mondiali).
Ma mi sono chiesta quanto poi, nel frattempo, siamo effettivamente inter-connessi. La differenza, grammaticalmente, sta in un prefisso. Nei fatti, in una delle grandi sfide del nostro tempo: cosa succede se ci incontriamo nel mondo reale più che altro per commentare quello che facciamo in quello virtuale?
CANZONI CONSIGLIATE: Canzone delle osterie di Fuori Porta, Francesco Guccini + Un guanto, Francesco De Gregori.
La Storia della poesia italiana che si fa canzone.
A me è successo di recente perchè mi trovavo in albergo, la stanza sopra un locale alla moda con gente in strada, bicchiere di birra in mano, a parlare di chissà cosa.
Allora mi sono vestita e sono scesa ad ascoltare meglio quello che mi giungeva come un brusio indistinto e fastidioso, tra i rumori dei motorini e i clacson delle auto. Mi sono improvvisata antropologa del "popolo della notte".
Immersa in una massa di giovani con la caratteristica dei giovani di oggi: quella di avere un'età estremamente elastica (come elastico è il mondo che ci circonda) tra i venti e i cinquant'anni. La prima frase che ho sentito, detta da un elegante quarantenne ad un'amica, è stata "Alla fine mi ha tolto l'amicizia su Facebook". La conversazione continuava su questioni personali che non c'è motivo di riportare qui, e che io stessa stento a ricordare. Ma è stata l'inizio di una strana esperienza. Tutti i dialoghi che intercettavo avevano a che fare con Facebook. O perlomeno, Facebook in qualche modo faceva capolino nei discorsi.
Quando Mark Zuckerberg, solo una decina di anni fa, divenne famosissimo e ricchissimo per lo straordinario impatto sociale del suo nuovo social, nessuno e nemmeno lui stesso nascose quanto il "Libro delle facce" (traduciamolo così) si proponesse innanzitutto come strategia telematica per "rimorchiare". "
"Rimorchiare", significa poi, nello sviluppo dei fatti, un sacco di cose: intessere relazioni, vederle trasformare e morire. Ma oltre al rimorchio c'è un'altra funzione, parimenti importante, che è quella di registrare la nostra rete di relazioni, il suo andamento. A un paio di lustri dal suo esordio, Facebook è diventato modalità soverchiante del nostro, avrebbe detto un noto filosofo dello scorso secolo, "essere nel mondo".
Tornando alla notte da cui ero partita, rievocando me sola in mezzo a una massa di persone parcheggiate in mezzo alla strada, mi sono sentita improvvisamente sola. Più sola del solito. Più sola di una persona che sta semplicemente da sola, in una sorta di solitudine collettiva, da "decentramento antropologico".
Tutti in strada, a fare le ore piccole per parlare di quello che succede "là". Un "là indefinito" e onnipervasivo, dove ci si incontra con estrema facilità e con estrema facilità ci si abbandona. In una specie di mondo rovesciato, ho avuto l'impressione di essere, assieme a tutti, fuori luogo, a commentare quello che avviene nel "mondo reale odierno", che è piuttosto nei computer, nei tablet e nel telefonini di (quasi) tutti. Un senso di spaesamento...Viviamo dunque in un mondo in cui siamo perennemente connessi (e ne viviamo la prepotente invasività ogni volta che un social, per manutenzione o chissà cosa, "salta" per qualche ora, creando piccoli panici mondiali).
Ma mi sono chiesta quanto poi, nel frattempo, siamo effettivamente inter-connessi. La differenza, grammaticalmente, sta in un prefisso. Nei fatti, in una delle grandi sfide del nostro tempo: cosa succede se ci incontriamo nel mondo reale più che altro per commentare quello che facciamo in quello virtuale?
CANZONI CONSIGLIATE: Canzone delle osterie di Fuori Porta, Francesco Guccini + Un guanto, Francesco De Gregori.
La Storia della poesia italiana che si fa canzone.
#CANNES2015
"Che bambine smarrite e ormai pure marcie siamo", sospiro al classico pranzo domenicale fra Senza Famiglia. Siamo i soliti sette a cui chi segue questo blog potrebbe cominciare ad affezionarsi. C'è il Riflessivo, c'è l'Intensa, la Luminosa, il Vorrei Essere Jessie J, l'Amazzone, l'Ex Fidanzato e ci sono io. La Guastafeste.
Tanto Guastafeste che, anzichè godere del pollo al curry che ha preparato l'Intensa e di questa strampalata primavera, punto l'attenzione su di noi.
"Perchè dici così?", abbocca subito all'amo il Riflessivo.
"Perchè vi osservavo, ci osservavo. E mi chiedevo se troveranno mai pace, persone sbrindellate come noi".
"In effetti, dovete ammetterlo: alla vostra età quasi tutti hanno un posto da chiamare casa e hanno formato una famiglia", sentenzia Vorrei Essere Jessie J.
"Perchè ti chiami fuori, scusa?" gli chiediamo tutti, più o meno in coro.
"Perchè io voglio essere fantastico, mica innamorato e felice": Lui.
"Parli da uomo ferito, e lo sai": la Guastafeste.
"Stronza": l'Ex Fidanzato.
"Eccerto, secondo te è sempre meglio dirsi bugie e avallare quelle degli altri, per quieto vivere": la Guastafeste.
"Sentite", interviene per fortuna, l'Amazzone, "ognuno di noi, a modo suo, ci ha provato. Forse abbiamo fallito. Ma forse invece le cose semplicemente finiscono. Senz'altro però i nostri trent'anni, o giù di lì, sono pieni di strappi, di bruciature".
Tocca all'Intensa: "Ogni separazione con l'altro ci ha separato un pò anche dentro, non siamo più un blocco unico, siamo tanti pezzi. Siamo a pezzi".
Ce l'ho fatta: ho rovinato questa bella domenica.
"Eppure", dice la Luminosa. E d'istinto ci aggrappiamo a quell'eppure: "Avete mai sentito parlare del kintsugi?".
No. Ma la Luminosa, che colleziona corsi improbabili, da qualche settimana ne frequenta uno di ceramica giapponese. Dove ha scoperto il kintsugi. Altrimenti detta l'antica arte dell'irreparabile bellezza. Un vaso cade e si frantuma? Perfetto: " Dimostra solo la natura di ogni cosa, di ogni persona".
Tutti, fosse solo vivendo, ogni giorno ci ammacchiamo un pò, tutti potenzialmente "siamo a pezzi": ma non è che a quel punto il gioco finisce. Anzi. Il gioco comincia. Perchè, grazie al kintsugi, gli artigiani giapponesi rinsaldano con la lacca gli utensili spaccati, poi riempiono i punti di rottura con oro liquido, o in polvere, così che un piatto o un vaso non si limiti a tornare ad essere se stesso: ma diventi molto, molto più prezioso e trovi davvero la possibilità di essere un oggetto unico, forte di quelle crepe, forte di quelle fragilità evidenziate dall'oro.
Rimaniamo in silenzio, ognuno a tu per tu con le sue cicatrici, con le rughe che ha attorno agli occhi e al cuore. Ma soprattutto con la possibilità di rendere onore a quelle cicatrici, a quelle rughe.
Guardo l'Ex Fidanzato e mi chiedo se anche io come lui avrei potuto occuparmi con più cura delle nostre sbeccature, ma la sua presenza a questo pranzo, tutto sommato, già mi sembra un tentativo, magari goffo, di kintsugi. Poi il pensiero, inevitabilmente, spazia.
Anzichè rottamare, divorziare, rimuovere, ficcare polvere e cocci sotto al tappeto, ed essere quindi destinati a ripetere le stesse cazzate, a cadere negli stessi tranelli del nostro incoscio e a rompere di nuovo nell'esatto punto in cui ci siamo già rotti: non sarebbe più giusto provarci tutti, come individui, come famiglie e come società, a ripararci con l'oro?
Certo che sì. Certo che sarebbe più giusto.
Perchè, semplicemente, in armonia con la natura di ogni cosa, di ogni cosa, di ogni persona.
CANZONE CONSIGLIATA: We found love, cover di #JessieJ.
Questo è un tempo in cui le categorie aiutano le persone a semplificare i sentimenti, come se i sentimenti fossero materia semplice.
La Jù.
Tanto Guastafeste che, anzichè godere del pollo al curry che ha preparato l'Intensa e di questa strampalata primavera, punto l'attenzione su di noi.
"Perchè dici così?", abbocca subito all'amo il Riflessivo.
"Perchè vi osservavo, ci osservavo. E mi chiedevo se troveranno mai pace, persone sbrindellate come noi".
"In effetti, dovete ammetterlo: alla vostra età quasi tutti hanno un posto da chiamare casa e hanno formato una famiglia", sentenzia Vorrei Essere Jessie J.
"Perchè ti chiami fuori, scusa?" gli chiediamo tutti, più o meno in coro.
"Perchè io voglio essere fantastico, mica innamorato e felice": Lui.
"Parli da uomo ferito, e lo sai": la Guastafeste.
"Stronza": l'Ex Fidanzato.
"Eccerto, secondo te è sempre meglio dirsi bugie e avallare quelle degli altri, per quieto vivere": la Guastafeste.
"Sentite", interviene per fortuna, l'Amazzone, "ognuno di noi, a modo suo, ci ha provato. Forse abbiamo fallito. Ma forse invece le cose semplicemente finiscono. Senz'altro però i nostri trent'anni, o giù di lì, sono pieni di strappi, di bruciature".
Tocca all'Intensa: "Ogni separazione con l'altro ci ha separato un pò anche dentro, non siamo più un blocco unico, siamo tanti pezzi. Siamo a pezzi".
Ce l'ho fatta: ho rovinato questa bella domenica.
"Eppure", dice la Luminosa. E d'istinto ci aggrappiamo a quell'eppure: "Avete mai sentito parlare del kintsugi?".
No. Ma la Luminosa, che colleziona corsi improbabili, da qualche settimana ne frequenta uno di ceramica giapponese. Dove ha scoperto il kintsugi. Altrimenti detta l'antica arte dell'irreparabile bellezza. Un vaso cade e si frantuma? Perfetto: " Dimostra solo la natura di ogni cosa, di ogni persona".
Tutti, fosse solo vivendo, ogni giorno ci ammacchiamo un pò, tutti potenzialmente "siamo a pezzi": ma non è che a quel punto il gioco finisce. Anzi. Il gioco comincia. Perchè, grazie al kintsugi, gli artigiani giapponesi rinsaldano con la lacca gli utensili spaccati, poi riempiono i punti di rottura con oro liquido, o in polvere, così che un piatto o un vaso non si limiti a tornare ad essere se stesso: ma diventi molto, molto più prezioso e trovi davvero la possibilità di essere un oggetto unico, forte di quelle crepe, forte di quelle fragilità evidenziate dall'oro.
Rimaniamo in silenzio, ognuno a tu per tu con le sue cicatrici, con le rughe che ha attorno agli occhi e al cuore. Ma soprattutto con la possibilità di rendere onore a quelle cicatrici, a quelle rughe.
Guardo l'Ex Fidanzato e mi chiedo se anche io come lui avrei potuto occuparmi con più cura delle nostre sbeccature, ma la sua presenza a questo pranzo, tutto sommato, già mi sembra un tentativo, magari goffo, di kintsugi. Poi il pensiero, inevitabilmente, spazia.
Anzichè rottamare, divorziare, rimuovere, ficcare polvere e cocci sotto al tappeto, ed essere quindi destinati a ripetere le stesse cazzate, a cadere negli stessi tranelli del nostro incoscio e a rompere di nuovo nell'esatto punto in cui ci siamo già rotti: non sarebbe più giusto provarci tutti, come individui, come famiglie e come società, a ripararci con l'oro?
Certo che sì. Certo che sarebbe più giusto.
Perchè, semplicemente, in armonia con la natura di ogni cosa, di ogni cosa, di ogni persona.
CANZONE CONSIGLIATA: We found love, cover di #JessieJ.
Questo è un tempo in cui le categorie aiutano le persone a semplificare i sentimenti, come se i sentimenti fossero materia semplice.
La Jù.
#POPSTORY
Il cappuccino, non so perchè, lo fanno tiepido. Il cappuccino è caldo, dovrebbe essere caldo, ma è sempre invariabilmente tiepido. Per averlo caldo dovrei dire "un cappuccino caldo"; ma una frase del genere non è sufficiente, non basta affatto, perchè stai semplicemente dicendo che vuoi il cappuccino come si fa di solito e non quello freddo. Ma il cappuccino come si fa di solito, quello caldo, lo fanno tiepido.
Allora, la formula che si usa più frequentemente è "un cappuccino bollente". Questo dovrebbe essere chiarificatore, e lo è. E infatti anche io, come quasi tutti, ho adoperato questa formula, per un pò. Ma non si sa perchè, questa frase dà sui nervi al barista. Soprattutto, quando dici "bollente", si incazza.
Ti guarda negli occhi con aria di sfida. Vuole dimostrare che tu il cappuccino bollente non lo riuscirai a bere, e allora lui adesso te lo fa davvero bollente, così vediamo. E infatti lo fa ancora più bollente di quanto tu possa immaginarlo, in modo che tu non solo non riesci a berlo, ma non riesci nemmeno ad avvicinare le labbra alla tazza, e se lo fai ti ustioni. Intanto, il cameriere ti guarda molto soddisfatto. Come se volesse dire: adesso voglio vedere se romperai più il cazzo tu e 'sto cappuccino bollente. Quindi la volta successiva non lo chiedi bollente, e ti danno il cappuccino tiepido, che per loro è caldo. Non se ne esce.
La formula che alla fine, dopo vari tentativi, ho trovato, è: "Un cappuccino ben caldo", sottolineando quel ben, ma in modo non eccessivo, non tronfio, un pò timido, altrimenti il barista si innervosisce anche qui e dice: adesso te lo faccio vedere io se è ben caldo o no.
E' evidente però che con questa frase stai dicendo che non lo vuoi tiepido e non lo chiedi bollente. E' una formula anche un pò goffa da dire, ma che può funzionare. Quando funziona sono felice: ma anche questa funziona solo qualche volta.
Ho un innaturale e morboso attaccamento al tubetto del mio dentrificio. Una specie di fedeltà, che sulle prime è rivolta al tipo di dentrificio, ma poi si trasferisce sul singolo tubetto. Anche perchè non è stato semplice scegliere questo tubetto di dentrificio al supermercato.
Sono tutti così incoraggianti, risolutivi: quello che c'è scritto a proposito di carie, gengive, sbiancanti, placca è esattamente quello che ti serve e che risolverà per sempre la questione dei tuoi denti.
Però, ad un certo punto, bisogna scegliere. Ed è difficilissimo. Sai che se risolvi la placca non risolvi il sanguinamento delle gengive, se risolvi lo sbiancamento perdi di vista le carie...E così, quando ne scegli uno, sai che hai perso tante altre possibilità di guarigione definitiva. Quindi, ti affezioni morbosamente a quello che hai scelto, per convincerti che è quello giusto.
Il mistero intimo comincia a materializzarsi man mano che il dentrificio si consuma.
Pur avendo il suo sostituto già pronto nell'armadietto accanto allo specchio, il mio legame con lo specifico tubetto si fa morboso nel momento in cui la quantità di dentrificio all'interno va verso la fine. L'atteggiamento che ho si fa ossessivo. Il rapporto tra me e il dentrificio diventa una sfida, comincio a premere il tubetto nei modi più improbabili in attesa che venga fuori una piccola quantità, come se passare a quello nuovo, a un altro, fosse impensabile. Faccio finta che sia per non sprecare, ma la verità è che non riesco a staccarmi dal mio tubetto, e per questo motivo lo spremo, lo piego, torco, accartoccio - tutto, pur di non abbandonarlo per sempre. Ogni mattina in cui bisogna rassegnarsi al cambio, come Rossella O'Hara afferro il nostro tubetto pronunciando il mio "domani è un altro giorno", comincio a torturarlo per amore, per rimandare a domani la sua fine.
Un atto di fedeltà che probabilmente trascuro per il resto della giornata nei confronti degli esseri umani.
Stamattina alla fine mi sono arresa, e ho preso dall'armadietto il dentrificio nuovo.
CANZONE CONSIGLIATA: Tutto l'oro del mondo, #Noemi.
Le sottrazioni d'amore non hanno mai prestito. E se la forza nasce dal perdono, allora io credo nel perdono.
Allora, la formula che si usa più frequentemente è "un cappuccino bollente". Questo dovrebbe essere chiarificatore, e lo è. E infatti anche io, come quasi tutti, ho adoperato questa formula, per un pò. Ma non si sa perchè, questa frase dà sui nervi al barista. Soprattutto, quando dici "bollente", si incazza.
Ti guarda negli occhi con aria di sfida. Vuole dimostrare che tu il cappuccino bollente non lo riuscirai a bere, e allora lui adesso te lo fa davvero bollente, così vediamo. E infatti lo fa ancora più bollente di quanto tu possa immaginarlo, in modo che tu non solo non riesci a berlo, ma non riesci nemmeno ad avvicinare le labbra alla tazza, e se lo fai ti ustioni. Intanto, il cameriere ti guarda molto soddisfatto. Come se volesse dire: adesso voglio vedere se romperai più il cazzo tu e 'sto cappuccino bollente. Quindi la volta successiva non lo chiedi bollente, e ti danno il cappuccino tiepido, che per loro è caldo. Non se ne esce.
La formula che alla fine, dopo vari tentativi, ho trovato, è: "Un cappuccino ben caldo", sottolineando quel ben, ma in modo non eccessivo, non tronfio, un pò timido, altrimenti il barista si innervosisce anche qui e dice: adesso te lo faccio vedere io se è ben caldo o no.
E' evidente però che con questa frase stai dicendo che non lo vuoi tiepido e non lo chiedi bollente. E' una formula anche un pò goffa da dire, ma che può funzionare. Quando funziona sono felice: ma anche questa funziona solo qualche volta.
Ho un innaturale e morboso attaccamento al tubetto del mio dentrificio. Una specie di fedeltà, che sulle prime è rivolta al tipo di dentrificio, ma poi si trasferisce sul singolo tubetto. Anche perchè non è stato semplice scegliere questo tubetto di dentrificio al supermercato.
Sono tutti così incoraggianti, risolutivi: quello che c'è scritto a proposito di carie, gengive, sbiancanti, placca è esattamente quello che ti serve e che risolverà per sempre la questione dei tuoi denti.
Però, ad un certo punto, bisogna scegliere. Ed è difficilissimo. Sai che se risolvi la placca non risolvi il sanguinamento delle gengive, se risolvi lo sbiancamento perdi di vista le carie...E così, quando ne scegli uno, sai che hai perso tante altre possibilità di guarigione definitiva. Quindi, ti affezioni morbosamente a quello che hai scelto, per convincerti che è quello giusto.
Il mistero intimo comincia a materializzarsi man mano che il dentrificio si consuma.
Pur avendo il suo sostituto già pronto nell'armadietto accanto allo specchio, il mio legame con lo specifico tubetto si fa morboso nel momento in cui la quantità di dentrificio all'interno va verso la fine. L'atteggiamento che ho si fa ossessivo. Il rapporto tra me e il dentrificio diventa una sfida, comincio a premere il tubetto nei modi più improbabili in attesa che venga fuori una piccola quantità, come se passare a quello nuovo, a un altro, fosse impensabile. Faccio finta che sia per non sprecare, ma la verità è che non riesco a staccarmi dal mio tubetto, e per questo motivo lo spremo, lo piego, torco, accartoccio - tutto, pur di non abbandonarlo per sempre. Ogni mattina in cui bisogna rassegnarsi al cambio, come Rossella O'Hara afferro il nostro tubetto pronunciando il mio "domani è un altro giorno", comincio a torturarlo per amore, per rimandare a domani la sua fine.
Un atto di fedeltà che probabilmente trascuro per il resto della giornata nei confronti degli esseri umani.
Stamattina alla fine mi sono arresa, e ho preso dall'armadietto il dentrificio nuovo.
CANZONE CONSIGLIATA: Tutto l'oro del mondo, #Noemi.
Le sottrazioni d'amore non hanno mai prestito. E se la forza nasce dal perdono, allora io credo nel perdono.
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